Aldo Zanardo e la cultura cattolica. Un ricordo e un'interpretazione.

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Aldo Zanardo è un marxista italiano, uno dei pochi rimasti in circolazione, che, a differenza di moltissimi marxisti engagés degli anni ’60 e ’70, ha sempre manifestato un interesse non meramente polemico per la cultura cattolica, ovvero, com’egli scrive, per «la cultura degli intellettuali, specialmente di quelli interni alla gerarchia ecclesiastica», e dunque anche intesa «nel suo nucleo più basilare, nel suo nucleo metafisico-teologico ed etico» (Le culture e la politica. Cultura cattolica, cultura comunista e agire politico, in “Critica marxista”, 1986, n. 2-3, p. 193), e per la cultura cattolica soprattutto in rapporto all’agire politico.

Quando, come studente della facoltà di lettere e filosofia dell’università di Firenze, lo conobbi tra il 1968 e il 1969 nell’ambito di un seminario di studi su Karl Marx, egli era ancora giovanissimo e ne notai subito la  personalità schiva e riservata ma non priva di affabilità, e soprattutto le grandi doti di studioso e di filosofo morale. Fui però colpito in particolare dal suo attaccamento alla didattica, dal modo puntiglioso di preparare le lezioni, dalla chiarezza del suo eloquio, dalla stimolante essenzialità delle sue argomentazioni, dalla fecondità complessiva del suo modo di insegnare e trasmettere conoscenza: in un ambiente accademico-filosofico fiorentino, bisogna dire, in cui davvero pochi erano i docenti dediti a tenere regolarmente lezione o capaci di impartire lezioni realmente memorabili.

Poi io, piuttosto timido ma molto diretto e schietto nelle relazioni interpersonali, ebbi la fortuna di entrare subito in sintonia con lui, a differenza di quanto mi sarebbe accaduto allora e nei decenni successivi con tanti altri suoi colleghi marxisti e non marxisti, dal punto di vista umano e intellettuale, e la conseguente opportunità di comunicazione che mi venne da lui cordialmente concessa ci consentí di accantonare se non di superare in buona parte le nostre differenze ideologiche (io ero come sono un cattolico) e di dialogare per tutto il periodo universitario sino alla tesi di laurea con risultati filosofico-culturali, e anche linguistico-lessicali, molto proficui per il mio personale processo formativo.

Posso dire che quasi tutto quel che appresi a Firenze, e non fu poco, anche sotto il profilo logico-metodologico, lo dovetti e lo devo ancor oggi a Zanardo. Posso dire che persino la mia “umanità”, un po’ ruvida e sospettosa, avrebbe risentito beneficamente di quell’incontro. Tutto questo, tuttavia, non bastò ad evitare che tra noi, subito dopo il conseguimento della laurea, venisse a maturazione qualche non accidentale e sia pure inespressa incomprensione, della cui natura è qui inopportuno parlare, che avrebbe determinato una prolungata sospensione se non una rottura del nostro rapporto umano e culturale e che ancor oggi ci tiene spiritualmente distanti se non lontani.

Con questo scritto sul giudizio in vero molto articolato e complesso di Zanardo sulla cultura cattolica, vorrei anche tentare, nel rendergli omaggio, di interloquire con lui per mostrare che il modo di essere cattolici e di essere marxisti è questione di gran lunga più importante di quella relativa ad un confronto tra cultura cattolica e cultura marxista, cosí come il modo di essere cattolici è questione ben più importante del dirsi o del professarsi cattolici e il modo di essere marxisti o altro è questione più rilevante del professarsi tali. Perché, sul piano filosofico e culturale, ci sono tanti cattolicesimi e tanti marxismi, e si possono certo esprimere opzioni diverse su ambedue i fronti, ma la domanda davvero basilare e qualificante è la seguente: qual è la specificità inconfondibile di una fede marxista e di una fede cattolica, a quali condizioni una fede cattolica non è erronea ma coerente rispetto agli insegnamenti del suo divino fondatore e una fede marxiana e/o marxista non è erronea o incoerente rispetto a certi steccati “dottrinari” fissati dallo stesso Marx?

Zanardo infatti passa in rassegna diverse forme storiche di cattolicesimo, con particolare riferimento a quelle delineatesi a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, senza peraltro nascondere le sue preferenze, ed auspica una volontà di confronto critico e, ove possibile, di convergenza teorico-politica tra le più aperte e avanzate espressioni della cultura cattolica contemporanea e altre culture pure importanti del mondo contemporaneo come quella liberaldemocratica e quella comunista, ultimamente e giustamente colpevoli entrambe, secondo la stessa cultura cattolica, di giustificare «la vita sociale che c’è: imperniata sul relativismo e sul soggettivismo» e di favorire, sia pure per vie e con accenti diversi, processi non di discontinuità e rottura rispetto all’ordine economico e sociale esistente ma di sostanziale continuità o contiguità anche se verniciati di generico e spesso ambiguo spirito riformistico (Ivi, pp. 194-195). 

C’è già da qualche decennio una cultura cattolica, dice Zanardo, non sprovvista di criticità, non conservatrice politicamente e non evasiva o consolatoria eticamente, ma, per quanto sostenuta da una tensione escatologica e profetica, molto più impegnata nel “civile” o nel “sociale” che non nello specifico “politico”, benché quest’ultimo sia un terreno di fondamentale importanza per le sorti della comunità nazionale e dell’intera civiltà umana. Di qui una certa sua passività, una certa sua insufficienza di apporto critico-culturale proprio sul piano politico, anche se, egli precisa, già nel primo Marx «la coscienza religiosa non esprime e non legittima, con il suo Dio, solo un mondo di dominati e di forze dominanti» ma anche «la protesta della creatura oppressa contro la miseria reale» (Ivi, pp. 200-201). Sarà forse consentito di precisare: contro ogni genere di “miseria reale”.

Da una parte, quindi, questa cultura cattolica è cultura di accettazione di questo mondo, ma dall’altra e contemporaneamente è cultura di protesta, di criticità, di forte utopia escatologica. Bisogna sopportare questo mondo, e per questo occorre non fare esclusivo affidamento sull’agire politico, non tuttavia per lasciarlo cosí com’è e per sperare di farne parte ma per migliorarlo e contribuire a trasformarlo in quel regno di “perfetta giustizia”, come dice l’apostolo Pietro, che già sussiste nella mente di Dio in una sua dimensione ontologica e metafisica di totale compiutezza.   

Ora, questa cultura, che si sforza altresí di approfondire continuamente il senso spirituale e religioso delle narrazioni evangeliche, avverte non una volta ma sempre «l’esigenza di ridefinire la sua etica, la sua visione di ciò che sono i valori» (Ivi, p. 205), giungendo in tal senso a riflettere criticamente sullo «stesso modo di essere della tradizione, del magistero, della Chiesa» e a fissare in particolare la sua attenzione su «valori di grande respiro» quali sono «la giustizia e, quantunque in modi che non ci sembrano soddisfacenti, la liberazione degli individui» (Ivi, p. 205).

A questa cultura cattolica, cosí capace di criticità e di mobilitazione etico-civile, «di apertura alla solidarietà, all’aiuto volontario degli altri, al donare disinteressato» (Ivi), Zanardo, nel ribadire come l’agire politico specialmente oggi sia «determinante», chiede insistentemente perché mai essa investa «poco del suo patrimonio di criticità nell’agire politico», sí da apparire militante socialmente o civilmente ma non anche politicamente (Ivi, p. 207). Dovrebbe investire di più nella politica non nel senso che tale cultura dovrebbe interamente applicarsi ed esaurirsi nella prassi politica quotidiana e magari in quella di una determinata formazione politica, ma nel senso che quanto meno, e la stessa considerazione vale almeno in parte per la stessa cultura comunista odierna, non rinunci ad «esercitare influenza sull’agire politico» (Ivi, p. 208), e ad interagire utilmente con culture eminentemente politiche come quella liberale e democratica e come quella comunista.

Quest’ultimo è un punto che sembra stare particolarmente a cuore a Zanardo. Egli scrive: «A me pare di vedere ancora nella cultura cattolica una tendenza a fare parte a sé, a situarsi in una posizione alta e sua, in una posizione in cui si ritiene di sapere davvero, al di là di ogni dubbio, al di là di ogni comparabilità con le altre culture, tenere presenti i valori ultimi, l’utopia, la criticità. Di qui una diffidenza verso il mondo dell’agire politico. E di qui una diffidenza verso la cultura liberale e democratica e verso la cultura comunista, una sorta di incapacità di istituire e praticare rapporti paritari con queste culture, con le culture che, tradizionalmente, sentono la responsabilità di incanalare conoscenze e indicazioni di valore verso l’agire politico e verso la società. In uno dei documenti preparatori del secondo convegno della Chiesa italiana, si rilevava che “l’opera dello Spirito nella comunità degli uomini è più estesa e imprevedibile della comunità cristiana”. Dunque la causa dei valori ultimi, dell’utopia, non cammina solo attraverso la cultura cattolica, non abita solo nella sua posizione alta. Tuttavia, non si può dire…che la cultura cattolica abbia delle altre culture un sentimento corrispondente a questa indicazione. Questa cultura, che pure viene ponendo sempre più ai margini le sue versioni più integriste, è ancora legata a una tradizione di autosufficienza, alla propensione a ritenere di essere l’unica cultura vera, l’unica cultura che regge di contro al fallimento, al fallimento che essa dichiara, delle culture della modernità» (Ivi, p. 210).

In sostanza, la richiesta e l’augurio di Zanardo è che la migliore cultura cattolica voglia finalmente porsi sullo stesso piano delle altre culture e sul piano «di un confronto effettivo, non vago, con l’agire politico» (Ivi, p. 211).  In questo modo, essa non perderebbe certo la sua distintività critico-valoriale, anche perché la «pluralità delle culture è un bene vitale» e persino «una distinzione-competizione, assicura alla società e all’agire politico un apporto di messaggi di valore più differenziato e completo. Ma, appunto, la distinzione, lo stare insieme nella distinzione: non un atteggiamento di solitudine e di diffidenza» (Ivi, p. 211).

La persistente autosufficienza della cultura cattolica. Che dire? In parte è vero, nel senso che all’intellettuale come all’uomo comune cattolico basta Cristo; in parte non è vero, perché nel nome e per conto di Cristo una sana intellettualità cattolica è portata a non disprezzare nulla, ad accogliere tutti e tutto, all’unica condizione che non le venga preclusa la possibilità di esprimere giudizi liberi e franchi, di lasciarsi andare talvolta financo a qualche indignata ma sincera e non maliziosa enfatizzazione polemica e di testimoniare infine con parole ed atti proprio la sua identità e la sua specificità religiosa. Che poi lo Spirito Santo agisca anche al di là della comunità cristiana, mi pare assolutamente giusto, ma proprio per questo un’ideale ed integra intellettualità cattolica non dovrebbe mai opporsi aprioristicamente ad apporti di pensiero e di vita provenienti da altre culture, e ove invece lo faccia commette un errore e un peccato contro lo Spirito, salvo poi a riservarsi di accoglierne cose ritenute buone e vitali e di respingerne cose ritenute inutili o dannose.

L’intellettuale cattolico si pone sempre al servizio della verità e di tutto ciò che possa concorrere alla migliore conoscenza possibile della verità, ma non è uno che, per un malinteso spirito di tolleranza e di carità, dica sí a tutto e a tutti o semplicemente a cose ritenute importanti da culture altre che pure godano di ampia rispettabilità in taluni grandi o piccoli circuiti accademici e culturali di diverso segno ideologico. Persino nei confronti della sua Chiesa, egli deve essere insieme obbediente e criticamente autonomo, poiché non è solo parte della Chiesa ma egli stesso è Chiesa, annunciatore e costruttore della Chiesa di Cristo, suo sacerdote regale che ha il compito di testimoniare personalmente la sua appartenenza a Cristo.

L’intellettuale cattolico si mette a disposizione del mondo pur sapendo di non poter e voler desiderare le cose e gli onori del mondo e si mette a disposizione di qualunque suo prossimo che possa aver bisogno di lui (perché chi altri è il prossimo evangelico se non colui che abbia bisogno di te o di me?): bisogno non solo e non tanto della sua elemosina e della sua pietà, ma della sua compagnia, della sua intelligenza, della sua sensibilità, di tutte le sue risorse spirituali. Questo intellettuale cattolico, che opportunamente tende a starsene per i fatti suoi e a non comunicare con ambienti che non abbiano alcuna intenzione di trattarlo “paritariamente”, sino a quando appunto non gli si mostri sincero apprezzamento e non gli si riconosca lealmente la capacità di poter essere utile, e non venga apertamente legittimato nella sua funzione sociale e culturale, naturalmente è molto diverso da tanti intellettuali cattolici, spesso intellettualmente mediocri quanto esistenzialmente ambiziosi e supponenti, che fanno di tutto per acquisire conoscenze personali a destra e a manca non tanto perché abbiano fame di conoscenza e di verità, non tanto per integrare l’umanità del loro spesso misero bagaglio spirituale, ma solo per motivi di potere accademico e di tornaconto personale.

Zanardo è tornato anche più recentemente sull’orgogliosa e quasi aristocratica solitudine dell’intellettuale cattolico. Nel suo articolo sulla prima enciclica di Benedetto XVI, egli ha scritto: «il cristianesimo del pontefice è davvero solo e autosufficiente. La vocazione della fede cristiana non è stare con gli altri, riflettere sulla propria identità in relazione amica con le identità delle altre fedi e culture; e’ dare testimonianza di sé, essere orgogliosa di sé, essere eccezionale» (Il cristianesimo del nuovo pontefice. Alcune osservazioni sulla “Deus Caritas est”, in “Critica marxista”, 2006, n. 2, p. 24). Qui c’è poco da dire: se non che il cristiano-cattolico basso si trova senz’altro esposto a un simile rischio, mentre il cristiano-cattolico alto, che sempre si sforza di rimanere in compagnia di Gesù nel Getsemani, è per definizione destinato ad una qualche solitudine non solo e non tanto intellettuale ma esistenziale che non è però né orgogliosa né aristocratica ma semplicemente agonica e tragica. Purtroppo proprio il sentirsi bersaglio di simili accuse costituisce talvolta una delle croci che il cattolico, naturalmente propenso a sottostimare le sue virtù e ad essere invece ben consapevole delle sue debolezze e dei suoi limiti, deve portare vita natural durante. Peraltro, questa dell’autosufficienza e della solitudine è critica che potrebbe ben attagliarsi a chiunque: al credente come al laico, al colto come all’incolto, al cattolico come al liberale e al comunista. Per non dire che un pensatore laico come Giulio Preti ne rivendicava un significato positivo e un tratto distintivo del vero uomo di pensiero: “il filosofo”, scrisse una volta, “è solo e aristocratico”. Dunque, lo dico con molta franchezza, appare poco significativa questa specifica critica di Zanardo. Sarà anche vero che la cultura cattolica resta ancora diffidente verso il marxismo e il comunismo. Ma le “diffidenze” tra cultura cattolica e cultura comunista non nascono forse dalla storia, dai fatti? E non sono forse diffidenze reciproche con ragioni umane forse più o meno comprensibili, a voler essere generosi, da ambo le parti? Anche qui bisogna essere, penso, più realisti.

Se Zanardo parlasse a titolo personale, il discorso forse sarebbe diverso, perché egli sul piano morale non ha molto da apprendere non solo da tanti suoi ex o attuali compagni di partito ma anche da tanti intellettuali cattolici che pure lo ossequiano talvolta strumentalmente ed ipocritamente, fermo restando che anche lui, avendone avuto io esperienza diretta, non appare evidentemente privo di limiti e di insufficienze almeno dal punto di vista dialogico e comunicativo.

Ma Zanardo parla a nome e per conto della cultura comunista in genere, sebbene si riferisca alle sue forme più avanzate e meno prevenute nei confronti della cultura cattolica, ed è dunque difficile capire le ragioni del suo stupore e dei suoi rilievi critici al riguardo. La cultura cattolica può certo stare insieme alle altre culture e più segnatamente a quella comunista, ma cominciando in piccolo, con pazienti e rispettosi, e davvero “paritari”, rapporti interpersonali, non certo con frequentazioni di “alto livello”, con incontri accademici ufficiali, con convegni o celebrazioni di alto profilo istituzionale. Il mondo si umanizza poco per volta e chi veramente ci tiene non punta immediatamente a dialogare con il papa della Chiesa cattolica o con i suoi alti prelati ma con chi altrettanto degnamente sul piano intellettuale e spirituale se non su quello istituzionale potrebbe ben rappresentare la Chiesa di Cristo.

Forse Zanardo ha incontrato e conosciuto cattolici che avrebbero potuto onestamente e utilmente cooperare in senso critico con la sua cultura comunista, ma forse egli non ha saputo o non ha voluto trattarli “paritariamente”. Cattolici non rozzi ma ben educati, si intende, anche se non dotati di un’educazione perbenistica e cosí ossequiosa come quella di taluni accademici cattolici che non sono capaci di protestare ad alta voce contro le molteplici forme di corruzione accademica e di manifesta ingiustizia cui esse danno luogo, contro un nefasto spirito massonico ben radicato negli ambienti universitari ed extrauniversitari e in tanti esponenti “cattolici” e “comunisti” che compromette la libertà e l’indipendenza del sapere intellettuale e inquina pesantemente la ricerca stessa della verità, contro una volgarizzazione crescente della vita vissuta più che di quella meramente pensata. E’ cosí o non è cosí? Deve riflettere Zanardo, perché se fosse cosí, le sue lamentationes avrebbero ben poco senso. 

D’altra parte, un buon intellettuale cattolico, che, a parte il sostrato ateo o irreligioso, può apprezzare senza difficoltà molte cose della lezione marxiana, non può non condividere quanto a Zanardo rimproverava più di un decennio fa il compianto Adriano Bausola, che, dopo aver preliminarmente osservato come non sia pensabile che la fede cattolica «sia irrilevante per la condotta degli uomini associati, sul piano civile, sociale e politico» (Le ragioni della libertà, le ragioni della solidarietà, Milano, Vita e Pensiero, 1998, p. 124), e dopo aver opportunamente precisato che, poiché cristianamente «le indicazioni di vita per l’aldiqua sono essenzialmente legate alla visione, alle prospettive, alle speranze per l’aldilà», per cui «non è possibile ritenere che il progresso della storia, cosí come lo vede il cristiano, sia identico, nelle dimensioni civili e sociali, a quello pensato dal non credente, in una sorta di neutralità metafisica (e religiosa)» (Ivi), eccepiva che Zanardo, visibilmente affezionato all’idea di «un cattolicesimo depotenziato», «ha ragione quando riconosce in molti cristiani un maggiore impegno, rispetto al passato, per i valori della giustizia, della solidarietà, della pace; ma poi sbaglia quando sembra ravvisare l’affinamento della religiosità cattolica nell’abbandono, presente in taluni, di dogmi decisivi, e nell’accettazione, su certi temi di morale familiare e sessuale, di posizioni che sono ben in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa» (Ivi, pp. 125-126).

Ho detto che, senza lesioni per la sua fede, un buon intellettuale cattolico può accettare molti suggerimenti del pensiero marxiano e di certi suoi autorevoli e seri esponenti contemporanei. Ma un buon intellettuale comunista, formatosi prevalentemente su testi canonici del marxismo critico e rivoluzionario, potrà mai prendere in considerazione l’ipotesi per cui alcuni capisaldi della fede cattolica, quali la divina natura di Cristo, la divina origine della maternità di Maria di Nazaret e la sua perpetua verginità, la resurrezione dei morti, la remissione dei peccati, la vita eterna, non possono non essere alla base di qualunque pensiero, di qualunque scelta e atto venga facendo e compiendo un individuo degno di chiamarsi cattolico? Un buon intellettuale comunista riuscirà mai a capire la vera natura di certi gesti apparentemente irrazionali e autolesionistici di un cattolico seriamente impegnato anche su un piano intellettuale e filosofico e di un cattolico portato in modo del tutto naturale, specialmente in casi di particolare emergenza etica, a dire “, , no, no”? E riuscirà a battersi per la giustizia e la liberazione degli uomini, come potrebbe fare un dignitoso, dignitoso non orgoglioso, intellettuale cattolico, anche a costo di non poter più contare sulla stima di nessuno, di rimanere completamente isolato, di rompere ogni legame corporativo, accademico, o più semplicemente consuetudinario, non già col mondo ma nel mondo?

Perché questo è il punto: il cattolico, intellettuale o non intellettuale che sia, non ama la solitudine e tanto meno è orgoglioso di essere solo, ma semplicemente, per ostinato e rigoroso amore della verità, e pur conscio dei suoi errori e dei suoi limiti, patisce la solitudine come un peso doloroso e oppressivo di cui farebbe volentieri a meno se solo gli fosse possibile attenuare spiritualmente la radicalità, forse non priva di umano risentimento ma comunque sensata e sicuramente profetica, dei suoi giudizi e delle sue scelte.  

Aldo Zanardo si è sforzato di elaborare, in oltre mezzo secolo di lavoro filosofico, un pensiero materialistico non univoco e non riduttivo, e che, per usare le sue stesse parole, «riesce ad avere molti sensi, molte capacità di farci capire, di teorizzare, in modi non riduzionistici e non rigidi l’esperienza» (Un orizzonte filosofico materialistico, in “Critica marxista”, 1986, n. 6, p. 41). Poiché io, pur apprendendo l’essenziale da Cristo, ho imparato molte cose utili da lui, cosí come egli riconosce di aver molto imparato da Cesare Luporini e in particolare «avere un orizzonte filosofico; cercare che sia un orizzonte forte e non unilaterale, un orizzonte che abbia molti sensi, che ci spieghi molto della problematica dell’esperienza; saper capire che, per evitare che questi sensi si restringano, occorre instancabilmente impegnarsi ad ampliarli e sapere, sull’orizzonte filosofico che abbiamo scelto, interrogarsi, avere sospetti con ininterrotta inquietudine, con ininterrotta preoccupazione che ciò che non è mai capito abbastanza e che è sempre da capire ancora e di più è la problematica sterminata dell’esperienza» (Ivi), non posso non chiedere, a conclusione di questo ricordo e di questa interpretazione, e in segno di stima e gratitudine immutate, se all’interno di un siffatto percorso teorico non possa accadere di capire anche quanto segue: che la fede cattolica, più della cultura cattolica, è un prezioso strumento della e per la ragione e non oltre o contro la ragione; che la vera ed inconfondibile specificità del cattolicesimo non è da cercare tanto nelle sue variegate valenze storico-culturali quanto nella qualità intrinseca delle sue espressioni spirituali che sono tanto più alte e significative quanto più in esse la verità che veicolano o vorrebbero veicolare venga a coincidere con il suo stesso farsi pratico, anche nel quadro di comportamenti che non siano soggetti a disinvolti sdoppiamenti tra pubblico e privato; che la fede cattolica non è equiparabile ad altre fedi religiose allo stesso modo di come la verità, pur mai perfettamente raggiungibile, non è equiparabile all’eresia, scientificamente feconda ma religiosamente nefasta; che la fede cattolica o fede tout court, se è fede sincera e veramente vissuta in Cristo, induce a sperare non vanamente che persino gli errori come i peccati riconosciuti da chi li abbia commessi conferiscano un senso alla vita e possano essere alla fine premiati con il perdono e il sorriso di Dio.

Tutto questo mi sento di dover chiedere, anche se serba intatto tutto il suo valore culturale e politico l’augurio che Zanardo formulava nel 1985 circa la potenzialità cattolica «di sollecitare la produzione di valori generali nelle altre grandi culture» contemporanee in funzione non già del «destino delle culture degli italiani» ma del destino stesso degli italiani (“Critica marxista”: un contributo di Aldo Zanardo al convegno ecclesiale di Loreto, in “Adista”, 1985, n. 28).