I cattolici e gli immigrati

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Sull’immigrato, sul forestiero, sullo straniero, sul “diverso” da noi, che decide di venire da noi in Italia o in Occidente, sussistono fondamentalmente due modi di ragionare e di argomentare. Ambedue sono equanimemente diffusi tra laici di diverso orientamento politico e religioso e i credenti cattolici. Il primo è quello di chi dice: ma cosa vengono a fare da noi se non abbiamo posti di lavoro per i nostri connazionali e i nostri stessi figli, se tanti di noi sono costretti a condurre una vita disagiata a causa di leggi finanziarie e di provvedimenti fiscali sempre più severi e pesanti, se non c’è né crescita economica né possibilità di investire capitali per attività produttive davvero proficue e tali da favorire anche una significativa e stabile assunzione di manodopera, se non esistono adeguate strutture di accoglienza?

Perché l’Europa laica e cosmopolita, tollerante e multiculturale, non destina un bel po’ di quattrini per il sostentamento almeno relativo di quei gruppi etnici come rumeni, rom, zingari, slavi, albanesi, e via dicendo, sul loro stesso territorio d’origine, anziché aspettare che buona parte dei componenti di tali gruppi si muovano verso Paesi europei, come per esempio l’Italia, ritenuti più ricchi e più capaci di soddisfare le loro necessità primarie, per poi lanciare ipocritamente accuse di xenofobia e razzismo ai Paesi ospitanti al primo insorgere di difficoltà relative a problemi di convivenza con le relative popolazioni? Perché invocare la comune cittadinanza europea solo per intimorire o tentare di costringere qualche governo europeo a non varare misure di espulsione o provvedimenti restrittivi nei confronti di tali gruppi ogni volta che si ritenga evidentemente necessario procedere in tal senso per motivi di ordine e sicurezza sociali?

Non è che per caso, dietro lo sventolío dei diritti umani e del diritto di ogni cittadino europeo a circolare liberamente in tutti i Paesi della UE, qualche nazione come la Romania o l’Albania, tanto per fare dei nomi, abbia pensato, con la complicità non necessariamente disinteressata dei responsabili del governo europeo, di favorire lo spostamento di buona parte dei propri cittadini più poveri ed indesiderati in altre aree europee come Italia, Francia, Spagna? Quanto ai gruppi etnici extraeuropei che giungono sulle coste europee e in particolare italiane, le considerazioni che generalmente vengono fatte non sono forse molto diverse trovando esse anche in questo caso il loro fulcro nella convinzione che Europa, sistema bancario occidentale, Fondo Monetario Internazionale e tutta una galassia di associazioni private finanziariamente forti, dovrebbero aiutare concretamente quanto meno i Paesi gravitanti sul bacino del Mediterraneo a sviluppare in modo autonomo la propria economia, le proprie forze produttive e le proprie strutture sociali, soprattutto in funzione della progressiva elevazione economico-sociale delle loro classi o dei loro ceti più deboli o del tutto non abbienti, proprio o anche allo scopo di ridurre fortemente le massicce ondate migratorie verso il continente europeo che periodicamente avvengono in condizioni drammatiche e molto pericolose.        

Il secondo modo di pensare è generalmente quello di tanti laici e di non trascurabile parte del mondo cattolico che invocano inderogabili princípi di civiltà o motivi religiosi altrettanto cogenti per sostenere che l’ospitalità all’immigrato, quale che sia l’origine di provenienza, debba essere garantita sempre e comunque e in forme quanto più possibile civili. Qui, da una parte, a farla da padroni sono il diritto internazionale, l’etica universale del genere umano che impone un senso di solidarietà verso ogni popolo, verso ogni gruppo etnico e ogni singola persona che necessitino sotto ogni latitudine di assistenza e protezione, e naturalmente, per quanto riguarda i cattolici, il messaggio evangelico che obbliga quanti vi aderiscono ad offrire il massimo di accoglienza amorevole e di aiuto anche materiale allo “straniero”.

Tutto ciò, poi, è generalmente accompagnato da note considerazioni paternalistiche, come per esempio quella relativa al fatto che un tempo fummo noi europei ed italiani a partire per terre lontane e a chiedere colà asilo ed ospitalità, e da motivazioni apparentemente religiose, non sempre prive di evidenti usi strumentali, come per esempio quella per cui anche Gesù fu un immigrato in Egitto, oltre che da valutazioni puramente strumentali del tipo: se non ci fossero gli immigrati, certi lavori da noi non li farebbe più nessuno!

Ora, a ben esaminare queste due posizioni e i modi in cui vengono articolandosi, ragioni e torti, al di là di facili e disinvolti luoghi comuni o di valutazioni unilaterali e riduttive, possono essere equamente riconosciuti ad ognuna di esse, proprio alla luce della Bibbia e del Vangelo. Infatti, da una parte, non c’è dubbio che gli immigrati non possano e non debbano godere, soprattutto in un’epoca di grave carenza di posti di lavoro, di trattamenti “privilegiati” rispetto a cittadini, e in particolare a cittadini giovani, poveri ed emarginati, disoccupati o sottopagati, dei Paesi o delle nazioni ospitanti o in cui i primi risiedano provvisoriamente o stabilmente. Già il Deuteronomio conteneva un precetto di carattere generale, e quindi valido tanto per gli indigeni che per gli stranieri, molto saggio: «Se vi sarà qualche tuo fratello bisognoso nella tua città, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano davanti al tuo fratello bisognoso, anzi gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre alla necessità in cui si trova» (15, 7-8), ove ovviamente il “fratello bisognoso” è biblicamente non il vagabondo o il nullafacente ma colui che si trovi in difficoltà pur facendo tutto il possibile per procurarsi lecitamente un vitto e un alloggio. E non c’è dubbio che, date le dimensioni crescenti del fenomeno immigratorio, la stessa Unione Europea se ne dovrebbe fare direttamente carico come un problema politico ed economico europeo dei prossimi decenni invece di esortare  ipocritamente e contraddittoriamente i vari Stati europei, e in particolare quelli finanziariamente più a rischio come Grecia Italia Spagna, a provvedere in proprio e in forme adeguate alle necessità materiali e civili degli immigrati bisognosi.

Per contro, in un momento storico in cui troppo spesso la figura dello straniero è oggetto di scontro ideologico tra i pro e i contro, non appare né ragionevole né evangelico negare aiuto all’immigrato operoso o volenteroso solo per un malinteso e nazionalistico senso di solidarietà verso i propri conterranei specialmente se essi non siano dotati di altrettanta buona volontà e nutrano aspirazioni irrealistiche o velleitarie.

Dall’altra parte, anche un abbraccio laico e/o religioso multiculturale e multirazziale aprioristico e indiscriminato, e perciò ideologico e astratto, verso gli immigrati, non appare per niente apprezzabile e giustificato, a dispetto di quel che vorrebbero dare ad intendere tante anime “candide” di credenti e non credenti molto più capaci di solidarietà a parole e lontani da concrete situazioni di disagio personale che non nei fatti e a stretto contatto di gomito con stranieri che non riescono ad inserirsi o non vogliono proprio inserirsi nel tessuto sociale del territorio che li ospita né interagire in alcun modo con la sua cultura e le sue stesse strutture produttive. Specialmente sgradevoli  quanto ipocriti o infondati sono al riguardo certi apparenti o presunti slanci ecumenici di tanti cattolici, il cui spirito di carità risiede spesso molto più nelle intenzioni che nelle opere, e certi plateali “attacchi” rivolti alla stessa comunità cristiana da parte di alcuni vescovi abituati a schierarsi dalla parte di zingari e rom, a prescindere da analisi oggettive e realistiche, e quasi sempre a favore di stampa e televisione.

Non ci si riferisce di certo a tanta parte di volontariato cattolico (da intendere nell’accezione più larga del termine) che lavora sempre seriamente e senza clamore, insieme a generose associazioni di volontari laici, accanto ai bisognosi di qualunque etnia e spesso proprio in mezzo ad essi e che merita pertanto il plauso e la gratitudine della stessa Chiesa di cui fa parte, la quale senza il suo qualificato e preziosissimo apporto rischierebbe di essere poco più di una comunità di credenti “tiepidi” e di testimoni senza testimonianza, di burocrati della fede, di ministri non particolarmente credibili del culto, di accademici della Parola di Dio abbastanza lontani dai tumulti della vita reale.

Già: zingari e rom, cui si può aggiungere un non trascurabile numero di sbandati albanesi, rumeni, slavi, i cui stili di vita differiscono spesso profondamente dalla stragrande maggioranza dei componenti di altri gruppi etnici come cinesi, russi, polacchi, filippini, pakistani e via dicendo, sempre regolarmente in grado di procurarsi un lavoro o di avviare un’attività commerciale e produttiva o quanto meno di darsi da fare per non campare solo di elemosina. Ci sono immigrati ed immigrati e il giudizio morale, comunque lo si voglia articolare, non può non tenerne conto. Alcuni, è vero, come rom o zingari, si portano spesso dentro una storia ultrasecolare di persecuzione e di emarginazione, a causa della quale molti loro limiti non possono non essere compresi e scusati, ma anche una cultura di esasperata chiusura etnica, di sospetto atavico verso gli “altri”, di vita nomade e parassitaria ad un tempo, più che una cultura di relazione e di lavoro operoso, di sia pur faticosa apertura a forme lecite e legittime di guadagno come a forme non meramente fisiologiche di sopravvivenza e a pratiche di vita non volte al soddisfacimento immediato ed esclusivo di bisogni istintivi: tutte cose che rendono obiettivamente e umanamente difficile la convivenza o una vita di relazione con le popolazioni con cui taluni di quegli immigrati vengono volta a volta in contatto.

A certi nostri fratelli immigrati, generalmente parlando, è molto difficile far capire (e in tal senso i cattolici si impegnano ben poco o si impegnano solo polemicamente) il valore di un lavoro umile ma onesto, poco redditizio ma più dignitoso del mero accattonaggio, l’importanza del fatto che i loro bambini imparino a frequentare la scuola anche al fine di poter sperare concretamente nella possibilità di mutare un giorno il loro destino di povertà e di abbandono, l’interesse per certi beni immateriali come lo studio o la preghiera oltre che ovviamente per quelli materiali tante volte decisivi per poter sopravvivere.

Bisogna capire, in altri termini, che l’accoglienza, l’amicizia, si costruiscono non da una sola parte, dalla parte di chi riceve e ospita, ma da ambo le parti, anche se l’accogliente ha una responsabilità certamente maggiore di quella di chi viene accolto. La carità non è tanto questione di continua elargizione di denaro o di caseggiati sotto forma di elemosina, pur doverosa nei limiti delle effettive possibilità di ognuno, la quale in ogni caso sarebbe assolutamente inadeguata a risolvere il problema, quanto questione di seria e fattiva volontà di promuovere graduali e intelligenti forme di inserimento umano, morale, economico-produttivo, culturale e sociale a favore di immigrati non dotati di spiccata capacità di iniziativa o non capaci di interagire autonomamente e proficuamente con il circostante ambiente sociale. Ma la carità, sia detto chiaramente, non può essere neppure il trattamento di favore che venga concesso all’immigrato solo perché immigrato, e quindi politicamente redditizio per qualche partito, piuttosto che all’indigeno che abbia più titoli di lui per esercitare una determinata attività lavorativa o per abitare in una casa decente.

La carità si esercita non a dispetto dei diritti, delle leggi e delle ordinarie opportunità presenti in una società, a meno di clamorose violazioni politiche di fondamentali diritti naturali, ma nel rispetto di leggi, diritti, normali opportunità sociali, e soprattutto nel rispetto di un universale principio etico egualitario di origine biblico-evangelica secondo cui tutti devono avere secondo le proprie necessità ma anche secondo le proprie capacità e i propri meriti, anche se un'applicazione coerente e radicale di tale principio verrebbe implicando un notevole mutamento degli stessi sistemi economici e sociali occidentali tutt’ora esistenti. E in effetti la carità cristiana, che è frutto di cuore e di intelligenza ad un tempo, non ha nulla di paternalistico, nulla di retorico o di appariscente, nulla di luminosamente mediatico, ma è un modo rigoroso, riservato e silenzioso, talvolta scomodo o compromettente, e sicuramente efficace se non vincente di stare dalla parte di chi ha meno di noi o è meno fortunato di noi, tenendo sempre presente che ognuno di noi è “un mendicante” nei confronti di Dio.

E anche lo straniero, biblicamente ed evangelicamente parlando, deve essere accolto, vestito e sfamato, ove egli sia o si sforzi almeno a sua volta di essere rispettoso delle leggi e delle regole civili vigenti nel paese cui sia approdato e non pretenda di ottenere a tutti i costi, ovvero senza dover faticare o senza doversi sottoporre a trafile asfissianti cui in molte parti del mondo si sottopongono ogni giorno milioni di persone di tutte le razze e di tutte le aree geografiche, quello che non aveva potuto, saputo o voluto ottenere in patria. Dio protegge sempre lo straniero: con la stessa misericordia e la stessa giustizia con cui protegge in genere i più poveri e i più deboli, come i bambini e le vedove. E questo è uno dei punti focali su cui ognuno di noi sarà tenuto a rendergli conto.   

Il rapporto con l’altro, con l’estraneo, con il diverso, pur oggetto di sofisticate e a volte oscure e involute teorizzazioni filosofiche (si pensi a quelle di Buber e Levinas, Ricoeur e Derrida, Cacciari e Kristeva, solo per fare dei nomi), continua ad avere nel contesto biblico-evangelico, opportunamente studiato e approfondito, la sua fonte primaria di comprensione conoscitiva e di esplicazione critico-concettuale. Laddove però è il caso di citare e ricordare la giusta avvertenza di un fine teologo quale il gesuita Pietro Bovati: «Il ricorso alla Scrittura non deve comunque essere falsato dal desiderio di trovarvi delle 'soluzioni' ai nostri problemi, nel senso di leggervi risposte pre-confezionate ai quesiti odierni. La Bibbia non vuole come lettori dei bambini, a cui sarebbe semplicemente chiesto di ripetere quanto è scritto e di eseguire alla lettera il suo dettato normativo; essa si rivolge invece a degli adulti, che hanno il dovere di interpretare le potenti suggestioni che vengono dai suoi racconti e dalle sue pagine normative, cosí da favorire orizzonti di accoglienza, prima di tutto come apertura mentale e poi come ospitalità nei confronti di chi si presenta, appunto, come straniero» (Lo straniero nella Bibbia, immesso in rete l’8 settembre 2011).

Niente di scolastico e di scontato, insomma, ma una ricerca ancora e sempre aperta di verità e umanità, una ricerca continua e assillante di cosa sia giusto fare o non fare ogni volta che si abbia a che fare con il prossimo, sia esso il connazionale bisognoso cui siamo accomunati magari dalla stessa fede, sia esso lo straniero di qualunque fede e di qualunque etnia che sia in attesa di essere aiutato a superare le sue difficoltà e le sue problematiche quotidiane.