Noi come Giuda

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Giuda è «ancora oggi nel discorso comune emblema di abiezione, paradigma di un’umanità depravata, precipitata nell’abisso della colpa e del peccato» (A. Burgio, Rapporti di valore. Un Giuda qualunque, in “Il Manifesto” del 7 giugno 2011). Tradire è già un grave atto morale che denota infedeltà, tradire per soli trenta denari è poi una decisione abbastanza miserevole, ma il colmo dell’irrazionalità, dell’insensatezza e di un’insipienza addirittura «bestiale» si ha allorché si ritenga di tradire e di tradire per trenta denari una figura come quella di Gesù dalla statura e dal valore immensi e senza prezzo.

Giuda evoca non solo la mentalità di coloro che sono infedeli e che fraintendono e commettono incomprensibili errori di valutazione, ma anche e soprattutto la mentalità di coloro che, pur intellettivamente dotati, sono spiritualmente mediocri, meschini e servili. Costoro, come ben sa lo stesso Burgio sopra citato, non di rado sono capaci anche di fedeltà ma di perversa fedeltà, che consiste nell’esprimere giudizi disonesti e inattendibili o nel commettere atti ignominiosi solo per soddisfare i desideri beluini e inconfessabili di un amico o di un compare o di un boss.

Giuda è l’uomo “gretto”, l’uomo “rozzo”, l’uomo che pensa e agisce d’istinto o di impulso, senza fermarsi a riflettere e senza inibire per tempo le sue pulsioni egoistiche e i suoi calcoli utilitaristici, è l’uomo «prigioniero di una carnalità quasi animale», sempre pericolosamente o inevitabilmente soggetto all’errore e al peccato. In quanto costituzionalmente incapace di comprendere il Valore e di distinguerlo da fini immediati e meschini, egli rappresenta altresí una umanità condannata ad «una inemendabile inferiorità».    

Ciò premesso, il cristiano ha molto di che meditare e preoccuparsi, perché il caso Giuda è in realtà emblematico di una realtà psicologica e umana ben presente nella storia della Chiesa e dell’umanità. Se tra gli apostoli scelti da Gesù c’era un uomo di questa natura, vale a dire un uomo forse conquistato dalla personalità di Gesù ma molto più affascinato da un’idea e da un’intima ricerca di successo e potere mondano e pronto a tradire pur di soddisfare le proprie segrete aspirazioni, non si può non ritenere che uomini come Giuda o peggiori di Giuda siano stati e siano a maggior ragione presenti nelle istituzioni ecclesiastiche oltre che naturalmente in ogni altro ambito della vita civile e spirituale.

La domanda è d’obbligo: quanti di noi cristiani e cattolici sono stati o sono come Giuda, quanti di noi battezzati e cresimati si sono sentiti o si sentono stanchi di essere fedeli a Cristo e hanno perciò tradito e tradiscono magari inavvertitamente la fede nei suoi insegnamenti di vita virtuosa, limpida, mansueta, onesta, disinteressata e caritatevole? Quanti hanno preferito una vita comoda, lineare, senza rischi, oppure protesa al successo personale, al perseguimento di posizioni di potere o di cariche onorevoli, continuando a sentir messa e a mangiare il pane eucaristico? E quante volte tanti di noi hanno reagito con freddezza e insensibilità all’avvertimento di Cristo: se proprio vuoi tradirmi, fallo subito e non pensare che il tuo tradimento sia meno grave solo perché continui a restarmi fisicamente o abitudinariamente vicino (Gv 13, 27)?

Anche gli apostoli dormienti nell’orto degli ulivi abbandonano il Maestro, anche Pietro lo rinnega, ma essi tradiscono per paura, per una paura umana ancora comprensibile e giustificabile che Gesù stesso avrebbe prontamente perdonato, non per vile interesse personale e per un uso bassamente strumentale della persona di Gesù. Gli altri discepoli, Pietro, sono uomini fragili e insicuri che però hanno accolto il suo insegnamento ed amano sinceramente il Figlio dell’uomo, mentre Giuda è un uomo freddo, determinato nella sua ferma e perversa volontà di usare il Maestro per scopi politici suoi che sa bene essere contrari e opposti ai piani del suo Signore. 

Anche la nostra Chiesa continua ad esser piena sia di discepoli dormienti e di autorevoli guide un po’ timorose e codarde sia anche di individui radicalmente fraudolenti ed infedeli come Giuda. La natura umana di Giuda è tale che non gli consente, dopo l’entusiasmo iniziale dovuto soprattutto ai miracoli e ai prodigi compiuti da Gesù, di restare troppo stabilmente sicuro della messianicità del Cristo: emergono dunque prepotentemente nel suo cuore le sue vere ambizioni, i suoi vecchi sogni di gloria e la sua volontà di potenza relativamente al progetto di ricostituire l’antica e nobile nazione ebraica e di liberarla dall’imperialismo romano.   

Il tradimento di Giuda fu cosí scellerato, cosí diabolico, che sarebbe stato bene se ci fosse stato un solo Giuda, ma purtroppo il mondo è pieno di persone come Giuda e, poiché possono tradire solo coloro che una volta sono stati fedeli a colui che tradiscono e fanno parte del suo gruppo (che ha evidentemente determinate regole e valori), lo spirito di Giuda è ancora molto presente nella vita di molti credenti e di molti cattolici: la Chiesa è ogni giorno testimone, suo malgrado, del tradimento di Giuda e della inclinazione di una parte non del tutto esigua dei suoi membri a servirsi di Cristo e del rapporto con lui per il perseguimento di scopi meramente personali. Giuda aveva ricevuto moltissimo dal suo Signore ed era stato da lui valorizzato sino al punto di diventare non solo suo apostolo ma persino amministratore economico e finanziario, una specie di banchiere, della stessa comunità apostolica; e, proprio come lui, anche oggi alcuni o molti di noi, pur avendo ricevuto cariche importanti o svolgendo mansioni di elevata responsabilità in seno alla sua Chiesa, non sono per niente immuni dalla tentazione di tradirlo e di utilizzarlo non tanto per finalità spirituali quanto per finalità politiche, economiche e quasi sempre personali.       

La storia di Giuda ci insegna che non è possibile amare il Signore per la sua potenza se prima non lo si sia amato o non lo si ami per la sua debolezza, per la sua sottomissione alla volontà del Padre celeste, per la sua capacità di perdonare sempre e comunque pur incessantemente e vigorosamente lottando, secondo il suo stile non pacifista e tuttavia pacifico e non violento, contro tutte le iniquità presenti nel mondo e nella coscienza stessa degli uomini; quella storia ci insegna che non è possibile amarlo semplicemente indossando un abito sacerdotale o sacri paramenti, un abito anche laicamente penitenziale ed austero, e non rispettando invece i suoi esigenti ed intransigenti comandi di verità, di giustizia e d’amore; ci insegna che ognuno di noi è di Cristo, con Cristo, per Cristo, solo se, al di là delle preghiere e delle orazioni quotidiane o dell’adesione rituale alle pratiche sacramentali, si sforza continuamente di capire, di assimilare e interiorizzare il significato specifico e più profondo delle sue parole, dei suoi gesti, di tutta la sua vita. Se pensiamo di essere amici di Cristo con la mente rivolta alle cose del cielo ma con il cuore incatenato alle cose della terra, noi ci illudiamo; ma anche se pensiamo che, per essere e restare amici di Cristo, si debbano assolvere i doveri religiosi senza minimamente impegnarsi nella risoluzione di urgenti e pressanti problematiche terrene, portando sollievo ai sofferenti e manifestando concreta prossimità umana e spirituale a chiunque si trovi in un oggettivo stato di bisogno, noi ci illudiamo; e ci illudiamo infine anche quando pensiamo di poter confidare ad oltranza nel perdono di Dio assumendo stili di vita cristiani per professione di fede ma per nulla conflittuali e anzi compatibilissimi con certo disinvolto pragmatismo etico e con collaudate pratiche utilitaristiche di questo mondo, ovvero ritenendo di poter tenere impunemente un piede nel venerdí santo e un altro nel giovedí grasso. In tutti questi casi, dovremmo chiederci se noi siamo come i discepoli dormienti, come Pietro o proprio come Giuda. 

E’ anche vero, però, che Giuda si pente del suo tradimento e si pente sino al punto di suicidarsi. Ma si pente e si suicida in quanto ritrova l’amore momentaneamente smarrito e tradito verso il suo Signore che tuttavia non riesce più a guadare negli occhi oppure in quanto, sapendo che Cristo non ha compiuto l’atteso miracolo di sbarazzarsi facilmente dei suoi nemici e persecutori ed è invece ormai inesorabilmente prossimo alla crocifissione e alla morte, sa di non avere più carte da giocare per la buona riuscita dei suoi piani politici e personali e sente dunque non solo di avere fallito ma di essere un fallito? Nel primo caso non sarebbe giunto ad essere un “figlio della perdizione” (Gv 17, 12), nel secondo e più probabile caso dimostra invece di non essere pentito per aver tradito Gesù ma per aver tradito se stesso, le proprie aspirazioni e ambizioni di potere, e si perde definitivamente perché, non avendo realmente creduto nel potere salvifico di Gesù da vivo, a maggior ragione non ritiene che Gesù possa fare qualcosa per lui sino a salvarlo e ridargli la vita una volta che sia fisicamente morto.

Giuda, che si pente della sua iniziativa fallimentare ma che orgogliosamente dispera del perdono e dell’amicizia reiterati di Cristo, è uno che, per quanto faccia professione di fede, vuole vivere in questo mondo, cerca la gloria quaggiù e il potere della carne più che quello dello spirito, ed è quindi uno che guarda con profondo sospetto il rinvio ad un mondo perfetto di là da venire e ad una felicità che oltrepassi i confini dell’esistenza terrena. Quando Gesù lo aveva chiamato a sé come discepolo probabilmente egli era già “un ladro”, secondo quanto risulta dal vangelo di Giovanni (12, 1-11), un pessimo amministratore e un astuto profittatore dei beni altrui, ma Gesù lo aveva ugualmente accolto (come accoglie Matteo, Zaccheo e tanti altri) affidandogli addirittura la cassa della comunità apostolica proprio per dargli fiducia e per incoraggiarlo a cambiare vita, anche se a Giuda, pur preoccupandosi a parole dei poveri, non sarebbe mai importato nulla di loro, al pari di qualche cattolico nostrano che, sia come presbitero sia come laico, parla sempre dei poveri e della necessità evangelica di assisterli mentre in realtà bada ad accumulare denaro esclusivamente per sé o per la propria famiglia naturale o religiosa.

E’ stato anche notato che l’ “improvvida decisione” di Giuda “di vendere il tutto a poco” (per soli 30 denari) «era connessa e da tempo», come dicono i padri della Chiesa sulla scorta di Giovanni, «all’indole di deviante economico: di amministratore disonesto dei beni di Cristo e della comunità apostolica» (P. Mieli, Profitto senza rischio: la tentazione di Giuda, in “Il Corriere della Sera” del 31 maggio 2011). Il cuore di Giuda era il cuore di un ipocrita e di un astuto profittatore anche se non poteva non risentire del fascino umano, intellettuale e spirituale di Cristo. E da profittatore, alla fine, si sarebbe comportato con lo stesso Cristo: usandolo, scambiandolo, vendendolo, trattandolo come un mezzo e non come un fine.

Ma allora perché quel bacio nell’orto degli ulivi quando lo consegna ai soldati? Che bisogno c’era? Possibile che non gli bastasse un cenno della mano per indicarlo e consegnarlo loro? Probabilmente in quel momento Giuda è ancora convinto di poterla fare franca, di poter mettere d’accordo i suoi piani terreni con i suoi presunti interessi religiosi, la sua passione per l’umano con la sua estetica ammirazione per il divino; è ancora convinto cioè che la sua iniziativa non spiaccia in fondo a Gesù al quale crede di dare l’opportunità di dimostrare in modo inoppugnabile tutta la sua forza e tutti i suoi poteri anche se in realtà la loro origine non fosse affatto sovrannaturale.

Ma Gesù non poteva salvarlo, non poteva dissuaderlo energicamente e per tempo, come aveva fatto già con Pietro una volta (Stammi dietro, Satana!), non poteva insomma riportarlo sulla buona strada impedendogli di tradire e impedendo cosí al Maligno di usare propagandisticamente quel tradimento contro Dio e contro i suoi stessi adoratori? Il tradimento di Giuda è misterium iniquitatis e una risposta certa e definitiva a questa domanda difficilmente potrà essere data sin quando saremo su questa terra. Questo episodio però conferma che Dio, pur misericordiosamente presente ed operante nella vita e attraverso la vita degli uomini non giunge mai a violarne la libertà e il senso di responsabilità: Pietro viene da lui ammonito e messo in riga perché Gesù coglie nelle sue parole un’indebita preoccupazione ma pur sempre una preoccupazione istintiva mossa dall’affetto e dall’amore disinteressati per il Figlio dell’uomo e il Figlio di Dio, mentre non cerca di trattenere Giuda perché ha capito che questi, proprio come aveva fatto Satana all’origine della creazione, ha già deciso in modo irreversibile e unilaterale di capovolgere il senso del rapporto tra l’uomo e Dio: non l’uomo con Dio e per Dio, ma Dio con l’uomo e per l’uomo ovvero per scopi diversi da quelli divini.      

Con Gesù ci si può ingannare facilmente quando si faccia un cattivo uso della sua grazia e quando di conseguenza non si sia intimamente disposti a condividerne i valori nascosti, le sofferenze inevitabili perché prodotte da un conflitto permanente con modi di pensare e di agire ipocriti sbagliati ed idolatrici, la passione e la morte conseguenti a precise leggi naturali ma anche e soprattutto ad una indomita volontà di rimanere testimoni rigorosi e fedeli della verità e della giustizia di Dio. Anche noi possiamo facilmente essere o diventare come Giuda se ci innamoriamo delle nostre idee e dei nostri vagheggiamenti terreni, oppure delle nostre spesso ardite interpretazioni teologiche piuttosto che delle certezze più semplici ed elementari della fede e dello spirito, e non rimaniamo aperti al soffio ispiratore e vivificatore dello Spirito di Cristo che ci chiede in ogni momento di essere pronti a grandi e impreviste rinunce e a dare la vita per il Salvatore del mondo.