Tra morte e paradiso

Scritto da Stefano Colomba on . Postato in Compagni di viaggio, articoli e studi

 

La morte, nella forma e nella funzione distruttive in cui la conosciamo, non fu creata da Dio ma entrò nel mondo «per invidia del diavolo» (Sap. 2, 24) che fu capace di sedurre l’umanità verginale uscita dalle mani di Dio inducendola a ribellarsi all’ordine da Lui stabilito. Dio fu cosí estraneo alla comparsa della morte nella vita degli uomini da mandare suo figlio ad espiare e a sacrificarsi per noi. Era proprio necessaria quell’espiazione e quel sacrificio? Non poteva Dio, nella sua onnipotenza e nella sua misericordia infinita, farne a meno e rendere meno dolorosa la sorte del Figlio unigenito? Queste domande si fanno perché non ci si rende conto di essere stati creati per un atto di amore libero e infinito e che la realtà divina non è che non voglia ma proprio non può costitutivamente, ontologicamente e spiritualmente tenere in vita una creatura che in modo altrettanto libero decida di orientarsi non già verso l’essere pieno di Dio ma verso il non essere vuoto del nulla, di quel nulla da cui fummo tratti da Dio stesso.

Dio, dopo il peccato originale, avrebbe potuto lasciarci in una morte eterna e definitiva, mentre per amore e solo per amore ha inteso rimediare a ciò a cui noi non avremmo potuto rimediare in alcun modo. E, per sottolineare che la vita da Lui data con e per amore può essere conservata solo con la volontà umana di corrispondere sinceramente e totalmente a tale amore, Egli invia il Figlio, non un uomo tra tanti ma l’uomo divino per eccellenza (che è un ulteriore ed inaudito atto di amore divino), per mostrare all’intera umanità che l’unica via da percorrere per chi aspiri a ritornare nel grembo di Dio, e nella condizione di verginale esistenza in cui le creature erano state poste, è quella dell’espiazione e del sacrificio ovvero della incondizionata donazione personale e quindi di un amore realmente sincero e disinteressato seppur sino alla fine esposto a tentazioni peccaminose e mortali.

Per il cristiano, dunque, la morte è «un porre fine alla vita dell’uomo come tempo aperto per accogliere o rifiutare l’amore di Dio in Cristo, un iniziare la vita eterna, e cioè quel vivere nuovo e per sempre che ha inizio dopo questa vita terrena, un incontrare Dio, Padre e anche Giudice, un possibile modo per esprimere un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull’esempio di Cristo» (R. Martinelli, Che cosa succede con e dopo la morte?, in “Zenit” del 2 novembre 2006). La morte sarà vinta e superata, la vita potrà continuare sebbene trasformata, se, sforzandosi di vivere da figli di Dio durante la vita terrena, chiedendo dunque frequentemente perdono dei propri peccati attraverso il sacramento della riconciliazione e nutrendosi spesso di divina sostanza eucaristica, si sarà voluto morire in e con Cristo (se moriamo con Lui, vivremo anche con Lui”, scrive san Paolo, 2 Tim 2,11) e si sarà voluto confidare completamente nella sua misericordia: solo in questo modo la “morte prima” o morte naturale, in seguito alla quale ognuno di noi sarà immediatamente giudicato sulla base delle sue opere terrene, potrà evitare di convertirsi nella “morte seconda” o morte spirituale, che è quella più temibile e definitiva includendo naturalmente in sé la stessa morte materiale.

Dopo la morte naturale ognuno di noi potrà accedere in paradiso direttamente o attraverso una fase di purificazione (purgatorio), per quanto di purgatorio non si parli molto nella bibbia, facendosene menzione abbastanza esplicita solo nel secondo libro dei Maccabei in cui si dice con chiarezza che «santo e salutare è il pensiero di pregare per i defunti perché siano assolti dai peccati» (2 Mac 12, 42-43). Dal che si evince altresí che la preghiera per i defunti era una pratica già conosciuta 200 anni prima di Cristo. D’altra parte, è noto che uno dei due “ladroni” o “terroristi” o comunque malfattori che muoiono accanto a Gesù sulla croce vada direttamente in paradiso senza passare attraverso alcuna fase purificatrice (“oggi”, gli dice infatti Gesù, “sarai con me in paradiso”) e, se persino un malfattore che verosimilmente avrebbe almeno qualcosa da purificare accede in paradiso direttamente e non tramite la mediazione del purgatorio, sembrerebbe logico pensare che anche altri peccatori penitenti e morti in grazia di Dio possano salire in cielo in modo altrettanto diretto. Non c’è invece alcun dubbio, sulla base degli stessi vangeli, sull’esistenza dell’inferno e del paradiso, ambedue non solo “stati” o “condizioni” spirituali ma veri e propri luoghi di desolazione e sofferenza inestinguibili per quanto riguarda il primo e di eterna felicità per quanto riguarda il secondo.

La geenna infatti di cui parla Gesù, lungi dall’avere semplicemente un significato simbolico riveste anche un significato realistico e rinvia quindi all’esistenza di un luogo di eterna disperazione, perché essa corrisponde all’antica valle dell’Hinnon, nei cui pressi sorse Gerusalemme, dove in un primo tempo venivano offerti addirittura in olocausto i bambini e dove successivamente il re Giosia, per abolire sul suo territorio ogni pratica profanatrice e idolatrica, creò una discarica di immondizie e di cadaveri ai quali per motivi religiosi non si riteneva di poter concedere la normale sepoltura e dove tutte queste sostanze putrescenti venivano bruciate da un fuoco continuo. Ancora oggi la geenna è un quartiere molto misero di Gerusalemme, benché la zona oggi risulti tutta edificata.

E il paradiso? Il paradiso è non solo uno stato di felicità ma un luogo inimmaginabile (perché al di là di ogni possibile immaginazione) e tuttavia non meramente figurato ma concreto e bellissimo che dà felicità corporea e incorporea a chi ha il privilegio di dimorarvi. Se, come dice san Pietro, vi saranno «nuovi cieli e una terra nuova» (2Pt 3, 13), questo significa che l’universo attuale, liberato da ogni bruttura e da ogni schiavitù del peccato, si convertirà in un nuovo universo in cui saranno banditi per sempre la morte, i lutti, i lamenti, gli affanni, «perché le cose di prima» saranno «passate» (Ap 21, 4). Il nuovo universo, pur di là da venire, è un universo radicalmente rinnovato dove tutto ciò che abbiamo visto, sentito, gustato, toccato, sperimentato e legittimamente amato su questa terra, esiste incontaminato ed inalterato nella sua primigenia, originale e radicale bellezza divina; è un universo dove non ci sono forze della natura che possano causare cataclismi, inondazioni, terremoti e maremoti, e quindi fenomeni di devastazione e distruzione, né malattie, morti e lutti come quelli che si susseguono incessantemente sulla terra, ma dove ogni cosa, ogni roccia, ogni lembo di terra, ogni corso d’acqua (in cielo, come recita l’Apocalisse giovanneo, non c’è il mare, simbolo delle forze irrazionali del mondo ma solo acqua tersa, cristallina e vivificatrice) gode di una sua assoluta e pacifica stabilità e dove la vita di ogni essere, ivi compresa naturalmente quella dei viventi e degli esseri umani, si svolge in un habitat naturale privo di stravolgimenti atmosferici e di agenti naturali corrosivi dell’esistenza stessa dell’uomo e delle cose. Qui non ci si ammala, non si patisce né miseria né sfruttamento, non si è sottoposti a rapporti di subalternità o di dipendenza, né si conosce umiliazione sofferenza e morte, perché questo mondo o universo altro è un mondo-universo in cui dimora la perfetta giustizia, come scrive san Pietro (2 Pt 3, 13).

Il paradiso è dunque un luogo reale di incomparabile ed inimmaginabile bellezza, un luogo inondato di luce tersa e sfolgorante, di eterno riposo contemplativo “a faccia a faccia” con Dio stesso (1 Cor 13, 12) e di febbrile e gratificante attivismo spirituale nel quadro della totalità manifesta e ora accessibile della realtà divina (vedremo Dio “cosí com’egli è”, dice 1 Gv 3, 2), per cui sperimenteremo processi di continuo e illimitato approfondimento conoscitivo, di santificante compimento della nostra umanità secondo l’immutabile volere di Dio, di sempre più intensa ed amorevole comunione fraterna, di proficua e libera esplicazione delle nostre personali attitudini, di feconda ed egualitaria convivenza basata sulla perfetta giustizia divina, di purissimo ed esaltante godimento spirituale in un clima di festa e di letizia perenne in quella Gerusalemme celeste totalmente al riparo dal peccato, dal male, dall’odio, dalla violenza e dalla morte. Il paradiso è questo: la nostra terra e i nostri cieli restituiti alla purezza e alla perfezione della terra e dei cieli incorrotti della casa e del giardino illimitati di Dio, la nostra vita ricondotta per sempre all’albero celeste della vita.  

Uomini e donne saranno beati, felici, perché “partecipi della divinità” e tanto più di essa partecipi quanto più in terra saranno stati partecipi delle sofferenze e dello spirito di Cristo. Con una qualificata espressione teologica, si può dire che il Paradiso è la perfetta anche se infinita conoscenza di Dio, la conoscenza in tutto e per tutto di Dio resa possibile dal Verbo fattosi carne, mentre «l’inferno è una conoscenza senza Dio, una “conoscenza pura”» ovvero priva della divinità cristificata e verbeizzata. Come dice il padre ortodosso Justin Popovic (Il mio paradiso e il mio inferno, tratto dal volume “L’Homme et le Dieu-Homme”, L’Age d’Homme, pubblicato dalla Fraternità Ortodossa San Gregorio Palamas di Parigi, Losanna 1989, versione italiana su “La Pietra” n. 3/99, pp. 5-13),  il Paradiso «è una conoscenza cristificata, verbeizzata, divino-umanizzata. Il Dio Verbo si è fatto uomo per ricondurre la conoscenza umana alla sua primitiva verbeità, distrutta dal peccato. Nel Dio Verbo fatto uomo, la nostra conoscenza torna alla sua ragion d’essere (logos), al suo significato (noèma) ed alla totalità del suo senso (pannoéma). Ritorna ad una conoscenza “ad immagine di Dio”, ad immagine di Cristo, ad immagine dello Spirito…Allorché ritorna alla originaria verbeità, la conoscenza si libera del peccato, dell’assurdo, del non-senso e della morte. Ed è in questo modo che accede alla sua specifica e primitiva essenza, arrivando a compimento attraverso la conoscenza-di-Dio e la conoscenza-di-Cristo…Al di fuori di tale “verbeizzazione” e divinizzazione nel Dio Verbo, l’anima, il corpo, il pensiero e le conoscenze non sono altro che mostri, fantasmi ed orrori».

L’inferno è per l’appunto una vita eterna senza vera conoscenza, senza conoscenza divina, senza conoscenza delle cose interiori ed esteriori nella loro essenza divina e quindi nel loro effettivo e profondo significato, senza gioia perché per sempre privata del contatto con la fonte luminosa di ogni verità e con la sostanza stessa dell’amore e di ogni possibile gioia.