Vito Mancuso l'eretico

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Per conoscere il contenuto dell’ultimo libro ovvero dell’ultima fatica antievangelica di Vito Mancuso (Io e Dio. Una guida dei perplessi, Garzanti 2011) non è necessario acquistarlo. E’ sufficiente leggere la più che attendibile ed autorevole recensione che si è prestato a farne un eminente giurista laico come Gustavo Zagrebelsky in “La Repubblica” del 9 settembre 2011 con il titolo Mancuso: il primato della coscienza contro la Chiesa dell’Obbedienza. Qui si legge preliminarmente che Mancuso rivendica “la libertà del credente verso i dogmi” e in particolare il suo rifiuto “di un Dio che comanda, giudica, condanna esercitando un potere esterno”. Ma la cosa che subito colpisce l’onesto lettore, cattolico o non cattolico, è l’affermazione per cui «le sue tesi si sviluppano dall’interno del messaggio cristiano, della “buona novella”. Vito Mancuso, che tenacemente si professa cattolico, cerca il confronto, un confronto non facile. Lui si considera “dentro”, ma l’ortodossia lo colloca “fuori”».

Mi chiedo se Zagrebelsky abbia mai letto i Vangeli: Mancuso si muove all’interno del messaggio cristiano, della buona novella, e ritiene di essere cattolico malgrado la Chiesa lo consideri “fuori” di essa? Ma se vuole essere libero verso i “dogmi” (e dogmi sono la Santissima Trinità, Cristo Figlio unigenito di Dio, la duplice natura umana e divina di Gesù, Maria Madre di Dio, la perpetua verginità di Maria e la sua Immacolata Concezione, la transustanziazione e via dicendo) come si può sostenere che Mancuso muova dal vangelo e abbia buone ragioni per considerarsi cattolico e interno alla Chiesa anche se in dissenso con la Chiesa? C’è modo e modo di essere in dissenso con la Chiesa e con l’ortodossia: non ogni dissenso è necessariamente segno di allontanamento dalla Chiesa ma quando il dissenso verte sui dogmi, ovvero sui pilastri della fede cristiana e cattolica, che hanno sempre avuto peraltro la funzione storica di arginare e contrastare tutte le eresie sorte in seno alla Chiesa, non si può più pretendere di essere “dentro” la Chiesa anche se alla ricerca di un “confronto”.

Ma quale confronto? Quello all’interno del quale Mancuso ha già formulato le sue accuse ed emesso le sue sentenze improrogabilmente e unilateralmente colpevoliste contro il portato spirituale, teologico, dogmatico di secoli e secoli di storia ecclesiale? Della Chiesa ci sono certo tante cose da criticare e da depurare da talune incrostazioni del passato: per esempio una mentalità clericale piuttosto passiva nell’acquisire e nel meditare i dogmi stessi della fede, certe “tradizioni”  e certe simbologie materiali che hanno contribuito nel tempo ad evidenziare più alcune debolezze temporali della Chiesa stessa che non le sue aspirazioni spirituali e la sua funzione  profetico-escatologica, una eccessiva preoccupazione delle sue gerarchie nel cercare o nell’attendere il consenso popolare ed ecclesiale laddove invece la natura stessa della Chiesa è quella di essere e rimanere perennemente nella storia umana quel “piccolo resto” che fu alle origini e chiamato a preoccuparsi unicamente di testimoniare in modo impeccabile la sua fede in Cristo.

Ma qui si vogliono colpire i “dogmi”, si vuole prescindere dall’insegnamento di Cristo, si vuole fare del cristiano un “libero pensatore” che non abbia più bisogno di tradizione, di magistero, di elaborazione teologica fondata su secoli e secoli di preghiera, di ricerca spirituale, di disciplinato seppur vivace confronto ecclesiale.  

Arriva questo ex-prete, molto pieno di sé e molto pretenzioso, egregiamente supportato da ambienti editoriali e mediatici mossi solo da desiderio di guadagno e da volontà di sensazionalismo, e i fedeli dovrebbero capire come d’incanto che hanno sempre sbagliato e che la loro fede cosí com’è è da gettare semplicemente alle ortiche. Ma poi, nel merito scientifico e culturale, Mancuso sembra non sospettare minimamente che quello che scrive è spesso segnato da una fanciullesca mediocrità.

Ecco un brano tratto dall’incipit del libro: «mi alzo con la mente in un punto al di sopra del pianeta e lo guardo dall’alto, come se fosse la prima volta, come quando vedo un film e mi chiedo qual è il suo messaggio. Qual è il messaggio della vita degli uomini sulla terra? Con la mente là in alto, libera dai consueti schemi mentali, nuda di fronte al mistero dell’essere, in questo momento, immagine di ogni altro momento della storia, guardo gli uomini miei simili alle prese col mistero dell’esistenza. Vedo esseri umani che nascono ed esseri umani che muoiono, sottoposti come ogni altra forma di vita al ciclo del divenire; vedo due ragazzi che si baciano e si sentono immortali, e un vecchio solo che nessuno più vuole e nessuno più sa; vedo una donna che mi ha scritto dicendomi che soffre da ormai troppi anni per una paralisi sempre più devastante e che ora vuole solo al più presto morire, e vedo altri esseri umani nutriti artificialmente e che respirano artificialmente ma che per questo non hanno perso la voglia di vivere e di continuare a esserci. Vedo uomini che si affrettano come formiche sui marciapiedi delle metropoli, e altri che se ne stanno da soli in luoghi deserti. Vedo commerci sessuali di ogni tipo, per amore, per denaro, per cattiveria, per noia o per il solo naturalissimo desiderio del piacere. Vedo bambini che si ingozzano di cibo artificiale e altri che muoiono di fame. Vedo una tavola apparecchiata con grazia, la tovaglia fresca di bucato, le posate al loro posto, i bicchieri dell’acqua e del vino, i tovaglioli candidi, e una donna che gioisce di poter servire il pranzo ai suoi cari», eccetera eccetera, per poi concludere: «Ma che cos'è vero, alla fine, di questa vita che se ne va, nessuno sa dove? Rispondere a questa domanda significa parlare di Dio». Un bel temino da fanciullo di scuola media, un temino se si vuole con accenti lirici ma che è da considerare appunto superfluo e mediocre se riferito al saggista che Mancuso presume di essere, e per nulla necessario in tale forma alla stesura dell’argomento in questione.

Purtroppo, Mancuso è un po’ fanciullesco con quella sua falsa aria di ingenuo e innocente cantore di servitore della verità e soprattutto con quel sottile narcisismo che vien fuori prepotentemente ogni volta che apre bocca o usa la penna. Non è un caso che, persino nel titolo del libro, l’Io (il suo Io) sia anteposto a Dio. Fanciullesco, mediocre ed eretico: da amare come si amano tutti coloro che sono preda dell’errore ma da combattere come devono essere combattuti tutti coloro che subdolamente tentano di inoculare nella coscienza cattolica il consueto dubbio luciferino, ovvero meramente distruttivo, che dalla notte dei tempi qualcuno si è sempre incaricato di insinuare e alimentare nello spirito umano.

Dice Zagrebelsky, che non si accorge dell’enormità che proferisce: «Quella di Mancuso vuole essere, tanto nel conoscere quanto nell'agire, una teologia liberante, non opprimente. Le sue categorie non sono il divieto, il peccato e la pena, ma la libertà, la responsabilità e la felicità. Sullo sfondo, non c'è il terrore dell'inferno ma la chiamata alla vita buona. Il passo decisivo è forse il rigetto dell'idea di un dio come "persona": un Dio che comanda, giudica, condanna, cioè esercita un potere esterno, assoluto e irresistibile». Dunque, per essere “autentica” la fede cattolica dovrebbe essere liberata  dal senso del peccato, dal timor di Dio e dalla paura dell’inferno: solo cosí potrebbe ritrovarsi totalmente libera di decidere cosa pensare e cosa fare, come credere e come agire. Un risultato, questo, che, secondo il teologo lombardo, non può essere raggiunto sino a quando noi crediamo in Dio come “persona” e in un Dio che comanda, giudica, condanna, esercitando un potere assoluto e irresistibile.

Cosí ragiona uno che si è formato nei seminari cattolici ai fini dell'ordinazione sacerdotale. Ecco una critica forse ragionevole che si può muovere alle gerarchie ecclesiastiche: rendeteli facoltativi questi seminari! Non pensate alle perdite finanziarie che ne seguirebbero o al ridimensionamento peraltro opportuno delle vostre ambizioni accademiche! Aprite le porte del sacerdozio a chi si è formato per conto suo ma in modo serio e responsabile ed è capace di dimostrare ugualmente la sua fedeltà a Cristo e alla Chiesa: nei primi millequattrocento anni di cristianesimo non ci sono stati né seminari teologici né accademie pontificie ma la Chiesa ha potuto ugualmente disporre di preti spesso preparati spiritualmente ed intellettualmente.

Bisogna rispondere in modo fermo a Mancuso. I cattolici devono continuare a credere che il loro Dio è persona e persona che è entrata nella storia degli uomini perché agli uomini fosse concesso di poter entrare a far parte della gloriosa ed eterna storia di Dio; i cattolici credono nel peccato originale ed attuale anche se non disperano di fronte ad esso in virtù della morte e della grazia liberante di Cristo; i cattolici non hanno paura di Dio perché confidano nella sua illimitata misericordia ma lo temono al tempo stesso (come un bambino soggetto al capriccio ama i propri genitori pur temendone talvolta le reazioni severe) perché sanno che Egli è anche il Kirios, il Signore, il Giusto, il Potente, il Giudice che alla fine dei tempi sancirà il destino di ogni sua creatura.

Noi cristiani e cattolici peccatori crediamo in tutto ciò perché crediamo in tutto ciò che apprendiamo dal Vangelo di Cristo. E vogliamo che Dio “comandi” perché non vogliamo che altri comandino al posto suo e perché riteniamo giusti e veramente amichevoli solo i suoi comandi. Vogliamo inoltre che Dio “giudichi” perché non ci fidiamo dei giudizi degli uomini se non nei limiti in cui essi siano fedeli ai giudizi di Dio e infine accettiamo che Dio “condanni” se noi per primi non saremo stati degni del suo perdono e del suo amore viscerali.

Quanto poi al fatto che, come rileva ancora Zagrebelsky, la teologia di Mancuso non sarebbe né accademica, né per iniziati, ma “aperta a tutti”, sussiste probabilmente qualche dubbio e qualche motivo di perplessità. Ma non perché il linguaggio di Mancuso sia difficile, molto elaborato teologicamente, o criticamente profondo: al contrario, il suo linguaggio è ora elementare ora astruso e confuso e il suo pensiero ora semplicistico ora terribilmente contorto e involuto. Per cui alla fine proprio quelle critiche “di astruseria, fumisteria, esoterismo, presunzione” che egli rivolge ai teologi tradizionali di Santa Madre Chiesa ricadono pesantemente su lui stesso. Né francamente appare meritevole di maggiore interesse il giudizio per cui, in antitesi al pensiero cattolico ortodosso in cui l’obbedienza prevarrebbe sulla coscienza, «nella vita buona» di cui parla Mancuso il primato sarebbe della “coscienza” sulla “obbedienza” e della “libertà” sull’“autorità”, perché qui si ha a che fare con millenarie e complesse questioni filosofiche, teologiche, pedagogiche, ben presenti alla coscienza culturale della gerarchia ecclesiastica, e stupisce che il molto colto seppur non credente giurista torinese non sia neppure sfiorato dal dubbio di aver espresso in proposito giudizi avventati e semplicistici.

I limiti oggettivi del teologo Mancuso, però, non devono indurre a sottovalutare la pericolosità dell’operazione culturale che già da tempo egli si sforza di veicolare: rifondare la fede per abolire la fede. Tanto più se si pensa agli onori che nel frattempo gli vengono resi da prestigiose testate giornalistiche nazionali ed europee: «altissima consolazione, sia per chi crede sia per chi non crede», ha commentato Ferdinando Camon su “La Stampa”; «uno dei pregi di Vito Mancuso è il parlar chiaro, schietto, semplice delle delicate tematiche teologiche», si legge nella rivista “Tempi di fraternità”;  «il teologo italiano pone la dottrina cattolica di fronte alle sue contraddizioni interne (…) Bisognerebbe potergli rispondere, ma per farlo bisognerebbe avere la medesima esigenza di verità intellettuale» scrive Laurent Lemoine sulla rivista domenicana francese “La Vie Spirituelle”;  su “Le Monde” si legge che lo scopo di Mancuso è «riconciliare ragione e Dio». Si tratta di giudizi tanto falsi quanto consciamente o inconsciamente propagandistici che sembrano prescindere sia da un’effettiva conoscenza dei contenuti del libro in questione sia soprattutto da una conoscenza almeno decente della storia della filosofia, della teologia o più in generale delle idee. E’ vergognoso che ciò accada ma accade: perciò occhio a questo eretico e a coloro che intendono seguirne le orme.