La Chiesa che amiamo

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

La Chiesa, ha detto il papa in Germania, non è una delle tante organizzazioni democratiche esistenti che possa funzionare secondo norme e leggi di una società democratica. Essa non può essere “democratica” per il fatto stesso che è fondata sulla parola di Cristo, il cui significato e il cui valore devono essere trasmessi e custoditi dai collegi apostolici che, sotto la guida dei papi, si succedono e si rinnovano storicamente. Quindi è in virtù di regole prevalentemente spirituali che la parola di Cristo viene costantemente studiata, approfondita e discussa, e non già di procedure meramente quantitative per cui una sua interpretazione o determinate sue applicazioni possano essere votate e passare a maggioranza. Pretendere che la Chiesa funzioni in questo modo significa non averne compreso la natura e non aver compreso più esattamente che essa tutto e di tutto può discutere e proporre ma che in ultima analisi le decisioni ultime persino su questioni non dogmatiche spettano a Pietro e ai suoi successori.

Chi ama veramente la Chiesa e se ne sente parte integrante, pur in presenza di decisioni o di orientamenti magisteriali in apparenza non convincenti e di relative perplessità che lo spingano in perfetta buona fede a reiterare i propri convincimenti e le proprie istanze, non può non attenersi, salvo improbabili prese di posizione che collidano in modo palese con il vangelo, ai giudizi e ai decreti dell’autorità pontificia. Se poi al preconcetto democraticistico, presente in molti, si aggiungono gli scandali, le trasgressioni del clero e tante cose realmente negative ma spesso usate strumentalmente, ci si può sentire ancor più autorizzati a ritenere giuste le proprie idee anche quando queste siano obiettivamente sbagliate: «Insoddisfazione e malcontento vanno diffondendosi, se non si vedono realizzate le proprie idee superficiali ed erronee di “Chiesa” e i propri “sogni di Chiesa”! Allora cessa anche il lieto canto “Sono grato al Signore, che per grazia mi ha chiamato nella sua Chiesa”, che generazioni di cattolici hanno cantato con convinzione» (Omelia all’Olympiastadion di Berlino del 22 settembre 2011).     

Beninteso, il pontefice appare ben capace di «capire perché molte persone, di recente, abbiano lasciato la Chiesa e il ruolo che in questo fenomeno ha avuto lo scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti. Del resto, io capisco che alcune persone si siano scandalizzate per i crimini rivelati negli ultimi tempi. Posso capire che, di fronte a crimini come gli abusi su minori commessi da sacerdoti, se le vittime sono persone care, vicine,  si possa dire: questa non è la mia Chiesa» (Intervista in volo verso la Germania, 22 settembre 2011). E si rende conto che la Chiesa, che da decenni è soggetta «ad una diminuzione della pratica religiosa» e ad «un crescente distanziarsi di una parte notevole di battezzati dalla vita della Chiesa», deve pur cambiare in qualche modo. Ma il fatto è che la Chiesa, e almeno i battezzati dovrebbero saperlo, non è come una qualunque associazione in cui si possa entrare e da cui si possa uscire a proprio piacimento o quando le cose vanno bene. Essa è la Chiesa di Cristo e se ne deve fare parte sempre, sia quando la si sente più vicina alla propria personale sensibilità sia quando la si sente più lontana, anche perché «la Chiesa non sono soltanto gli altri, non soltanto la gerarchia, il Papa e i Vescovi: Chiesa siamo tutti noi, i battezzati. Dall’altro lato, essa parte effettivamente dal presupposto: sí, c’è motivo per un cambiamento. Esiste un bisogno di cambiamento. Ogni cristiano e la comunità dei credenti nel suo insieme sono chiamati ad una continua conversione» (Incontro con i cattolici impegnati nella Chiesa e nella società, 25 settembre 2011).

Il cambiamento è necessario; la missione stessa della Chiesa consiste nel suo continuo cambiamento, nel suo costante rinnovamento spirituale ed istituzionale-organizzativo. Ma qui si tocca un punto nevralgico della realtà e della storia della Chiesa: perché non c’è mai stata né mai ci sarà riforma di strutture, di forme giuridiche, di pratiche liturgiche ed ecclesiali che da sola possa trasformare in meglio la Chiesa. Senza una continua e incessante riforma interiore del papa come dei vescovi come di ogni fedele, senza una volontà generalizzata di aiuto reciproco in seno alla comunità ecclesiale, senza una preghiera personale e corale quanto più possibile sincera e sentita che sia finalizzata al bene di ciascuno e di tutti, senza una fede ardente negli insegnamenti e nelle promesse di Cristo, la Chiesa non può e non potrà essere migliore di quello che è e più capace di corrispondere alla volontà di Dio.

Tutto ciò ha delle precise implicazioni pratiche perché significa anche che un cattolico non può pensare di poter essere libero nella vita civile e sociale senza essere solidale verso gli altri e specialmente verso chi è più svantaggiato o bisognoso: «questo vale», ricorda il papa, «non soltanto per l’ambito privato ma anche per la società. Secondo il principio di sussidiarietà, la società deve dare spazio sufficiente alle strutture più piccole per il loro sviluppo e, allo stesso tempo, deve essere di supporto, in modo che esse, un giorno, possano reggersi anche da sole» (Cerimonia di benvenuto al Castello di Bellevue di Berlino, 22 settembre 2011). Di conseguenza, il cattolico in quanto tale non può e non deve accettare che criterio ultimo e motivazione principale dei politici possa essere il successo o il profitto materiale. I politici devono ispirare la loro attività alla giustizia, «alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto», perché senza diritto uno Stato, per riprendere la definizione agostiniana, si riduce ad «una grossa banda di briganti», ovvero di delinquenti (Visita al Parlamento Federale, Berlino, 2 settembre 2011).

Naturalmente per le questioni fondamentali del diritto per le quali «è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità» le decisioni democratiche di tipo maggioritario, contemplate dalla legislazione e dal diritto di molti stati, possono non essere sufficienti a garantire l’intrinseca moralità delle norme ed è allora che ogni cattolico come ogni persona onesta deve assumersi la responsabilità di valutare volta a volta il da farsi in rapporto ad un criterio quanto più universale possibile di verità che in ultima analisi ha sede nella propria coscienza. Dinanzi ad un tiranno è evidente che i cittadini abbiano il diritto di ribellarsi e di non obbedire alle sue leggi liberticide, dinanzi a fenomeni barbarici come nazismo e comunismo sovietico i cittadini e gli stessi cattolici hanno il dovere oltre che il diritto di opporre resistenza anche armata, ma ci sono delicate «questioni antropologiche» a proposito delle quali è molto più difficile dire quale sia la cosa più giusta e se e a quali condizioni certe tesi possano convertirsi in “diritto vigente”: «alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile» (Ivi). Donde la necessità in taluni casi, per i cattolici, di non chiudersi in certezze pregiudiziali e consolidate quale che ne sia il segno ma di avvalersi di tutta la sapienza evangelica con l’aiuto di interlocutori e strumenti adeguati per risolvere in modo coerente con la propria fede, e nel pieno rispetto dei veri e non fraintesi diritti naturali di ciascun essere umano, eventuali problemi di coscienza.

La via da percorrere dunque, per la Chiesa e per i fedeli tutti, è quella del rigore spirituale che passa attraverso una severa e permanente interiorizzazione dei valori evangelici e una pratica di vita sempre gravitante attorno alla realtà eucaristica e all’esercizio delle altre virtù sacramentali che vi sono connesse. Questo dev’essere chiaro sebbene la «maggior parte della gente, anche dei cristiani, oggi dà per scontato che Dio…non si interessa dei nostri peccati e delle nostre virtù», ben sapendo che siamo fatti di carne, per cui anche il pensiero dell’al di là e del giudizio divino è diventato molto più leggero di un tempo ed è vissuto in modo epidermico. Eppure i nostri peccati non sono affatto trascurabili o irrilevanti: «Non viene forse devastato il mondo a causa della corruzione dei grandi ma anche dei piccoli che pensano soltanto al proprio tornaconto?», si chiede il papa, «non è forse minacciato dalla crescente disposizione alla violenza che, non di rado, si maschera con l’apparenza della religiosità? La fame e la povertà potrebbero devastare a tal punto intere parti del mondo se in noi l’amore di Dio e, a partire da Lui, l’amore per il prossimo, per le creature di Dio, gli uomini, fosse più vivo?» (Incontro con i rappresentanti del Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania, 23 settembre 2011).

Non è diventando più “moderni” o annacquando la fede o adottando tatticismi volti ad alimentare false ed ipocrite forme di dialogo con le altre religioni, con le Chiese “sorelle”, e con ingannevoli  istanze della contemporaneità, che si possono salvare e rilanciare la fede e la Chiesa, ma solo attraverso «una fede ripensata e rivissuta in modo nuovo, mediante la quale Cristo, e con Lui il Dio vivente, entri in questo nostro mondo» (Ivi). In questo senso, osserva il papa, non può non constatarsi come talvolta la fede e Dio stesso siano presi in più seria considerazione da certi atei e da certi agnostici tormentati dalle loro colpe e desiderosi di condurre una vita pura e onesta che non da tanti fedeli “di routine” «che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza che il loro cuore sia toccato…dalla fede» stessa (Omelia nell’aeroporto turistico di Friburgo, 25 settembre 2011). E succede cosí che la Chiesa dia «all’organizzazione e all’istituzionalizzazione un’importanza maggiore che non alla sua chiamata all’essere aperta verso Dio e ad un aprire il mondo verso il prossimo» (Ivi).

Ma la Chiesa corrisponde «al suo vero compito» solo sforzandosi di distaccarsi dalla “secolarizzazione”, dalla mondanizzazione e dalla compromissione con ogni forma di potere che la minacciano, in modo tale che sia ed operi nel e per il mondo senza essere del mondo secondo le parole di Gesù: « Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Gv 17,16). Tuttavia è pur vero, dice il papa in un passaggio oltremodo importante e significativo che mi sembra opportuno riportare integralmente, che «la storia viene in aiuto alla Chiesa attraverso le diverse epoche di secolarizzazione, che hanno contribuito in modo essenziale alla sua purificazione e riforma interiore. Le secolarizzazioni infatti – fossero esse l’espropriazione di beni della Chiesa o la cancellazione di privilegi o cose simili – significarono ogni volta una profonda liberazione della Chiesa da forme di mondanità: essa si spoglia, per così dire, della sua ricchezza terrena e torna ad abbracciare pienamente la sua povertà terrena. Con ciò condivide il destino della tribù di Levi che, secondo l’affermazione dell’Antico Testamento, era la sola tribù in Israele che non possedeva un patrimonio terreno, ma, come parte di eredità, aveva preso in sorte esclusivamente Dio stesso, la sua parola e i suoi segni. Con tale tribù, la Chiesa condivideva in quei momenti storici l’esigenza di una povertà che si apriva verso il mondo, per distaccarsi dai suoi legami materiali, e così anche il suo agire missionario tornava ad essere credibile.

Gli esempi storici mostrano che la testimonianza missionaria di una Chiesa distaccata dal mondo emerge in modo più chiaro. Liberata dai fardelli e dai privilegi materiali e politici, la Chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo. Può nuovamente vivere con più scioltezza la sua chiamata al ministero dell’adorazione di Dio e al servizio del prossimo. Il compito missionario, che è legato all’adorazione cristiana e dovrebbe determinare la struttura della Chiesa, si rende visibile in modo più chiaro. La Chiesa si apre al mondo, non per ottenere l’adesione degli uomini per un’istituzione con le proprie pretese di potere, bensì per farli rientrare in se stessi e così condurli a Colui del quale ogni persona può dire con Agostino: Egli è più intimo a me di me stesso» (Incontro con i cattolici impegnati nella Chiesa e nella società, 25 settembre 2011).

Come si vede, il pontefice risponde implicitamente a tantissime critiche che vengono da sempre rivolte, talora giustamente e talora anche ipocritamente e strumentalmente, alla Chiesa di cui in questo momento è capo. Egli appare ben conscio del fatto che la Chiesa sia storicamente soggetta al peccato e ad ogni forma di peccato ma anche del fatto che il Signore, operando per mezzo del suo Santo Spirito attraverso gli uomini e al di là di essi, provvede a trarre il bene anche dal male e dalle afflizioni terrene della sua Chiesa evitando che possa soccombere dinanzi alle forze del male e del maligno e raddrizzandone la rotta spirituale e missionaria. Altrimenti perché Gesù avrebbe detto «sarò con voi sino alla fine del mondo»? Tutto questo può essere compreso però se la nostra fede non sia ormai diventata pura “convenzione e abitudine”, o perbenistica e moralistica etica civile, perché in tal caso essa si intiepidisce e non produce più quella ardente preghiera del cuore e quel risoluto impegno spirituale di cui la Chiesa di Cristo ha assoluto bisogno per riprendersi continuamente dalle sue frequenti malattie storiche e rinascere ogni volta a nuova vita.

Dunque: invece di recriminare e chiudervi in voi stessi, è questa l’accorata esortazione che Benedetto XVI rivolge ad ognuno di noi, «abbiate il coraggio di impegnare i vostri talenti e le vostre doti per il Regno di Dio e di donare voi stessi – come la cera della candela – affinché per vostro mezzo il Signore illumini il buio. Sappiate osare di essere santi ardenti, nei cui occhi e cuori brilla l’amore di Cristo e che, in questo modo, portano luce al mondo» (Veglia di preghiera con i giovani a Breisgau, 24 settembre 2011). Che deve essere inteso anche come incoraggiamento a superare gli “scandali” che offuscano “lo scandalo” della croce con la umile capacità di rialzarsi dalle “cadute” per offrire a Dio, alla comunità ecclesiale e a tutto il genere umano, il meglio di sé e una testimonianza quanto più possibile irreprensibile e appassionata di fede e d’amore.

Proprio questo bisogna fare, giacché alla fine «il Dio giudice ci giudicherà secondo come  ci siamo comportati nei confronti di coloro che ci sono prossimi, nei confronti dei più piccoli dei suoi fratelli. La disponibilità ad aiutare, nelle necessità di questo tempo, al di là del proprio ambiente di vita è un compito essenziale del cristiano. Ciò vale anzitutto, come detto, nell’ambito della vita personale di ciascuno. Ma vale poi nella comunità di un popolo e di uno Stato, in cui tutti noi dobbiamo farci carico gli uni degli altri. Vale per il nostro Continente, in cui siamo chiamati alla solidarietà in Europa. E, infine, vale al di là di tutte le frontiere: la carità cristiana esige oggi il nostro impegno anche per la giustizia nel vasto mondo» (Ex convento degli agostiniani di Erfurt, 23 settembre 2011), e per una giustizia sempre più profonda della pur necessaria giustizia sociale (Omelia a Domplatz di Erfurt, 24 settembre 2011).

Chi potrebbe accusare il papa, almeno in questa occasione, di ambiguità, di evasività, di generico e confuso ecumenismo, di debolezza evangelica e di insufficienza teologica? Eppure, tra i laici e gli stessi credenti cattolici, non mancheranno ancora una volta criticoni e sapientoni di varia estrazione culturale o accademica che, pur di reiterare l’immagine di un papa “scolastico” e “oscurantista”, chiuso alle reali problematiche del mondo e sordo a molteplici istanze contemporanee di liberazione, saranno solleciti nell’elaborare il consueto mucchio di polemiche artefatte volte a screditare tanto Benedetto XVI quanto la Chiesa istituzionale nel suo insieme. Tuttavia l’esercito di antiecclesiastici questa volta non solo dovrà fare più fatica nell’articolare le proprie argomentazioni antipapali ma si troverà nella condizione di dover argomentare o replicare anche sulla successiva e “sorprendente” presa di posizione del cardinale Bagnasco (Prolusione alla Conferenza Episcopale Italiana, Roma, 26 settembre 2011) che in effetti trova i suoi autorevoli antefatti proprio negli autorevoli e coinvolgenti discorsi tedeschi di papa Benedetto.

Non che della relazione di Bagnasco tutto risulti linearmente condivisibile: c’è qualche punto su cui si può e si deve discutere, come quello apparentemente incidentale in cui si afferma che ci sono valori cristiani, «che in realtà finiscono per far sentire i cattolici più uniti di quanto taluno non vorrebbe credere», perché ciò in effetti è molto opinabile, specialmente ove si ipotizzi che un nuovo partito cattolico dovrebbe annoverare tra le sue fila personaggi che, si pensi ai vari Casini Fioroni Lupi Formigoni o lo stesso Prodi, non hanno mai convinto per il loro modo di coniugare fede e impegno politico. Tuttavia, a chi ha scritto, in riferimento alla relazione di Bagnasco, che «la Chiesa cattolica è straordinariamente capace di leggere la crisi di sistema non solo italiana che abbiamo di fronte e le difficoltà quotidiane che ci attendono, ma non sembra disposta a rinunciare ad alcuno dei privilegi accaparrati in questi anni di concubinaggio simoniaco con Berlusconi», (G. Carotenuto, Fine della Chiesa simoniaca?, in “Giornalismo partecipativo”, 27 settembre 2011), non si può non replicare che, anche se vi fossero ancora delle ambiguità irrisolte nel rapporto della Chiesa con il governo di Berlusconi e con taluni “poteri forti”, almeno noi cattolici non possiamo non confidare nella Chiesa di Ratzinger e Bagnasco, perché è una Chiesa viva, intelligente, lucida, penetrante, umile e soprattutto onesta nel non autoincensarsi ma nel mostrarsi aperta ad ogni genere di interlocuzione critica “interna” ed “esterna”.

Questa è una Chiesa non perfetta ma indirizzata verso quella perfezione non eclatante ma laboriosa che è richiesta da Gesù, questa è la Chiesa che amiamo e che i cattolici devono amare, perché solo amandola nella buona e nella cattiva sorte potremo conservarne intatte le fondamenta e allargarne i confini.