Governo tecnico e fede cattolica

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

George Orwell, lo scrittore britannico che ha lanciato il concetto di “grande fratello”, scriveva: «Sottraete alla Libertà il Senso e avrete in pugno un concetto da poter utilizzare per asservire nazioni e popoli a vostro gradimento». Nella nostra epoca è venuto imponendosi una concezione paradossale della libertà, secondo cui quest’ultima è un concetto legale, puramente “tecnico”, avulso da ogni concreto e specifico contesto esistenziale. Oggi viviamo in una società formalmente e istituzionalmente libera ma anche in una società in cui tra la libertà e il suo senso e quindi il suo stesso significato viene producendosi un crescente e cosí rilevante divorzio da imbrigliare e depotenziare un numero sempre più alto di possibili o reali manifestazioni umane e civili di libertà.  A cominciare dalla tanto decantata “libertà di stampa” che, come è a tutti noto, può essere usata per dare notizie o anche per nasconderle, per informare o anche per disinformare, per potenziare la capacità individuale e collettiva di giudizio o anche per indebolirla e impedirla, per favorire effettivi processi di emancipazione sociale ed economico-finanziaria oppure per bloccare ogni possibile moto di liberazione e per subordinare i legittimi interessi delle persone e dei popoli agli interessi illegittimi ed arbitrari di potenti e cinici gruppi finanziari disseminati in tutte le parti del mondo. 

Oggi, per limitarci a questo nostro sgangherato Paese, quanti e quali sono i giornali o i radiotelegionali, tra quelli che a ragione o a torto contano a livello nazionale, che fanno opera di intelligente e responsabile critica demistificante, che aprono veramente gli occhi alla popolazione con dati veri e non falsi o parziali, con diagnosi rigorose ed obiettive e non asservite a logiche e manovre governative di molto dubbia utilità economica e sociale? Per esempio, chi si è preoccupato in Italia di confutare e stigmatizzare l’affermazione palesemente falsa del prof. Mario Monti rilasciata a Pechino assai di recente, ovvero in data 1 aprile 2012: «Credo che questa crisi, cioè quella economica europea,  sia quasi finita, forse c'è solo una piccola componente psicologica. Ero molto preoccupato quando sono arrivato che l'Italia potesse essere un nuovo focolaio di crisi. Ma non è successo e non succederà. Permettetemi di dire che siamo sollevati. Soprattutto nell’essere consapevoli che non soltanto la crisi è superata, ma è stato grazie all’Italia che l’Europa sta uscendo fuori dalla crisi economica, ormai abbondantemente alle spalle»? Per Monti, appena due mesi or sono, la crisi economica europea era “quasi finita” e anzi poteva considerarsi ormai superata grazie all’Italia, grazie cioè all’eccellente lavoro svolto dallo stesso governo Monti!

Dove sono coloro che hanno posto in risalto la colossale falsità di tale dichiarazione, pur potendo disporre del giudizio esattamente opposto che quasi contemporaneamente è venuto formulando l’OCSE, secondo cui l’Italia nel 2012, davanti solo alla Grecia e al Portogallo, avrà molto probabilmente la peggiore performance economica nella zona euro con un prodotto interno lordo in forte riduzione, con una disoccupazione in forte crescita, con una forte contrazione del consumo interno, con una netta diminuzione delle esportazioni e un consistente aumento delle importazioni dai Paesi extracomunitari, con una spesa pubblica in aumento e quindi con un pareggio di bilancio che contrariamente a quanto garantisce Monti sarà molto difficilmente raggiungibile nel 2013, per cui con ogni probabilità si renderà necessaria un’ulteriore manovra integrativa ai danni delle fasce sociali più deboli della popolazione? D’altra parte, ci si chiede come potrebbero andare diversamente le cose con un governo Monti che ritiene di versare immediatamente i soldi incassati dallo Stato con le tasse per il pagamento di stratosferici “interessi passivi”, con conseguente impossibilità di espansione economico-finanziaria e di riduzione della spesa pubblica che aumenta a causa della stretta creditizia.

Tutto questo non significa che “il governo tecnico”, come minimo, ha sbagliato completamente i conti e che probabilmente un tradizionale e sia pure scalcinato governo politico avrebbe fatto meno danni? Ma tutto questo non potrebbe anche significare che questo governo tecnico, in realtà, non ha affatto sbagliato i suoi conti ma, sia pure tra promesse non mantenute e mistificazioni di ogni genere ammantate di competenza professorale e persuasività tutta accademica, ha sinora egregiamente eseguito il suo compito primario, affidatogli dalle potenti lobbies finanziarie mondiali di cui è il reale mandatario: quello di smantellare lo Stato Sociale e di rastrellare denaro in ogni comparto del lavoro pubblico e privato con conseguente drastica riduzione dei redditi personali, familiari e in buona parte aziendali, proprio al fine di favorire e non certo disinteressatamente quelle lobbies criminali determinandone il maggiore arricchimento possibile? Ma chi le dice, chi le denuncia, chi le grida queste cose? O almeno, chi le prospetta nel quadro di uno spregiudicato dibattito etico-politico?

Non c’è atto politico, economico, finanziario di questo governo che non possa essere analizzato, demistificato e smontato pezzo per pezzo, e con argomentazioni ben più numerose ed incisive, diciamo pure più “scientifiche” e analitiche, di quelle pure abbastanza significative e precise che qui si possono dare. Gli stessi trascorsi scientifici e professionali del prof. Monti, a giudicare dalle molteplici e particolareggiate informazioni fornite dal web, appaiono molto meno lusinghieri e brillanti di quanto generalmente si crede, anche se tutti sanno che egli ha sempre assiduamente frequentato i personaggi più altolocati della finanza mondiale. Eppure in Italia a sentire il bisogno di smascherare quella che per molti è solo un’accolita governativa di faccendieri dalla faccia pulita sono ancora in pochi, mentre le masse mormorano con giusta ragione ma senza disporre di tutte quelle conoscenze che potrebbero metterle nella condizione di rivoltarsi per tempo, democraticamente ma energicamente, contro questi “sepolcri imbiancati”, come appare a qualcuno, che, nel nome degli interessi nazionali, indefessamente perseguono gli interessi di quelle ricche e opulente cricche internazionali nel cui ambito sembrano sentirsi davvero a casa propria. 

Non che non si debba risparmiare, che non si debbano mettere in ordine i conti dello Stato, non si debbano fare tagli alla spesa pubblica e ridurre drasticamente sprechi e spese superflue, o non si debba riformare il mondo del lavoro e la pubblica amministrazione. Nessuno nega che la politica debba tendere a modernizzare lo Stato e a renderlo quindi più efficiente e produttivo anche attraverso riforme di carattere economico e finanziario; nessuno ritiene che essa non debba occuparsi anche di debito pubblico.

Ma qui si tratta di intendersi. Risparmiare: certo, ma in che modo, su che cosa, e a danno principalmente di quali soggetti sociali? I conti dello Stato: certo, non possono che essere riportati in ordine con misure adeguate e rigorose, ma togliendo o aggiungendo a quali voci di spesa e, ancora una volta, a detrimento di quali ceti e soprattutto in funzione di quali obiettivi sociali? Se la spesa pubblica è eccessiva, va ridimensionata, ma anche in questo caso non è ragionevole interrogarsi sui modi, sui tempi e sugli specifici oggetti di questo ridimensionamento? E cosí anche per il mondo del lavoro e la pubblica amministrazione sarà senz’altro vero che bisognerà cambiare le cose, ma non è del tutto sensato chiedere ed esigere che qualsiasi programma riformatore sia realmente coerente con quelle finalità di maggiore produttività, di maggiore occupazione lavorativa, di crescita e di sviluppo, nonché di maggiore valorizzazione dei meriti professionali, che si dice continuamente di voler perseguire? E, quanto al debito pubblico, è giusto che, ove sia stato contratto, in linea di principio debba essere onorato: tuttavia anche qui sarà consentito di sapere esattamente che cos’è questo debito pubblico, le specifiche ragioni finanziarie della sua entità, le sue interne articolazioni, e di eccepire eventualmente che non c’è comunque debito pubblico che possa sfociare nell’imposizione a chi l’abbia contratto di politiche economiche e fiscali talmente coercitive e vessatorie da produrre l’assoluto impoverimento di intere popolazioni?

In altri termini, se si vuole uscire dal modo per più aspetti irrazionale in cui oggi viene usata la politica, nel mondo in genere e anche nel nostro Paese, e dall’uso spesso distorto o unilaterale che i “tecnici” governativi fanno di parole come “razionalità” o “oggettività”, bisogna ripristinare un antico ed universale principio di razionalità: che non l’economia né la finanza dettino le regole alla politica ma la politica detti o torni a dettare le regole all’economia e alla finanza. Sí, nuove regole, nuove norme che impediscano ai controllori e agli esattori dei cosiddetti “debiti sovrani” di fare puro e semplice terrorismo finanziario che inevitabilmente provocherebbe e già sta provocando un terrorismo politico che sarebbe inutile demonizzare dopo aver fatto di tutto per innescarlo e farlo tragicamente divampare. Tutti sanno che la violenza genera violenza e che non c’è violenza peggiore di quella che pretende di gettare intere famiglie e una moltitudine di individui in uno stato di fame e di schiavitù.

E, poiché la politica e una politica democratica devono preoccuparsi innanzitutto, quale che sia la specifica situazione economico-finanziaria del momento, di soddisfare le necessità primarie e talune legittime aspettative di vita dei cittadini, esse saranno una buona politica e una sana politica democratica, anche se severe e rigorose, se non maneggerà la crisi pure oggettiva in modo fraudolento e quindi tale da assicurare non tanto il “risanamento” dello Stato quanto un massiccio e pressoché indefinito trasferimento di ricchezza nazionale ai vari e inappagabili centri internazionali di potere finanziario.

Tutto ciò dovrebbe essere nitidamente percepito dai cattolici che spesso amano parlare di bene comune più che dei modi specifici in cui lo si possa davvero perseguire specialmente nei momenti più critici e più che degli stessi strumenti per mezzo dei quali sia possibile evitare, al di là delle parole e delle buone intenzioni, forme gravi e diffuse di iniquità umana e sociale. Anche Monti, come ognuno di noi, renderà conto a Dio delle sue opere: da questo punto di vista nessuno di noi ha il diritto di giudicarne la fede e l’integrità spirituale. Ma un cristiano ha anche il dovere di parlare con franchezza e di dire quello che non lo persuade a proposito di determinati comportamenti e dunque non ci si può qui esimere dal rivolgergli almeno questa domanda: è proprio sicuro il fratello cattolico Monti che il suo modo di lavorare per i suoi connazionali sia anche il modo più proficuo ed onesto di lavorare per la costruzione e l’avvento del Regno di Dio?

Cosa abbiamo, chiese Gesù ai suoi discepoli: qualche pane e qualche pesce? Bene, bisogna che bastino per sfamare tutta questa gente. Se utilizzerete al meglio il vostro intelletto e il vostro cuore, ci riuscirete. E a quell’uomo che, dopo avergli condonato il suo cospicuo debito, pretendeva che altri estinguessero  sino all’ultimo spicciolo i debiti contratti verso di lui, Gesù dice: uomo malvagio, non meriti alcuna compassione. Questo è il nocciolo di una scienza economica non asservita ideologicamente e ispirata dalla fede in Cristo: anche se le risorse sono scarse devono essere divise e condivise in modo equo ed equanime perché nessuno muoia di fame e perda la sua dignità, e, laddove vi siano debiti piccoli o grandi da saldare, bisogna tener sempre presente che la loro pur doverosa estinzione rimane subordinata alla tutela della vita materiale e spirituale delle comunità nazionali e di ogni essere umano.