Nella carne, per lo Spirito

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Lo spirito senza la carne o in opposizione alla carne è sempre stato un concetto molto difficile da comprendere sia in senso umano che religioso e teologico anche se il dualismo spirito-carne è in parte il prodotto di un processo storico bimillenario iniziato con la ellenizzazione dello stesso pensiero ebraico di Gesù, che risulta fondato su una continuità e non su una discontinuità della spiritualità rispetto alla corporeità e ai bisogni della carne o per cosí dire su una reciproca funzionalità di materialità e spiritualità pur nel quadro di una avveduta e ispirata distinzione di questi due momenti. Acquisito parzialmente all’interno della mentalità e del pensiero greci, per loro natura dualistici, l’insegnamento di Gesù ha finito nei secoli per essere percepito e colto con accentuazioni diverse: talvolta più vicine al senso originario che il Maestro aveva conferito al rapporto tra l’anima e il corpo e tra la dimensione spirituale e quella materiale della vita umana, talvolta più lontane o decisamente fuorvianti. Questo può spiegare perché ancora oggi i credenti cristiani e cattolici tendono a vivere il rapporto tra la carne e lo spirito in modi diversi se non antitetici, anche se in un complessivo contesto storico-culturale di evidente e crescente desacralizzazione e banalizzazione della fede che rischiano di rendere persino superflue precisazioni pure importanti come quelle che qui si vorrebbe fare.

Tuttavia, solo ad uso di persone immuni da comode tentazioni semplificatrici e strumentali, è il caso di ricordare che, come insegnano le sacre scritture, Dio stesso ha ritenuto che la spiritualità della vita non potesse essere sufficientemente chiara alla coscienza umana a prescindere dai bisogni oggettivi della sarx, il termine ebraico usato dall’evangelista Giovanni per indicare il corpo nell’accezione più “terrosa” e quindi il corpo come insieme di pensieri, sentimenti, bisogni psichici e fisici o sessuali ad un tempo ovvero in sostanza la carne destinata alla putrefazione. Si fa notare che due parole collegate alla morte come sarcoma e sarcofago derivano proprio da sarx. Dio stesso, ordunque, ha fugato ogni dubbio sul fatto che il concetto di spirito e spiritualità sarebbe risultato astratto, insignificante o fuorviante per la esistenza degli uomini, senza passare attraverso una adeguata e santa celebrazione della sarx, a cominciare dalla stessa carne, corpo e sangue, di Cristo Gesù. Dio, in e per mezzo di Gesù, ha fissato inequivocabilmente questo insegnamento facendosi carne destinata alla tomba, come quella di tutti i viventi.

Dio è Spirito e a Dio come Spirito l’uomo appartiene nella sua carne e nei due momenti distinti ma inseparabili della esaltazione e del sacrificio della carne stessa. Il suo Figlio unigenito si è infatti incarnato, prendendo su di sé tutti i bisogni, le debolezze, le aspirazioni, i peccati stessi degli uomini, per evidenziare con la sua  vita che la vita donata da Dio è nella sua interezza vita da celebrare e da esaltare: non solo nel piacere e nell’appagamento, nella quiete e nella serenità, nelle gioie e nelle soddisfazioni che essa può procurare, ma anche e talvolta soprattutto nella rinuncia, nell’offerta di sé, nella donazione esclusiva a Dio e agli altri, nella consapevole e fiduciosa accettazione del dolore e infine della morte. Cos’altro sono il pane e il sangue eucaristici se non il memoriale dell’infinita bellezza della Vita e del sacrificio cui nel nome e per conto di Cristo, “il più bello degli uomini” recita un versetto biblico (salmo 45, 2), occorre sottostare quanto più consapevolmente e responsabilmente possibile per esserne eternamente partecipi al di là della morte?

Naturalmente la carne, che comprende intelligenza e volontà umane, non è sede solo di intenzioni, sentimenti, aspirazioni e atti positivi pienamente riconosciuti e legittimati dai vangeli, ma anche di tutta una serie di perversioni, di pensieri e azioni peccaminosi che i vangeli condannano in quanto espressione di un uso arbitrario della libertà che induce gli esseri umani, pur sempre segnati dal peccato originale, a infrangere e sia pure con un grado variabile di gravità il rapporto di amicizia con Dio.

In questo senso si parla di esigenze o passioni carnali in senso negativo o spregiativo per denotare l’incapacità della persona di reagire alle pulsioni negative della sua vita, di resistere a tentazioni di natura egocentrica utilitaristica o edonistica, di trasformare le sue debolezze più intime in preziose occasioni di espiazione e di riscatto, di trasformare al meglio delle proprie possibilità il proprio spirito umano in funzione dello spirito divino e della divina volontà. Mentre, là dove la passione spinge la persona ad amare Dio con tutte le sue forze cercando di ottemperare il più fedelmente possibile ai suoi comandi, riprendendo con vera umiltà e sincera contrizione il cammino dopo ogni caduta, coltivando  pensieri onesti e caritatevoli e perseguendo scopi leciti e giusti sino ad offrire la propria esistenza per essi nel nome di Cristo, viene concretamente attualizzandosi il bisogno di potenziare la propria interiorità, di essere sempre più liberi nella Verità, di spiritualizzare in modo sempre più efficace e santo la propria vita.

Perciò, la spiritualità si conquista nella sofferenza della carne ma non in una sofferenza che venga implicando un appagamento facile e illusorio di certi desideri carnali quanto in una sofferenza che esiga generosamente di essere lenita affrontata e risolta ad majorem gloriam Dei e dunque con pratiche virtuose e conformi ai precetti evangelici anche se faticose e non agevolmente acquisibili. Ma è nella carne, nell’ambiguità della sua natura, nel continuo confronto o conflitto tra una pulsione di vita e una pulsione di morte che in essa congenitamente ha luogo, che viene decidendosi veramente la nostra appartenenza alla “vita secondo lo spirito” o alla “vita secondo la carne”. Al di qua della carne ci sarebbe solo un essere disincarnato: quale spirito potrebbe darsi? Al di là della carne, ci sarebbe un essere umano già perfetto che non avrebbe alcun bisogno di tendere ad un’ulteriore perfezione, di lottare per tendere alla perfezione, di pregare e sacrificarsi in funzione e in vista del suo raggiungimento.

Tutto ciò che, nello spirito umano, non è vivificato dallo Spirito Santo, è causa di indebolimento e putrefazione irreversibile della carne; tutto ciò che, nello spirito umano, è vivificato dallo Spirito Santo, produce l’effetto prodigioso di salvare la carne non già dalle malattie fisiche e terrene ma dalla malattia ben più temibile del peccato e infine dalla putrefazione irreversibile della carne e dalla morte eterna.          

Questa lotta è esaltante ma oltremodo difficile per gli stessi cattolici perché è una lotta non solo tra “il vecchio uomo” e il “nuovo uomo” ma, persino in quest’ultimo ovvero nell’uomo rinato in Cristo e sacramentalmente nel battesimo, tra il desiderio di seguire Cristo e il desiderio nostalgico di assecondare la vecchia natura, che ovviamente non scompare automaticamente, e quindi di cedere alle tentazioni di Satana pur seguendo apparentemente Cristo.  

I cattolici non devono illudersi: possiamo essere gentili, caritatevoli, rispettosi della pace, dell’ambiente, dei popoli; assidui frequentatori della Santa Messa, dei sacramenti, delle nostre parrocchie; esemplari modelli di buona vita familiare; possiamo solidarizzare con tutti i poveri del mondo; parlare appassionatamente di Dio dalla mattina alla sera, organizzare manifestazioni religiose, fare pellegrinaggi; possiamo fare qualunque cosa sia realmente gradita al Signore; ma se in noi, al di là di tutto questo o malgrado tutto questo, malgrado ogni nostro atto di pentimento e riconciliazione sacramentali, resta la superbia, l’invidia, la tiepidezza spirituale verso Dio e verso gli uomini, e qualunque altra forma di iniquità e impurità, agli occhi di Dio restiamo ancora morti nei nostri peccati e nelle nostre colpe, restiamo ancora rovinati ovvero “estranei alla vita di Dio” (Efesini, 4-18), esattamente come Adamo dopo la caduta.

Possiamo salvarci non dalla ma nella carne solo lottando per lo spirito, per lo spirito umano sostenuto ed elevato dallo Spirito di Dio: due parole che non dovremmo mai nominare invano.