Emmanuel Mounier oggi

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Mounier, nel suo “Manifesto al servizio del personalismo comunitario” (1936), chiarisce limpidamente la sua distanza dal marxismo nel rilevare in modo obiettivo che esso «rifiuta l’esistenza di verità eterne e di valori che trascendono l’individuo, lo spazio e il tempo», per cui «non vede nella realtà spirituale che “riflessi ideologici”» o poco di più. Ne consegue quella che è «la lacuna essenziale del marxismo», ovvero «di avere misconosciuto la realtà intima dell’uomo, quella della vita personale», in linea peraltro con «quell’imperialismo spirituale dell’uomo collettivo» che ne costituisce un implicito o inconscio presupposto che tutti i revisionismi storico-teorici e gli ammodernamenti politici del ’900 non sono riusciti a cancellare. Non che, infatti, persona e vita personale non facciano parte di tante celebri teorizzazioni marxiste del secolo scorso, ma la persona, l’uomo-persona in Mounier sono concepiti nella loro complessa e dinamica globalità, al di là di rappresentazioni e prospettive parziali o unilaterali, prevalentemente ideologiche, quali sono quelle elaborate generalmente dai pensatori marxisti del secolo scorso.

Egli, peraltro, viene coltivando un’idea personalistica della vita individuale e comunitaria-sociale in aperta polemica con astratte e sterili forme di spiritualismo cattolico, per cui in lui la parola “spirito”, antitetica sia a visioni individualistiche di tipo liberista sia a visioni collettivistiche di tipo sovietico, non implica mai un “sentirsi a posto con la coscienza” né evoca qualcosa che abbia a che fare con un ordine e una pace sociali di tipo paternalistico e autoritario e fondati sull’indifferenza per il perpetuarsi della crisi dell’uomo e della storia, per il perenne riprodursi della violenza istituzionale e il permanere dell’iniquità sociale. La persona è per la comunità, la comunità è per la persona in egual misura: in tutti gli altri casi la parola “spirito”, per il cattolico non farisaico, è totalmente priva di senso, anche se il seguace di Gesù cercherà di servire il prossimo, che non è un generico “altro” ma un concretissimo “tu”, indipendentemente dal fatto che tra persona e comunità sussista una corrispondenza o un rapporto di reciprocità perfettamente compiuto.   

E’ importante insistere su questo punto: la persona costituisce una realtà umana e morale, un’entità spirituale, irriducibili, e il cui valore è dunque assoluto, e tuttavia, senza coscienza della storia, dei diritti offesi e calpestati degli uomini, dei problemi reali del mondo del lavoro, non c’è vera spiritualità, la quale non può essere apologia diretta o indiretta di un potere cieco e funzionale a ben precisi interessi di classe o alla tutela del profitto illimitato di determinate oligarchie economico-finanziarie. Il Mounier che tanto batte sulla non riducibilità della spiritualità ad intimismo, a coscienzialismo, a soggettivismo solipsistico, a privatismo etico-intellettuale, è un critico di tanto cattolicesimo ufficiale e di tanto cattolicesimo abitudinario praticato nella vita comunitaria e sociale e, d’altra parte, il suo cattolicesimo critico e militante, se non gli consente di convergere con i fondamenti teorico-dottrinari e le specifiche implicazioni ideologiche del marxismo, che anzi egli critica e respinge aspramente, non lo induce ad assumere un atteggiamento pregiudizialmente e indiscriminatamente anticomunista: «Ci siamo opposti politicamente e sempre ci opporremo a questo anticomunismo politico che consolida il fariseismo sociale, e porta a maturazione la guerra sociale e internazionale», scrive in uno dei suoi ultimi saggi. E continua: «abbiamo detto e diciamo sempre che il comunismo, accanto a ciò che vi rifiutiamo, contiene diverse verità politiche, economiche, sociali e umane, e che il nostro dovere di cristiani e contemporaneamente il nostro dovere politico, è di riconoscere la verità dovunque si trovi. Mai ci siamo rifiutati e mai ci rifiuteremo di dire che il bianco è bianco, quand’anche i comunisti in qualche circostanza fossero i soli a dirlo. Mai ci siamo rifiutati, nella Resistenza, per una giusta pace in Vietnam, per una giustizia giusta in Madagascar, di unire la nostra azione a quella dei comunisti, a condizione che questa azione non fosse utilizzata strumentalmente per fini partigiani…Intellettualmente esigenti, abbiamo sempre pensato che fosse meglio conoscere il comunismo direttamente che per sentito dire, vedere i comunisti piuttosto che immaginarseli, farli parlare prima di interpretarli, e comprenderli prima di contestarli. Non c’è nessuno di questi comportamenti che non ci venga comandato da un cristianesimo elementare ispirato alla verità e alla carità. La nostra stessa Chiesa ci ha sufficientemente riempito il cuore di esigenze tali da renderci certi che essa non può chiederci di rinunciarvi» (Feu la chrétienté, 1950, ovvero La cristianità defunta, Oeuvres, III, pp. 656-657).

Mi pare che questo passo chiarisca bene tanto il senso complessivo del suo cattolicesimo quanto quello del suo interesse per il movimento comunista in senso storico ancor più che per il marxismo in senso strettamente teorico-politico, anche se con quest’ultimo non avrebbe mai chiuso il discorso. Non che a Mounier sfugga la specificità della fede cristiana e cattolica, ovvero il credere che Cristo sia il Signore della vita e della storia e pertanto l’éskatos verso cui tutte le creature e le cose create sono dirette, ma l’affermazione e la testimonianza personale della signoria universale di Cristo per lui non passano necessariamente attraverso un impegno volto a centralizzare e ad istituzionalizzare a tutti i costi il cattolicesimo sul piano della cultura e della politica contemporanee bensí attraverso un agire non appariscente e fecondo, franco e coraggioso ma umile e aperto, intransigente su princípi e valori ma sempre pronto a servire la causa degli oppressi con chiunque lotti in spirito di verità e di giustizia e senza secondi fini per il loro riscatto e la loro liberazione.

Ed è per questo che l’ultimo Mounier, quello dello scritto “Fedeltà”, giustamente considerato il suo testamento politico, non si sarebbe mai arroccato intorno ad un’idea e a un’ipotesi di partito democristiano, per quanto “laico” e “di sinistra” potesse essere, dal momento che un partito del genere era secondo lui destinato «ad essere un correttivo subalterno di una maggioranza di centrodestra», ma avrebbe proposto, come è stato ben osservato, «la costruzione, da parte di laici e cattolici, di “una sinistra non comunista” capace di esercitare un’azione di egemonia sull’intera sinistra a servizio di un riformismo più incisivo» (S. Ceccanti, Una lezione attuale, in “Mondoperaio”, 2010, n. 9, p. 49), ovvero la costruzione, perseguita principalmente attraverso la sua celebre rivista “Esprit”, di un secondo partito operaio e popolare non comunista ma fortemente motivato dal punto di vista spirituale ed evangelico e ugualmente predisposto ad una lotta politica e sociale contro le patologie e le evidenti storture economico-finanziarie ed etico-culturali del sistema capitalistico oltre che contro le anonime strutture di potere di un elefantiaco burocratismo di Stato come quello di tipo sovietico o come quello non meno insidioso già presente nei principali Stati occidentali.  

Il cattolico Mounier si sente indotto a fare i conti con Marx più che con qualunque altro grande esponente del pensiero moderno per il suo incomprimibile bisogno di non evadere dalla storia e da una storia naturalmente non rovesciata e non mistificata. Per lui  la fede implica una continua critica di se stessi sia in rapporto ad un colloquio ininterrotto con la propria coscienza sia anche in rapporto al modo di porsi verso il mondo e verso gli altri. La fede non può stare «ai margini della storia» reale degli uomini, la religione non può pretendere di non sporcarsi le mani con la politica e nella politica, il cristianesimo non può salvare l’uomo senza reagire adeguatamente a consolidate strutture economiche e sociali oltre che personali di peccato che ne sviliscono e ne avviliscono la dignità e la libertà, la stessa Chiesa non può perennemente mostrarsi interessata alle questioni sociali in modo generico o discontinuo né può continuare ad eludere per mezzo di discorsi privi della forza profetica del Vangelo antiche e mai soddisfatte domande di giustizia delle masse popolari e dei lavoratori più sfruttati e oppressi.

Resta ovviamente il problema di tradurre tutto ciò in termini di prassi politica, dove nonostante ogni lungimiranza è facile commettere degli errori. E Mounier, probabilmente commette degli errori di valutazione, per i quali si rinvia  ai due tomi che racchiudono gli “Atti” del Convegno tenutosi all’Unesco nel 2000 e pubblicati dalla casa editrice svizzera “Parole et Silence” nel 2003 e nel 2006. Ma, a mio giudizio, se errori commette essi sono o marginali o di natura tattica più che strategica, perché la strategia politica mounieriana viene sempre pregevolmente a qualificarsi per il generoso e oculato tentativo di introdurre la fede cristiana nel dibattito politico del tempo non per condizionarne il libero sviluppo ma per concorrere ad orientarlo in forme del tutto legittime verso finalità evangeliche di libertà e responsabilità personali, di giustizia sociale, di produttività economica equilibrata e sostenibile e prioritariamente volta a soddisfare necessità comunitarie più che istanze puramente mercantili e finanziarie, di democrazia non autoritaria e non oligarchica ma autorevole e solidaristica ad un tempo, e proprio per questo ben al riparo tanto da conservatorismi o moderatismi ipocriti ed iniqui quanto da fanatismi e massimalismi ideologico-politici di qualsivoglia natura. 

Ma va sottolineato come questo percorso teorico-politico e religioso, di sapore squisitamente evangelico, alla fine sia risultato ben funzionale al potenziamento della singola persona, alla fortificazione complessiva della persona, al rafforzamento della sua libertà e della sua responsabilità, al permeare il pubblico o il sociale di valori spirituali e religiosi personali non relegabili autoritariamente nel privato ossia nell’invisibile, al dare voce e consistenza morale e politica alla coscienza di ognuno di fronte a sempre possibili lobby di potere che tanto più facilmente possono perseguire i loro scopi perversi o iniqui quanto più deboli siano i soggetti, sia in senso individuale che comunitario, da assoggettare e soggiogare.

Ciò detto, sarebbe però sbagliato e fuorviante pensare che quello di Mounier sia un cattolicesimo prevalentemente sociale e politico, perché in realtà la sua fede, pur esercitandosi appassionatamente anche in un ambito sociale e politico, si estende ad un più ampio e generale piano esistenziale costituito da realtà in cui è dato di percepire in modo particolarmente forte e acuto la finitezza umana, ovvero dalle realtà terrene più dolorose e disumane, come il morire, l’essere malati, l’essere soli, il dover decidere tra valori conflittuali, che non si prestano ad essere facilmente razionalizzate ma che hanno ugualmente senso agli occhi del cristiano perché Dio stesso, incarnandosi, le ha fatte proprie facendone paradossalmente fonte di salvezza. Mounier è un cattolico tout court, senza ulteriori aggettivazioni o specificazioni; un cattolico su tutti i fronti dell’esistenza, come ben dimostra la sua personale esperienza di vita, la sua personale esperienza di padre di Françoise, una bambina nata handicappata.

Come ha giustamente osservato Vito Mancuso, «Mounier sa che nel corpo malato di sua figlia è racchiuso un insegnamento…guidato da una virile intelligenza di ciò che realmente implica la fede in un Dio personale»; egli «giunge a riconoscere che non può trattarsi semplicemente di fatalità, di una disgrazia che giunge improvvisa…Mounier pensa che la presenza divina non può non essere coinvolta nella malattia congenita di sua figlia» (Il dolore innocente. L’handicap, la natura e Dio, Milano, Mondadori, 2002 e 2008, pp. 77-78).

Proprio quest’esperienza personale cosí ravvicinata della malattia lo porta ad interrogarsi sul senso della sofferenza innocente e ad intenderla non come un semplice dato naturale e come mera fatalità ma come segno o manifestazione della presenza di Dio. E’ la sua fede cristiana che lo spinge a compiere «quella ritrascrizione assoluta dei valori naturali che risulta inaccettabile alla sapienza di questo mondo, e che consiste nel vedere il dolore, la sofferenza, la morte, la dimensione del negativo non solo e non tanto come dotati di qualche senso alla luce della razionalità che governa il tutto (questo già lo insegnavano gli stoici), ma esattamente come la sede privilegiata del divino, e perciò della salvezza…Il corpo malato di sua figlia, Mounier lo vede come ostia, come presenza reale di Dio, di quel Dio che un giorno patì la morte nel corpo di un uomo» (ivi, pp. 79-80). Il corpo malato e sofferente di sua figlia era il corpo di una persona da amare, da assistere ed aiutare in Cristo, per mezzo di Cristo, nel nome e per conto di Cristo, in un modo ancora più partecipato ed intenso di quello in cui generalmente si manifesta amore caritatevole e solidale verso il prossimo bisognoso ma non menomato.

Mounier, dunque, non fu un semplice intellettuale cattolico impegnato in politica sotto il profilo etico-teoretico e programmatico, ma fu un gigante umilissimo della fede cattolica, un fedele e indomito soldato di Cristo, un coraggioso e rigoroso testimone dello spirito evangelico in tutti i principali comparti dell’esistenza umana. E, anche in quanto filosofo politico, lo si deve considerare tanto più grande e ammirevole quanto più si pensi ai gravi condizionamenti familiari e personali che dovette cristianamente subire per larga parte della sua vita.

Non può perciò essere elusa una domanda: questo Mounier, cosí estraneo alle liturgie istituzionali e cosí distaccato non già rispetto al valore emancipativo della democrazia ma rispetto ai formalismi democratico-parlamentari, cosí diretto e appassionato, cosí vicino al “prossimo” in carne e ossa che quotidianamente gli si trova accanto alla ricerca inespressa di aiuto, e dunque cosí capace di coniugare impegno filosofico e politico ed esercizio concreto di amore caritatevole, può essere utile ai cattolici di oggi? Può contribuire al loro risveglio culturale e politico, al loro impegno comunitario e sociale, al recupero di una adeguata e attenta sensibilità morale su temi etici e bioetici delicatissimi? Può rialimentarne la volontà di essere luce non tremolante del mondo e sale non insipido della terra?   

In particolare, di fronte alla spaventosa crisi attuale che sembra spegnere ogni speranza di futuro soprattutto nella vita delle giovani generazioni non si può non pensare a Mounier. Di fronte alla “grande crisi” del ’29, hanno scritto circa due anni or sono tre importanti intellettuali francesi, Mounier «si dedica ad un’analisi spettrale del disordine economico, avendo contemporaneamente la preoccupazione di scrutarne le cause profonde, che sono, ai suoi occhi, dell’ordine dello “spirituale”. Senza esplicita connotazione religiosa, questa parola designa l’insieme delle scelte antropologiche che stanno a fondamento di una società. Risponde alla domanda ormai persa di vista: quale tipo di esistenza individuale e collettiva vogliamo, che non si rinchiuda nel vano inseguire una “felicità” ridotta alla massimizzazione del piacere, del potere, del denaro, del corpo o del confort? Da dove deriva il fatto che le condizioni di accesso al benessere si siano trasformate in fini tirannici? Un discorso da “anima bella”, si dirà, indifferente al dramma di coloro che si scontrano con le difficoltà dell’esistenza! Niente affatto. “Generalmente disprezzano l’aspetto economico solo coloro che non sono più ossessionati dalla nevrosi del pane quotidiano”, ricorda Mounier. “Per convincerli, sarebbe preferibile un giro in periferia piuttosto che degli argomenti”. Ma subito aggiunge: “Da ciò non deriva che i valori economici siano superiori agli altri: il primato dell’aspetto economico è un disordine storico da cui bisogna uscire”» (Guy Coq, Jacques Delors, Jacques Le Goff, Pensare la nostra crisi con Emmanuel Mounier. Il suo cattolicesimo di sinistra resta più attuale che mai, in “Le Monde” del 22 marzo 2010).

Questo “disordine stabilito” è stato prodotto, egli ritiene, da un errore iniziale sull’uomo, da una terribile sovversione antropologica da cui non potevano non derivare effetti patologici, il più importante dei quali consiste nel fatto che il mercato, elevatosi «a timoniere della società con l’usurpazione della funzione di governance» a causa dell’«abdicazione del politico a livello nazionale ed internazionale e alle dimissioni della società», è giunto ormai «ad ergersi ad istanza suprema di senso, al prezzo di un non-senso distruttivo che sta ormai ipotecando il futuro stesso del pianeta» (ivi).      

Fedele a Cristo fino alla fine, Mounier ha saputo avanzare «nel mondo e tra gli uomini…allo scoperto, senza precauzione né protezione, senza maschera né truccature» (J. Conilh, Emmanuel Mounier, Roma, AVE, 1967, pp. 9-10). Egli fa parte di quella ristretta cerchia di uomini giusti che amano ricercare impavidamente e senza ombrosità accademiche la verità e lottare a viso aperto non già per un “umanesimo integrale” ma per un’integrale liberazione degli uomini (H. Chaigne, Emmanuel Mounier, ou le combat du juste, Bordeaux, Ducreaux, 1968).