Luisa Muraro su Maria di Nazaret

Scritto da Amalia Carrera on . Postato in Articoli e studi

 

Per capire il vero significato del recente ed amaramente sarcastico articolo di Luisa Muraro, ambigua intellettuale cattolica e rigorosa femminista di origini venete, su Maria di Nazaret (Il latte della Vergine, Madre di Dio e Dio lei stessa, in “Alias”, 24 dicembre 2011), bisogna premettere che ella è una teorica del cosiddetto pensiero della differenza sessuale il cui perno essenziale è costituito dalla costante sottolineatura dell’unicità e dell’irriducibilità dell’essere donna rispetto all’universo umano maschile. E’ altresí utile risalire ad un precedente articolo della Muraro in cui immagina (chissà poi per quale motivo) che Ratzinger sia un suo “studente” ed intitolato appunto Se il cardinale Ratzinger fosse un mio studente (“Il Manifesto” del 7 agosto 2004).

Qui si legge che il pensiero della differenza sessuale è antitetico alla «vecchia posizione cattolica della complementarità dei sessi», la quale assegnerebbe alle donne «il solito ruolo» e secondo la quale «l’eguale dignità delle persone si realizza come complementarità fisica, psicologica ed ontologica, dando luogo ad un’armonica “unidualità” relazionale». Ratzinger (che nel 2004 non è stato ancora eletto papa), scrive Muraro, ha giustamente osservato che il rapporto tra uomo e donna, ancora armonioso nella condizione edenica, fu reso conflittuale dal peccato originale.

Dunque, egli ha di fatto riconosciuto che oggi tra uomo e donna c’è conflitto. Ma allora, cosí ella argomenta nel rivolgersi al suo cardinale “studente”, perché «non hai riconosciuto l’inevitabilità del conflitto, perché non hai mostrato che confliggere non è fare la guerra e che esiste la possibilità di un conflitto relazionale»? Il conflitto è la conseguenza del peccato originale? Sí, e allora perché pretendere sic et simpliciter la collaborazione tra i sessi o tra i generi? Perché piuttosto non riorganizzare la vita e il mondo, il sapere e il potere, l’economia e i rapporti sociali, innanzitutto sulla base del riconoscimento e della legittimazione di tale conflitto? Non che Ratzinger non auspichi «la presenza delle donne nel mondo del lavoro e dell'organizzazione sociale» e che esse non abbiano «accesso a posti di responsabilità che offrano loro la possibilità di ispirare le politiche delle nazioni e di promuovere soluzioni innovative ai problemi economici e sociali»"; egli indubbiamente invita a considerare «la promozione della donna all'interno della società come una "umanizzazione" realizzata proprio per mezzo di specifici valori umani riscoperti attraverso le donne». Ma poi si limita a chiedere un superamento dei conflitti e una collaborazione tra uomini e donne che fanno perdere di vista il senso specifico di quei conflitti e la irriducibile specificità esistenziale della differenza tra uomo e donna.  

Bisogna dunque che uomini e donne collaborino ma tenendo alta la consapevolezza della perdita postedenica della loro originaria concordia, e quindi della loro ineliminabile differenza e della natura quasi ontologica e benefica della loro conflittualità-rivalità. Seguendo questo modo di argomentare, che appare francamente molto più proficuo da un punto di vista dialettico-formale (nel senso dell’eristica della seconda sofistica) che non da un punto di vista etico-civile e spirituale, forse ci si potrebbe chiedere anche se non sia il caso, visto che tutti i nostri peccati attuali (e non solo la conflittualità uomo-donna) sono conseguenza del peccato originale, di tenerseli anziché fare salti mortali per liberarsene e per meritare il perdono e la misericordia di Dio. Ma in un ragionamento del genere potrebbero continuare ad avere un posto di rilievo i temi della grazia divina, della penitenza e della conversione, della confessione e della remissione dei peccati, dello spirito di comunione e di partecipazione al banchetto eucaristico? Un ragionamento del genere sarebbe ancora compatibile con una visione cristiana e cattolica della vita e del mondo? E, d’altra parte, il “conflitto relazionale” prodotto dal peccato originale non riguarda anche il rapporto tra uomo e uomo, tra donna e donna, oltre che quello tra donna e uomo?

Naturalmente Luisa Muraro ammette che uomini e donne possano e debbano collaborare ma ritiene che «la collaborazione tra donne e uomini…non sia possibile se non ammettiamo che possa esserci conflitto…E, soprattutto, se non ci spendiamo per renderlo, il conflitto, compatibile con l’amore, l’amicizia, la collaborazione», per cui, tra l’altro, sarebbero da guardare con sospetto tutte quelle figure antifemministe di donna di cui abbondano i vangeli: la donna «che sparge unguento sui piedi e i capelli di Gesù», la «famosa Marta» che più che ascoltare Gesù vorrebbe offrirgli concreta ospitalità nella propria casa, o la Samaritana del Pozzo con cui Gesù si ferma a discorrere teneramente ma anche un po’ paternalisticamente e con parole e toni che denotano un evidente senso di superiorità.

La Muraro la vede cosí e temo sia inutile dilungarsi qui in una replica che l’interessata potrebbe agevolmente trovare in un buon testo di esegesi cattolica. Una sola cosa, però, è forse opportuno affermare con forza: Gesù Cristo non ha un’aria di superiorità  indebitamente attribuitagli nei vangeli da qualche suo seguace o interprete prevenuto nei confronti delle donne o talmente prevenuto da non riuscire a superare il suo stesso ipotetico pregiudizio antifemminile. Gesù Cristo non ha una “sospetta” aria di superiorità né verso le donne né verso gli uomini semplicemente perché è superiore, perché è non solo esistenzialmente ma ontologicamente superiore, semplicemente perché è Dio. Chiaro?

Ma, alla fine, si capisce bene la natura e l’obiettivo dei “sospetti” espressi da questa campionessa del femminismo accademico e militante. Il fatto è, dichiara apertamente, che le donne, pur amando «la pace e il mondo», «prima amano» e devono amare «la loro libertà». Adesso dirò una cosa che mi coprirà di vergogna agli occhi di Muraro, ma la dico ugualmente per spirito di carità più che di polemica: Eva, con l’amorevole ma colpevole complicità di Adamo, amò talmente la pace e il mondo secondo se stessa, secondo la propria malintesa e fraintesa libertà, da disobbedire a Dio e da provocare la morte per sé, per il suo compagno e per l’umanità intera.

Bene. Ritornando ora al recente e sopra citato articolo su Maria di Nazaret, cosa dice Luisa Muraro? Dice che “madre di Dio” Maria è diventata principalmente per colpa di quel Cirillo di Alessandria che più di altri avrebbe lottato perché questo titolo le fosse riconosciuto e attribuito nel Concilio di Efeso (V° secolo dopo Cristo) e che, guarda caso, fu corresponsabile «nell’uccisione della filosofa neoplatonica Ipazia». E, siccome Dio è maschio, appare chiaro il marchio maschilista di un’operazione culturale e teologica volta durante i secoli successivi a considerare Maria unicamente in funzione di un Dio concepito quale prototipo di un’umanità fondamentalmente maschile. 

Ma oggi «il femminismo cattolico» (la nostra intellettuale sembrerebbe dunque qualificarsi implicitamente come cattolica) si è finalmente incaricato di «strappare Maria alla devozione di tipo patriarcale» e di portarne in giusto risalto «il protagonismo, la mobilità, l’autonomia. La sua verginità è stata interpretata in termini d’indipendenza simbolica dagli uomini». Ma soprattutto, radicalizzando il vecchio e bimillenario schema teologico ed ecclesiastico, esso è giunto a sostenere che Maria non è solo la madre di Dio ma «Dio lei stessa… La donna che dà corpo a Dio, come non vedere Dio nel suo, di lei, corpo? Mi pare che ci sia una sentenza dell’ex Sant’Uffizio che vieta di pensarlo, ma come fermare le idee? Solo la mediocrità e la paura fermano le idee, altrimenti premono per svilupparsi».

E qui il cerchio si chiude: perché se Maria è Dio e non resa da Dio onnipotente per grazia, le donne non devono più credere nello stesso Dio in cui credono gli uomini e quindi la Chiesa fatta prevalentemente di uomini, né tanto meno devono continuare a chiedere il permesso agli uomini per fare quel che vogliono o pensano di dover fare; e, poiché escono da un lunghissimo servaggio storico-culturale, sono ben autorizzate a ritenere ormai giustificata la propria autoreferenzialità intellettuale, morale e religiosa.

Sarà, ma Maria si considerava semplicemente e sinceramente «serva umilissima di Dio» ed è ragionevole “credere” che anche oggi continui ad essere, per volontà di Dio, obbedientissima servitrice in Cristo di uomini e donne alle prese con laceranti conflitti quotidiani che ineriscono principalmente alla struttura psichica, morale e spirituale di ogni essere umano, uomo o donna che sia. Luisa Muraro è un’intellettuale, è una femminista; ma è anche cattolica? La domanda viene spontanea dal momento che lei stessa ha scritto in un suo sito che la sua “fortuna è stato il femminismo”. Il femminismo, non la sua conversione a Cristo e al suo vangelo.