Charles Darwin, l'evoluzione. Un punto di vista cattolico.

Scritto da Francesco di Maria.

 

Per il filosofo della scienza Telmo Pievani (Intervista di I. Malara nel sito “Lo Sgamato”, 12 febbraio 2012, per il “Darwin Day 2012”) Darwin è stato ancor più dirompente e rivoluzionario di un Galileo, di un Marx e di un Freud, nel processo storico-scientifico-culturale di demolizione dei dogmatismi e dei pregiudizi etico-religiosi. Nessuno, egli afferma, come e più di Darwin ha saputo incrinare e mortificare la presunzione e il narcisismo umani, perché il fatto che, grazie a lui e alla sua teoria dell’evoluzione per via di selezione naturale, l’uomo si sia visto improvvisamente e inaspettatamente in compagnia di quelle scimmie rispetto a cui per millenni si era sentito molto più in alto, deve aver necessariamente prodotto in tanti umani un senso di profondo smarrimento e di radicale e frustrante ripensamento della propria identità.

Ma Pievani aggiunge che Darwin non deve essere considerato solo nella sua pur rilevante e preziosa carica critico-distruttiva, bensí anche e soprattutto come un altissimo e reale esempio di “umiltà” che si diversifica profondamente dall’umiltà prevalentemente retorica di cui parla la teologia cattolica. Perché? Perché, dice Pievani, «dicendoci che la natura muta, cambia continuamente, senza seguire una via prestabilita o un progetto, ma in virtù del fatto che gli organismi viventi tendono a conservare quelle variazioni casuali più vantaggiose in relazione alle richieste dell’ambiente in cui si trovano (sostituendo cioè, come scrive Giorello, “alla teologia naturale la selezione naturale”), Darwin in realtà ci sta insegnando qualcosa di molto, molto più grande. Credo si tratti di umiltà. Quella stessa umiltà rivoluzionaria che gli permise di concepire come possibile uno scenario in cui gli esseri viventi sono “tutti legati in un’unica rete”, e che permette a noi oggi di vederci come gli unici in grado di elaborare dottrine etiche che si distaccano dall’“essere” nudo e crudo della natura per entrare nel campo normativo del “dover essere”, senza che questo ci allontani di un solo passo dai nostri cugini scimpanzé. Ogni specie è unica a suo modo, nessuna più speciale delle altre. Umiltà e pluralità: siamo tutti parenti, tutti facenti parte di una grande ed eterogenea “famiglia” immersa nel mare delle contingenze. Un bel passo avanti rispetto a quando non facevamo entrare nel “club” nemmeno alcuni individui della nostra stessa specie!» (Ivi).

Pensate un po’: grazie a Darwin abbiamo capito che, pur essendo oggi diversi da tutti gli altri esseri esistenti in natura, noi umani siamo parenti di tutte le altre specie e in particolare dei nostri cugini scimpanzé. E pensare che noi altri cattolici abbiamo preteso per circa due millenni di meritare il nobel morale per l’umiltà credendo semplicemente che fossimo destinati a ritornare a quello stato argilloso, fangoso, polveroso da cui un giorno eravamo venuti alla luce e al mondo in un modo che a molti appare ancora misterioso!

A dire il vero, Charles Darwin, nonostante il suo progressivo avvicinamento a posizioni scettiche ed agnostiche, un atto di umiltà lo aveva veramente compiuto decidendo di concludere il suo On the Origin of Species by Means of Natural Selection (o meglio, ed è ancor più significativo, le edizioni di questa famosissima opera successive a quella originale del 1859) in questi termini: «Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue diverse potenzialità o forze, originariamente impresse dal Creatore in poche forme o in un’unica forma; e mentre il nostro pianeta ha continuato a ruotare secondo l’immutabile legge della gravità, da un semplice inizio innumerevoli forme bellissime e meravigliose, si sono evolute e continuano ad evolversi».

Dove appare chiaro, per chi voglia vedere e capire onestamente, che l’ateismo non figura né come elemento costante né come elemento necessario del pensiero darwiniano, anche se occorre doverosamente precisare che, da un punto di vista strettamente teorico, in questa stessa opera egli utilizza sempre l’espressione “discendenza con modificazione” anziché la parola “evoluzione” forse temendo che quest’ultima, che per lui era solo il risultato del caso e della necessità (ambedue intesi tuttavia in un’accezione scientifica ancora per nulla incompatibile con il concetto di Provvidenza o di Governo divino), suggerisse un nesso troppo stretto con il concetto di progresso e avvicinasse quindi nuovamente la sua idea meccanicistica di evoluzione all’idea teleologica o finalistica di evoluzione quale era stata concepita da Jean-Baptiste Lamarck.    

Proprio un brano del genere, non estrapolato arbitrariamente dalla complessiva indagine scientifica darwiniana e che invece rispecchia la stessa intima sobria e tormentata ricerca religiosa del biologo naturalista inglese (che, si tenga presente, aveva smarrito la sua fede cristiana dopo la morte della figlia Annie nel 1851), dovrebbe forse suscitare qualche dubbio in quegli studiosi di Darwin (si pensi qui, a titolo esemplificativo, ad A. La Vergata, Colpa di Darwin? Razzismo, eugenetica, guerra e altri mali, UTET, 2009) che nella sua teoria dell’evoluzione non ritengono osservabile alcuna traccia di finalismopresente alcuna concessione al mistero inteso non nel suo banale senso naturalistico ma nel suo possibile e più specifico significato sovrannaturale.

Lo stesso prof. La Vergata, rispondendo ad un anziano cattolico preoccupato del fatto che l’evoluzione darwiniana venisse usata per spazzar via il mistero dalla vita del mondo e degli uomini, ebbe a dire qualche tempo fa a Firenze in occasione della presentazione del libro sopra citato: «Il mistero dopo Darwin non corre rischi. Solo che non è necessario pensare al mistero come a qualcosa che esuli dalla natura. Il mistero non si difende invocando il sovrannaturale. La natura è cosí piena di misteri! Si pensi, per esempio, al mistero della morte». Queste furono le parole proferite da La Vergata con un tono tra il professorale, il supponente ed il sarcastico. Peccato che nessuno fosse capace o fosse oggettivamente nella condizione di fargli notare che altro sono i cosiddetti misteri dell’universo, ovvero le sue realtà immanenti ancora nascoste oscure e indecifrabili, altro è invece è il mistero vero e proprio, cui più seriamente si riferiva il signore cattolico del pubblico fiorentino, quello cioè che denota qualcosa che esula dai limiti strutturali della capacità razionale dell’uomo e che può essere in qualche modo compreso solo attraverso la fede in una verità rivelata. Peraltro, proprio il mistero della morte, evocato da La Vergata, come altrimenti o più proficuamente potrebbe essere trattato o affrontato in sede razionale se non alla luce della teoria cattolica del peccato originale, della grazia divina e della risurrezione di Cristo?

Io non penso affatto che Darwin, per quel che ne so, abbia inteso degradare l’uomo; non saprei dire d’altra parte quanto razzismo e quanta inconsapevole apologia delle perversioni umane e storiche ci sia nel suo pensiero, indipendentemente dal fatto che la sua epoca e la cultura del suo tempo fossero pervase da idee razziste, eugenetiche o cariche di aggressività pulsionale. Sono invece persuaso del fatto che di Darwin si faccia spesso un uso “ideologico”, “strumentale” e “propagandistico” non solo da parte dei suoi nemici e di tanti suoi nemici “cristiani” (in particolare i “fondamentalisti creazionisti” protestanti di origine statunitense) ma anche da parte di tanti suoi estimatori e cultori “laici”, tanto apparentemente equilibrati e distaccati sul piano degli studi accademici quanto orgogliosamente e perfidamente scettici circa la tesi relativa all’esistenza di un Creatore e circa la fede in un Dio misericordioso e giusto che preferisca i piccoli e i semplici agli intelligenti e ai sapienti.

In realtà una buona parte di esegeti darwiniani tendono ad usare il pensiero di Darwin e la sua teoria dell’evoluzione come paravento teorico delle proprie tendenze psicologiche a credere nella superiorità intellettuale e/o morale di taluni individui (tra cui collocano se stessi) rispetto alle qualità generalmente mediocri delle masse o dei più, per cui è comprensibile che essi non possano poi avallare né ipotesi teistiche, né idee e valori religiosi trascendenti, né tanto meno la fede cattolica che ha il suo acme nella crocifissione e nella risurrezione di Cristo.

Già, il Cristo morto e risuscitato per noi tutti e per la salvezza di ognuno di noi. Chissà come si dovrebbe considerare secondo questi esperti di Darwin e alla luce della sua teoria dell’evoluzione quel Cristo schernito e oltraggiato, quel Cristo schiaffeggiato e crocifisso: come un individuo non adatto all’ambiente e perciò destinato a non sopravvivere, come un essere debole e destinato a cedere il passo ai più forti di lui, come un soggetto intellettualmente incapace e moralmente passivo da eliminare perché altrimenti destinato a contaminare la razza umana e a causare un danno evolutivo? Non scherziamo, direbbero i presunti seguaci “laici” di Darwin: l’evoluzione darwiniana implica anche l’affinamento e la prevalenza storico-naturale di un modo di pensare e di sentire, implica una finezza di qualità ideali e spirituali, un senso elevato della simpatia umana, della compassione e della solidarietà verso i propri simili. Certo, certo: ma implica tutto ciò anche in senso cristiano? No, naturalmente, in questo senso proprio no.

E perché no? Perché, a differenza del cristiano – che, se anche intelligentissimo e sapientissimo e consapevole di perseguire correttamente e rigorosamente la verità, si sente intimamente e senza ipocrisia alcuna  una nullità e si sente una nullità per il fatto stesso che si sa del tutto contingente e limitato al cospetto di un Creatore, di un Padre, di un Salvatore, che è anche padrone e giudice della sua vita e può decidere in ogni momento se farlo eternamente vivere o lasciarlo nella muta e mortale contingenza di questo mondo –  il “laico” darwiniano è portato a indossare la modestia, l’umiltà, la benevolenza, la compassione, la solidarietà o la carità, come una maschera necessaria a proteggerlo da critiche di presunzione, di unilateralità, di dogmaticità, di faziosità e di settarismo: al limite, anche di ignoranza e di arroganza, quanto più egli perseveri nel sostenere invece che la ricerca scientifica seria e priva di slanci mistici e religiosi (la sua!) è generatrice di umiltà, di rispetto e tolleranza per le posizioni e le convinzioni di tutti. 

Per certi teorici darwiniani, come del resto per ognuno di noi, potrebbero ben valere quei versetti biblici: «Non essere finto davanti agli uomini e controlla le tue parole. Non esaltarti per non cadere e per non attirarti il disonore; il Signore svelerà i tuoi segreti e ti umilierà davanti all'assemblea, perché non hai ricercato il timore del Signore e il tuo cuore è pieno di inganno» (Siracide 1, 23-29).

Peraltro, gli scienziati e gli studiosi laici non sono tutti in linea con le posizioni quanto meno agnostiche (ma Giulio Preti avrebbe detto che l’agnosticismo è un’incongruenza teoretica rispetto all’ateismo che è una posizione teoreticamente più coerente e conseguente) di un filosofo della scienza come Pievani e di uno storico della cultura come La Vergata. Faccio qui un nome per tutti: quello del professor Massimo Piattelli Palmarini, che è uno studioso dichiaratamente ateo, autore con Jerry Fodor di un volume dal titolo molto significativo: Gli errori di Darwin, Feltrinelli 2010, anche se in Italia molto discusso e molto ingiustamente criticato.

Questi, in qualità di docente di scienze cognitive presso l’Università dell’Arizona e fondatore del relativo dipartimento presso l’Istituto San Raffaele di Milano, nonché visiting professor presso la Harvard University e l’Università del Maryland ed autore di numerosi e qualificati studi specialistici, si è occupato di Darwin, di teoria evolutiva e di teoria della selezione naturale, studiando a fondo le posizioni di alcuni grandi “revisionisti” del darwinismo quali Steve Gould e Richard Lewontin e di biologi ancora più critici verso Darwin quali Eugene Koorin, Carl Woese, Lynn Margulis, Gabriel Dover, Stuart Newman, Leonard Kruglyak, e ha rilasciato la seguente dichiarazione: «A mio avviso la teoria di Darwin, come ogni altra teoria scientifica, giusta o sbagliata che sia, non può dirci niente sull’esistenza o meno di un Creatore. Io non credo affatto a un Creatore, ma non vedo perché un credente non possa accettare che tale supremo ente abbia impostato le leggi della natura e poi abbia lasciato che il cosmo si svolgesse seguendo tali leggi. Se, dico se, la selezione naturale fosse davvero tale legge universale, un credente potrebbe benissimo tollerare che la vita si sia sviluppata seguendola» (Intervista nel sito "Unione Cristiani Cattolici Razionali", 15 febbraio 2012).

Ha quindi aggiunto: «Darwin è stato uno dei massimi scienziati di ogni tempo e oggi non saremmo dove siamo, nella teoria dell’evoluzione, senza di lui. Anche chi, come me e Jerry Fodor e altri, critica alcuni aspetti della sua teoria, fa riferimento a Darwin e si sente tenuto a spiegare perché lo critica. Celebrare le ricorrenze darwiniane mi sembra del tutto legittimo. C’é, però, una sorta di plusvalore, di eccesso retorico a mio avviso ingiustificati. Molti sostengono che la biologia è diventata veramente scienza solo grazie a Darwin e che la sua teoria ha disciolto le nebbie dell’ignoranza, del bigottismo religioso e della superstizione. Richard Dawkins ha scritto che, prima di Darwin, non si poteva essere razionalmente atei. Queste sono sciocchezze, purtroppo credute e ripetute. Dawkins pare ignorare l’esistenza di Giordano Bruno, Spinoza, Laplace e Kant, solo per citare questi. Inoltre, il nucleo della teoria darwiniana, specie se molto semplificato, lo si può spiegare in pochi minuti anche a un bambino. Questo non lo si può fare con Einstein e nemmeno con Pasteur o Galileo. La teoria darwiniana vera e propria non è poi cosí semplice e lui stesso ne aveva visto i limiti e alcuni paradossi (come l’origine dell’altruismo). Ma esiste una vulgata semplificata che tutti possono capire. Difficile contrastare questi fattori di plusvalore. Si viene subito presi per creazionisti».

Ma, pur essendoci concretamente il rischio di essere presi per creazionisti, spiega Piattelli Palmarini in un'intervista del 24 marzo 2010 al giornale "Il Foglio", la «nostra critica è totalmente laica e lontana da risonanze creazioniste o legate al ‘disegno intelligente’. E’ una critica fatta in nome di una scienza migliore, di una spiegazione dell’evoluzione biologica interamente naturalistica». Una critica però consapevole che «in realtà non sappiamo molto bene come funzioni l’evoluzione; non lo sapeva neanche Darwin, e non lo sa esattamente (per quel che possiamo stabilire) nessun altro. ‘Sono necessarie ulteriori ricerche’, come si usa dire. Può darsi che siano necessari secoli di ulteriori ricerche». 

Ora, capisco bene che un cattolico possa essere tentato di farne un uso strumentale, e in tal caso peggio per il cattolico, naturalmente; ma, in ogni caso, ben più importante è che darwiniani come Pievani e La Vergata ne facciano un uso utile e proficuo per i loro studi e soprattutto per un ripensamento del loro atteggiamento spirituale in relazione alla fede e alla problematica religiosa e cristiana, con la speranza che entrambi, certamente visibilissimi in ambienti accademici  esclusivi e blasonati  anche se non sempre intellettualmente vivaci ed efficaci, abbiano un po’ di umana comprensione verso un modesto ma sincero dilettante del sapere come lo scrivente e non vogliano includerlo punitivamente, come direbbe uno di loro, tra quei «poveracci isolati in cerca di visibilità sul web».

Certo, spiace dover dare l’impressione di voler avere come cattolici per forza ragione anche in rapporto a una questione scientifica ancora  molto aperta e dibattuta, ma si hanno buoni motivi per ritenere che non l’amore di polemica bensí l’amore di verità sia alla base di questa ennesima presa di posizione. La cultura cattolica è stata ed è troppe volte timida ed arretrata sul piano scientifico o meglio della cultura scientifica, ed è invece opportuno che ogni cattolico che ne abbia la capacità (ma molti cattolici, al pari di molti laici non credenti, ne sono effettivamente privi), dal modesto divulgatore come posso essere io al più grande epistemologo e al più insigne scienziato, cominci ad esprimere con molta franchezza le sue idee e i suoi convincimenti per non avallare l'opinione, troppe volte passata giustamente o ingiustamente nella storia, secondo cui dove c’è un cattolico ci sia necessariamente un retrogrado oscurantista e secondo cui quindi un grande scienziato come Charles Darwin debba ritenersi oggi "proprietà privata"  dell’intellighenzia laica e progressista che, solo per limitarci all'Italia, fa capo a certi ambienti accademici scientificisti e non religiosi di Roma, di Firenze, di Modena o di Milano.

Ritengo, per concludere sul tema in questione, che lo zoologo Ludovico Galleni abbia perfettamente ragione: con Teilhard de Chardin è stato dimostrato «non solo che l’evoluzione è perfettamente compatibile con la teologia, ma anzi che apre nuove piste di indagine che purificano sempre più la teologia da pesanti fardelli che le vengono dal passato. Inoltre la fanno aprire al futuro nella prospettiva di un muovere verso che interessa tutto l’Universo: della materia verso la complessità e là dove si creano le condizioni verso la vita e della vita verso ulteriore complessità e la coscienza. Quando si giunge all’essere pensante (all'essere coscienza riflessa di Teilhard de Chardin) ecco che il muovere verso diviene muovere verso l’alleanza, la redenzione e la salvezza. Ma nella prospettiva teilhardiana vi è un ulteriore importante passo: il muovere verso procede verso la seconda venuta di Cristo grazie ad una nuova umanità che si evolve su una terra costruita dall’azione umana illuminata dall’Alleanza» (Intervista a Ludovico Galleni, “Nessun conflitto per i cattolici” del 20 febbraio 2012 nel sito “Unione Cristiani Cattolici Razionalisti”). 

Lo credo, lo spero, ritengo più che ragionevole crederlo e sperarlo, contrariamente a chi pensa, a torto, che ragione e scienza non offrano alcuna base scientifica alla fede in un Dio creatore e in un Dio che operi nella storia degli uomini per salvarli dalla morte e dal nulla.