La devozione mariana di papa Luciani

Scritto da Angela Iazzolino on . Postato in Articoli e studi

 

Antonia Luciani, detta Nina, ovvero la sorella di papa Albino Luciani, moriva nel 2009 e con lei moriva, come disse in occasione della sua morte don Giuseppe Bratti, direttore dell’ufficio di comunicazioni sociali della diocesi di Belluno e Feltre, «una fonte im­portante di ricordi sulla figura del papa. La Chiesa l’aveva sen­tita nel corso della prima fase del processo di beatificazione del fratello; era stata poi inter­vistata da una scrittrice e gior­nalista cattolica, Stefania Fala­sco, che ne aveva tratto un li­bro, “Mio fratello Albino”». Era stata Antonia a rivelare particolari non noti e piuttosto riservati della sua famiglia e della vita di suo fratello Albino quand’era ancora bambino e poi giovane ormai consegnatosi a Cristo e alla Chiesa, come per esempio l’impegno antifascista di quest’ultimo ormai sacerdote e la sua solerzia nello spiegare ai giovani di Canale, suo paese nativo, come fosse in pericolo la libertà della Chiesa a seguito della decisione di Mussolini di sciogliere l’Azione Cattolica nel 1931, o nel prendere posizione successivamente contro le leggi razziali.

Dalla testimonianza di Antonia emerge la figura di un uomo per niente timido e dai tratti bonari e sorridenti, che sono le caratteristiche dell’immagine pubblica ormai leggendaria di Luciani pontefice, ma molto fermo e determinato nella difesa delle libertà personali e delle prerogative spirituali della Chiesa cattolica. Ma, nel racconto di Nina, l’aspetto forse più toccante della personalità di Albino è la sua intensa devozione a Maria Madre di Dio e di Gesù: «La devozione alla Madonna era molto sentita da noi…Se c’è una cosa che l’Albino mi ha poi sempre raccomandato è di restare fedele alla preghiera, in particolare del rosario. Le volte che andavamo a trovarlo a Venezia lo ripeteva sempre questo, anche a mia figlia Lina» (Intervista ad Antonia Luciani di Stefania Falasca, “Ho iniziato ad amare la Vergine Maria”, in “30Giorni”, 2003, n. 5). Ma del suo grande e tenerissimo amore per Maria in realtà Albino non fece mai mistero pubblicamente. In qualità di patriarca di Venezia era giunto a scrivere che «è impossibile concepire la nostra vita, la vita della Chiesa, senza il rosario, le feste mariane, i santuari mariani e le immagini della Madonna».

Ma la sua venerazione, sempre piena di riconoscenza, per Maria, non emerge da grandi studi mariologici che non scrisse mai pur avendone ampia facoltà  intellettuale e teologica, quale può facilmente dedursi dai richiami costanti alla Santa Vergine in tanti suoi interventi pubblici e in tante omelie, ma dalla sua stessa vita e dalla semplicità comunicativa, che è tutt’altra cosa dal semplicismo concettuale ed espressivo, con cui fu sempre capace di trasmettere la parola e i valori del Vangelo. Una volta a Verona, in occasione di una festa mariana, a proposito del santo rosario disse: «Alcuni oggi questa forma di preghiera la ritengono superata, non adatta ai nostri tempi, che esigono, dicono, una Chiesa tutto spirito e carisma. Ma “l’amore”, diceva De Foucauld» (noto come il Beato Carlo di Gesù), «“si esprime con poche parole, sempre le stesse e che ripete sempre”. Ripetendo con la voce e con il cuore le Ave Maria noi parliamo come figli alla nostra madre. Il rosario, preghiera umile, semplice e facile, aiuta l’abbandono a Dio, aiuta a essere fanciulli».

Verso la metà degli anni ’70, una sua omelia cominciava con queste parole: «Chi ama currit, volat, laetatur. Amare significa correre con il cuore verso l’oggetto amato. Ho iniziato ad amare la Vergine Maria prima ancora di conoscerla... le sere al focolare sulle ginocchia materne, la voce della mamma che recitava il rosario...». E, subito dopo, parlando del grande cuore materno di Maria, mons. Albino Luciani cosí continuava: «Lo si vede anche alle nozze di Cana; ha rivelato un cuore materno verso i due sposi in pericolo di fare brutta figura. E’ lei che strappa il miracolo! Sembra quasi che Gesù abbia fatto una legge per se stesso: “Io faccio il miracolo, ma che Lei chieda!”. Quindi come madre dobbiamo tanto invocarla, avere tanta fiducia in Lei, venerarla tanto!». Siccome Maria è la creatura più perfetta dell’universo, più in sintonia con il volere di Dio, non c’è grazia che Cristo non si lasci strappare da lei ed egli predilige anzi tutte le richieste di grazia che gli giungano attraverso la sua santissima intercessione. Non è forse per questa ragione che Gesù, in punto di morte, volle conferire a Maria il titolo di madre dell’umanità?

Ma poi, dal momento che papa Paolo VI, pur  riconoscendo e proclamando doverosamente Maria Madre della Chiesa, la chiamava spesso anche “sorella”, secondo il noto detto di sant’Ambrogio “soror enim nostra est”, noi dobbiamo sentirla anche come una sorella che «ha vissuto una vita uguale alla nostra . Anche Lei è dovuta emigrare in Egitto. Anche Lei ha avuto bisogno di essere aiutata. Lavava piatti e panni, preparava i pasti, spazzava i pavimenti. Ha fatto queste cose comuni ma in maniera non comune perché “essa”, dice il Concilio, “mentre viveva in terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familari e di lavoro, era sempre intimamente unita al Figlio suo”. Sicché la confidenza la Madonna ce la ispira non solo perché è tanto misericordiosa, ma anche perché ha vissuto la nostra stessa vita, ha sperimentato parecchie delle nostre difficoltà e noi dobbiamo seguirla e imitarla specialmente nella fede».

Tutto ciò che ricordava Maria era parte integrante della spiritualità di Albino Luciani. E cosí furono innumerevoli i santuari mariani che egli volle visitare o in cui volle fermarsi a pregare, a cominciare da quello altoatesino di Pietralba che sin dall’infanzia gli fu e gli rimase sempre caro. Ricorda Nina che egli «ci andava durante le estati quando era vescovo di Vittorio Veneto e poi da patriarca di Venezia. Gran parte del tempo che vi trascorrerva lo passava in confessionale. Ma tanti sono stati i santuari mariani che hanno visto Albino Luciani pellegrino. Più volte aveva accompagnato pellegrinaggi diocesani a Lourdes, a Loreto e a Fatima. Tanto che in un’omelia nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Venezia disse: “Preparandomi a parlare in questo santuario mariano ho dato uno sguardo retrospettivo alla mia vita di vescovo. Con mia sorpresa ho scoperto che parte del mio servizio pastorale l’ho svolto presso i santuari”».  

Nel corso di tutti questi pellegrinaggi non perdeva occasione per ricordare ai fedeli che a Maria bisogna rivolgersi in modo semplice e che in modo altrettanto semplice e chiaro bisogna parlare di Maria, anche per evitare che ella potesse diventare inavvertitamente un semplice oggetto di speculazione teologica. Una volta disse con estrema chiarezza: «Si scrive e si parla molto sulla Madonna, ma si faccia in modo da farsi capire da tutti e da toccare i cuori. Cosa che non riesce se non si ha prima noi stessi il cuore toccato: sant’Alfonso, che era un grande, un teologo, ma s’induceva a balbettare per farsi capire dai piccoli, l’aveva quando per il suo popolo analfabeta componeva canzoni, cantate per più di cento anni in tutta l’Italia, specialmente durante le missioni ed i mesi di maggio. Don Bosco le fece cantare dai suoi ragazzi. Una per esempio comincia: “O bella mia speranza / dolce amor mio Maria / tu sei la vita mia / la pace mia sei tu”. Chi scriveva cosí sentiva Maria vicina, apriva a lei il proprio cuore con confidenza. Non solo parlava di Maria, ma parlava a Maria con tenerissime preghiere intercalate di continuo. Non va bene lo sterile e passeggero sentimento, il sentimentalismo, ma va bene che il cuore, oltre alla mente e alla volontà, sia coinvolto nell’esercizio del culto mariano. “Che il bel nome di Maria non abbandoni mai le tue labbra”, scriveva san Bernardo, “non abbandoni mai il tuo cuore”».

Ora, si può ben capire perché, diventato papa, ebbe modo di dire dalla finestra papale che si affaccia sulla piazza di San Pietro che «Dio è padre; anzi, di più, è madre». Parole che scandalizzarono forse qualche esponente della curia romana e qualche compassato teologo cattolico dai molti titoli accademici, ma che toccarono in profondità il cuore di milioni di persone sparse in tutto il mondo perché esse, come papa Luciani, avevano colto in quelle parole una verità non scritta e non contemplata dai trattati teologici ma ugualmente fondamentale per la fede e la vita di credenti e non credenti: che Maria non è solo la forma più alta e più nobile dell’umanità che è in ognuno di noi ma è anche la cifra originaria e originale dell’umanità infinita di Dio in virtù della quale fu possibile che il Figlio unigenito sacrificasse la sua vita per la salvezza delle moltitudini umane.

L’intervista di Stefania Falasco alla sorella di papa Luciani, si concludeva con questa considerazione giornalistica: «il 29 giugno del ’78, a tre mesi esatti dalla sua morte, Luciani ritornò a Canale per l’ultima volta. Il parroco ricorda l’ultima immagine che conserva di lui: entrando nella chiesa lo sorprese nella penombra con la corona in preghiera davanti all’altare dell’Immacolata, lì nel posto dove andava ad inginocchiarsi sua madre».