Islam: religious aberration*.

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

 

All’indomani dei gravi disordini seguiti nei paesi islamici a causa dell’ennesima “provocazione” occidentale sulla figura di Maometto, si sono susseguite sul web e sulla stampa diverse dichiarazioni di esponenti islamici e del mondo cattolico. Tra queste quella di H. R. Piccardo, noto esponente dell’U.C.O.I.I. (Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia), che ha scritto sul sito “www.islam.it” un breve comunicato in cui compare anche la seguente dichiarazione: «siamo certi che niente nel comportamento e nell’insegnamento del Profeta possa giustificare le azioni inconsulte di minoranze islamiche che con il loro comportamento irriflesso gettano un’ombra pesante sull’intera comunità. Mi auguro che la calma torni al più presto e vengano individuati e puniti i provocatori e i mestatori che stanno dietro questi eventi».

Dello stesso tenore è la dichiarazione dei “Giovani Musulmani d’Italia”: «Crediamo che la reazione violenta alla pretestuosa provocazione sia contraria allo stesso insegnamento profetico, che attraverso vari episodi e passaggi, indica chiaramente come nell’Islam sia deprecabile il linguaggio della contrapposizione e come l’approccio educativo, anche verso gli oppositori, sia un fondamento dal quale non discostarsi. Crediamo inoltre che le reazioni violente siano causate anche della poca conoscenza proprio di colui che oggi si vuole difendere, il Profeta Mohammad e i suoi insegnamenti…I musulmani si facciano carico di un lavoro di diffusione capillare della conoscenza della figura del Profeta Mohammad e i suoi insegnamenti»; mentre da parte cattolica, non in diretta relazione con le violenze verificatesi ma in occasione della visita del papa in Libano a quelle violenze contemporanea, è sembrata significativa ai fini del ragionamento che qui si vuole svolgere la seguente nota de “L’Osservatore Romano” del 17-18 settembre 2012 (“Il vero volto della Chiesa”): «proprio dai capi musulmani libanesi il Papa è stato ascoltato con interesse e rispetto».

Ora, dalle affermazioni delle due fonti islamiche residenti in Italia, che proprio per la loro sede territoriale denotano un modo verosimilmente più “occidentale” di interpretare la parola coranica, ovvero un modo di accostarsi al Corano che dovrebbe risultare criticamente più distaccato, elaborato e attendibile di quello generalmente adottato dalle masse islamiche nei loro Paesi di appartenenza e dai loro stessi “imàm”, emergono due concetti fondamentali: che la violenza non appartiene all’intera comunità islamica (“umma”) ma a semplici benché accese minoranze o ad estremisti, e soprattutto che la violenza sarebbe totalmente estranea all’insegnamento di Maometto che anzi la avverserebbe in modo radicale. Quanto alla notizia data dalla autorevole fonte cattolica sopra citata, essa sembra dare per scontati e autentici l’interesse e il rispetto dei capi musulmani nei confronti del papa e del suo messaggio religioso, pur in presenza di giudizi di parte islamica manifestati in precedenti circostanze che sembrerebbero in contrasto con le parole ottimistiche espresse dall’importante organo di stampa del Vaticano.  

A me pare che si possa e si debba eccepire sia sulle tesi di parte islamica sia sull’affermazione di parte cattolica che tuttavia non può pretendere di rappresentare la totalità del pensiero cattolico. Infatti, per quanto riguarda le prime è difficile stabilire quanto siano realmente estese le cosiddette minoranze islamiche e in che misura esse siano rappresentative, al di là delle loro manifestazioni esteriori di fanatismo e intolleranza, delle convinzioni e dei sentimenti più profondi dei popoli islamici complessivamente considerati, cosí come sarebbe arduo escludere aprioristicamente che gli estremisti non siano reali avanguardie di ben più estese masse popolari, mentre è molto problematico stabilire se la maggioranza dei soggetti di fede islamica in fondo al proprio cuore abbiano intenzioni di pace o di guerra e covino propositi aggressivi e violenti oppure amichevoli e pacifici. Quel che però è oggettivamente infondato è il ritenere che il Corano favorisca l’amore tra gli uomini attraverso un rigetto inequivocabile di tutto ciò che evoca odio e violenza.

Un ex musulmano come l’egiziano Jerry Rassamni, da considerare ovviamente “un traditore” dal punto di vista del fondamentalismo religioso islamico ma che per la cristianità evangelica e cattolica è invece un testimone di fondamentale importanza, in un suo libro autobiografico significativamente intitolato “From Jihad to Jesus” (Xulon Press, USA, 2010) fa emergere in modo limpido e puntuale la carica di arbitrarietà e di violenza di molte “sure” coraniche attraverso un confronto di quest’ultime con i Vangeli della tradizione cristiana e cattolica. Innanzitutto, osserva Rassamni, non c’è nessuna profezia che annunci la venuta di Maometto, contrariamente alla figura di Gesù in cui vengono avverandosi numerose e antiche profezie e ciò toglie ogni fondamento biblico-religioso alla pretesa di Maometto di essere l’ultimo profeta mandato da Dio privando altresí di legittimità le sue numerose “rivelazioni” che, contrariamente alla “rivelazione sacrificale” di Gesù, furono più che altro funzionali al soddisfacimento delle sue passioni e dei suoi interessi personali come per esempio la legalizzazione del matrimonio con la propria nuora di cui si era invaghito. 

Alle sfrenate passioni edonistiche di Maometto (donne, aromi, cibi raffinati) si contrappone l’unica grande passione di Cristo, che fu quella di glorificare con la sua vita e la sua morte il nome del Padre suo celeste. A Gesù che aveva detto «il mio regno non è di questo mondo», Maometto contrappose la volontà di instaurare un regno terreno da conquistare con la spada, non la spada evangelica che squarcia le coscienze per costringerle a scegliere tra il bene e il male, ma la spada che uccide il prossimo, per depredarlo e per arricchirsi illecitamente dei suoi beni, oppure la spada che impone a tanti innocenti di convertirsi forzatamente all’Islam pena per l’appunto la morte. Contro ricchi e oppressori di qualsiasi genere Cristo aveva alzato la mano non per sopprimerli ma per avvertirli che difficilmente sarebbero entrati nel regno dei cieli e si era mostrato misericordioso verso i poveri e gli umili di cuore, mentre Maometto fu implacabile e spietato verso chiunque si frapponesse ai suoi disegni di potere e incitò alla “guerra santa” i suoi seguaci per perseguire precisi scopi di dominio politico.

Gesù invitava i suoi ad amare i nemici e a benedire «coloro che vi odiano» mentre Maometto predicava l’odio e l’adozione di pratiche talvolta brutali e crudeli e quasi sempre repressive e punitive contro i nemici dell’Islam considerati nemici di Dio stesso. Mentre Gesù perdonò i suoi nemici che lo avevano crocifisso e versò il suo sangue per la salvezza delle moltitudini, Maometto non perse occasione per massacrare i suoi nemici e unificare la penisola arabica con la vita e il sangue altrui. Non è certamente tutto ma è abbastanza, sotto un profilo squisitamente umano, per confutare un’opinione molto diffusa e colpevolmente veicolata dai grandi mezzi di comunicazione di massa: quella per cui, in fondo, la fede cristiana sarebbe rispettabile quanto quella islamica nel “profeta” Maometto.

La fede islamica non solo non può essere paragonata qualitativamente a quella cristiana ma non può essere neppure “rispettata” per il semplice motivo che rispettarla significherebbe rispettare una congerie molto confusa di precetti spesso fra loro contraddittori o incoerenti e non di rado bellicosi e disumani. Indubbiamente, nella vita e nella dottrina maomettana c’è un’evoluzione o piuttosto un’involuzione: si può senz’altro distinguere tra una prima fase in cui il messaggio di Maometto, che conobbe sia pure in modo approssimativo e distorto le Sacre Scritture, si presenta per un verso animato da zelo ascetico e tanto distaccato dalle cose mondane quanto indirizzato ad un mondo trascendente di là da venire, per l’altro caratterizzato dalla presenza di precise indicazioni etiche come il far l’elemosina e non disprezzare i mendicanti, il non trascurare gli orfani, il non utilizzare pesi di misura falsificati e altre regole in cui si può riconoscere l’influenza giudaica e cristiana.

Qui ancora l’immagine di Allah, il quale beninteso era una divinità particolare venerata nell’Arabia preislamica come una divinità superiore a tutte le altre divinità (e quindi il Dio di tutti gli dei o Dio per antonomasia) venerate dalle tribù arabe (Klaus Kreiser, Lexikon der Islamischen Welt, Kohlhammer Stuttgart 1974, p. 35), non ha quei tratti dispotici e violenti che verrà assumendo successivamente. Ma poi c’è una seconda fase coincidente con il periodo in cui molti dei suoi stessi conterranei della regione della Mecca non lo riconoscono come “l’ultimo profeta” o “Suggello dei Profeti”(sura 33, 40) provocandone cosí non solo la collera ma anche l’emigrazione con quella dei suoi adepti verso Medina nel 622 d.C. dove però ci sono gruppi di ebrei e di cristiani là residenti da molto tempo che muovono molteplici e precise obiezioni alla sua presunta dottrina e alla sua richiesta di essere riconosciuto come profeta mandato da Dio, e con i quali avrebbe presto finito per entrare in violento disaccordo. 

Proprio tale clamoroso e irridente disconoscimento ebraico-cristiano fu alla base del radicale cambiamento della personalità di Maometto (che, tuttavia, già in origine o costitutivamente era  doppia e schizofrenicamente divisa) e del suo pensiero. Da presunto “profeta” da includere nella storia della salvezza si trasforma in spietato capo militare e politico che, facendo dei suoi seguaci allettati da una prospettiva di potere mondano e via via sempre più numerosi una potenza militare, combatte per un regno divino sulla terra usando senza alcuno scrupolo la violenza al fine di portare a compimento la sua missione religiosa di far trionfare l’Islam sino ad assoggettare ad esso quanti più popoli possibile. Ne risente l’immagine stessa di Allah, che tende a diventare dispotica e vendicativa in particolare verso i “nemici esterni”. Dunque, non è affatto un caso che anche l’Occidente sia sempre stato storicamente e continui ad essere bersaglio o meta privilegiati della sete di conquista dei popoli islamici e di strategie espansionistiche di natura militare e non militare.

Di fatto, questa seconda fase è caratterizzata dalla dura presa di posizione di Maometto contro Gesù Cristo in quanto Figlio di Dio. Non è che in precedenza avesse accettato la figliolanza divina di Gesù, l’idea quindi di un Figlio uguale al Padre (si veda, per esempio, la sura 112, 1-4), ma ora, come si legge su uno dei tanti siti che si occupano di cose islamiche, «la condanna radicale della figliolanza divina di Gesù e del dogma cristologico e trinitario della Chiesa cristiana determina l'atteggiamento aggressivo di Maometto e dei suoi seguaci nei confronti dei cristiani», oltre che degli ebrei. I cristiani, in particolare, vengono ora accusati di aver falsificato diversi passaggi biblici ed evangelici i quali, nella loro forma originaria e non ancora alterata, avrebbero invece preannunciato la predicazione di Maometto come  terza ed ultima “rivelazione” di Dio. E infatti si legge nel Corano: «E’ Lui (Allah) che ha mandato il suo Messaggero con la retta Guida, con la Religione vera, per farla trionfare su ogni altra religione…» (sura 61, 9). Ecco: la seconda fase della vita di Maometto culmina in questa arrogante pretesa di fare dell’Islam la religione del mondo e di imporla a tutti gli uomini con qualunque mezzo. Che è principalmente ciò che qualifica la religione islamica come una religione aberrante.    

Guai a dire oggi che la religione islamica sia in realtà una religione di violenza, di distruzione e di morte. Un’affermazione del genere è destinata a suscitare non solo le reazioni violente del mondo arabo ma l’avversione e le critiche dei molti intellettuali e politici multiculturalisti occidentali ed europei che, tendendo a riconoscere pari dignità a tutte le religioni e in particolare alle tre grandi religioni monoteiste del mondo, non si accorgono di concorrere ad una conflittualità crescente e sempre più esasperata tra le diverse fedi religiose. Se ad uno che dice oggettivamente il falso, che ha sempre un atteggiamento di sospetto e di ostilità verso tutti coloro che non ne condividano la fede e che ricorre disinvoltamente alla menzogna ogni qual volta abbia la necessità psicologica di occultare per motivi tattici i propositi violenti del suo credo o programma religioso, gli si dice, per un malinteso senso di tolleranza e di apertura culturale e religiosa, che la sua posizione è rispettabile quanto quella di chi invece dice il vero e persegue benêfici e non equivoci fini di liberazione e di pace, è evidente che lo si incoraggia a perseverare nell’errore e in pratiche di vita enormemente dannose anche quando non siano direttamente o esplicitamente rivolte contro la comunità internazionale.

E’ evidente che, se i potenti strumenti di comunicazione di massa, incuranti di una ricerca storica e spirituale rigorosa e attendibile della verità dei fatti, predicano quotidianamente e spesso acriticamente la necessità del dialogo tra le religioni, un multiculturalismo indiscriminato, un’integrazione razziale e religiosa senza regole chiare e tassative per tutti, alla fine finiscono per ingenerare solo confusione e per indebolire gravemente le possibilità di “difesa” di un Occidente e di un’Europa già deboli perché malati di avidità e di aridità spirituale e da sempre tuttavia significativamente esposti agli attacchi del mondo islamico che non rinuncia sin dai tempi di Maometto a perseguire progetti espansionistici ed egemonici in tutte le parti del mondo. In questo senso, persino il ritenere da parte della stampa cattolica più vicina alla Santa Sede che i capi musulmani libanesi e non libanesi ascoltino generalmente il papa «con interesse e rispetto», secondo la notizia dell’“Osservatore Romano” sopra riportata, può aggravare lo stato di ambiguità in cui già versano e da lungo tempo i rapporti tra mondo cattolico e mondo islamico.

Non ci si interroga a sufficienza sulla natura di quell’“interesse” e di quel “rispetto” e forse ci si vuole illudere sull’esistenza di qualcosa che non c’è. Non si deve essere necessariamente maliziosi ma basta essere realisti per supporre quanto meno che dagli incontri con il papa della Chiesa cattolica, i capi musulmani, forse non molto diversi dai “sepolcri imbiancati” di evangelica memoria, e i vari autorevoli esponenti anche politici della pur variegata comunità islamica possano voler trarre principalmente visibilità mediatica e credibilità internazionale  che sono istanze psicologiche e politiche forse comprensibili ma non necessariamente connesse a sentimenti di stima e di sincero apprezzamento verso il pontefice e la sua Chiesa. E, in ogni caso, molto opportuno è stato il monito di Benedetto XVI: «La fede autentica non può condurre alla morte. L’artigiano di pace è umile e giusto» e deve impegnarsi assiduamente per non «permettere al male di trionfare» (Discorso nel “Palazzo Presidenziale di Baabda”, Libano, 15 settembre 2012).

Va anche da sé che l’uomo “umile e giusto” è un uomo che non può vivere e nutrirsi di quietismo interiore né di falsi e menzogneri valori religiosi ma di un intransigente spirito di verità che, quali che siano le sue posizioni religiose di partenza, lo induce ad interrogarsi continuamente sulla loro veridicità, sul loro senso effettivo, sul loro grado di universalità, in modo da affinare sempre più la propria fede sino a poterla sostituire, in taluni casi, con una fede più veritiera e più profonda.

Ora, hanno ed eventualmente in che misura gli uomini e le donne di fede islamica la possibilità e la capacità di riflettere liberamente sui contenuti del Corano? Di comprenderne esattamente il significato e le implicazioni pratiche? Di chiedersi criticamente e responsabilmente se per caso essi non credano nella veridicità e nella santità della loro religione solo perché condizionati da un forte e comprensibile timore di subire le rappresaglie da essa previste per gli apostati? Per contro, i cristiani che non vivono nei Paesi islamici e non rischiano quotidianamente, come i cristiani che vi dimorano, di perdere la vita a motivo della fede in Cristo, non devono sentire almeno il dovere di fare una rigorosa professione personale e pubblica di fede, non continuando a parlare stupidamente o ipocritamente di dialogo tra cristianesimo e islamismo, in quanto possono dialogare i fedeli di diversa religione ma non le religioni in quanto tali perché evidentemente basate su contrapposte “verità” di fede pur nel generico e astratto riferimento ad un unico Dio, ma affermando in modo chiaro e deciso che l’unico Dio esistente è il Dio che si può conoscere e amare per mezzo di Gesù Cristo e che la salvezza personale e comunitaria presso tutti i popoli della terra deriva esclusivamente dal sacrificio di Gesù sulla croce.

Questo è un annuncio che i cristiani-cattolici devono continuare a dare oggi come duemila anni fa, non solo nel chiuso delle loro tranquille e silenziose parrocchie ma apertamente e nei vorticosi processi della contemporaneità in tutti gli ambiti della vita civile e culturale, a tutte le genti del pianeta, senza paura e con grande risolutezza, certi di ottemperare alla volontà del loro unico e vero Signore. Non il facile e demagogico irenismo religioso, ma il franco e coraggioso annuncio cristiano che non c’è altra verità e vita al di fuori di Cristo è l’unico modo per aiutare davvero i cattolici del medioriente a resistere alle minacce cui sono costantemente esposti, per andare incontro al bisogno di verità di tanti islamici onesti e di buon cuore abituati o costretti sin dalla nascita a credere acriticamente in una religione fasulla, per salvaguardare la nostra stessa esistenza futura di  occidentali ed europei troppo spesso stoltamente inclini a tollerare che gli immigrati islamici si organizzino sui nostri territori nazionali a proprio piacimento secondo leggi e usanze pagane e incivili di una molto sospetta religiosità.

Proprio in relazione a quest’ultimo punto, a volte non si riflette abbastanza su un dato impressionante: l’esistenza oggi in Europa di circa 25 milioni di islamici. Quel che storicamente gli islamici hanno sempre cercato di perseguire, ovvero la conquista dell’Occidente per via prevalentemente militare, sta forse nuovamente accadendo attraverso un incontrastato trasferimento di massa della fede islamica nei Paesi occidentali ed europei, senza che ci si renda conto che, dato lo strettissimo nesso tra religione e politica nella cultura religiosa islamica, a questo progressivo radicamento religioso dell’Islam sui nostri territori non potrà non corrispondere alla lunga un radicamento politico suscettibile di veicolare l’antica e mai rimossa ambizione islamica di egemonizzare il mondo.

Nel concludere i lavori di un'importante conferenza internazionale svoltasi a Roma il 13 marzo 2008 sul tema "Crisi di identità: la civiltà europea può sopravvivere?", il professor Roberto de Mattei, particolarmente avversato dalla cultura “laica” del nostro Paese, parlò di "Sindrome di Stoccolma" per spiegare l'atteggiamento psicologico che molti europei hanno nei confronti dell'islam, «avversario da cui si è intimoriti, talvolta terrorizzati, ma allo stesso tempo attratti, talvolta affascinati. Altrimenti non si spiegherebbe, la nascita e la diffusione di miti come quelli elaborati da Louis Massignon (1883-1962), Edward Said (1935-2003) e in Italia Franco Cardini, che vorrebbero rimuovere dalla memoria un millennio di conflitti tra l'Europa e l'Islam, in nome di esperienze assunte a modelli ideali quali l'Oriente felix, la società arabo-andalusa prima della Riconquista, o quella siciliana all'epoca di Federico II». Qui, in vero, c’è ben poco da idealizzare e sperare di recuperare, se si pensa che nei detti di Maometto (gli hadith) la parola jihad nel 97% dei casi ha il significato di “guerra santa violenta” e solo nel 3% dei casi ha il significato, che l’opinione “politicamente corretta” preferisce ricordare e propagandare, di «sforzo interiore».

Inoltre, volendo capire se la dottrina islamica sia una dottrina più religiosa o più politica, bisogna considerare che, come risulta da una recente e minuziosa indagine, circa il 67% del Corano scritto alla Mecca, il 51% del Corano scritto a Medina, il 75 % della sura e il 20% degli hadith, che sarebbero le tre fonti della religiosità islamica, «riguardano questioni politiche come la guerra santa o il trattamento dei non musulmani. Maometto predicò la sua religione per 13 anni, e convinse solo 150 seguaci. Poi passò alla politica e alla guerra, e in una decina d'anni, impegnandosi in atti di razzia e in battaglie mediamente ogni sette giorni nell'arco di nove anni, divenne il signore assoluto dell'Arabia» (G. Piombini, L’Islam, una micidiale macchina di oppressione, Postfazione al libro di M. Casetta, Il grande tradimento. Come intellettuali e politici illiberali favoriscono la conquista islamica dell'Europa, Treviglio, Facco, 2009).

Ne deriva in modo inequivocabile, e al netto di qualche possibile e inevitabile imprecisione numerico-statistica, che «Maometto…non ebbe successo come leader religioso, ma come leader politico e militare. Fin dalle sue origini, quindi, la dimensione politica dell'islam ha prevalso nettamente su quella religiosa e spirituale. Anche l'inferno islamico è un immenso carcere per i prigionieri politici. Nel Corano, infatti, ci sono 146 riferimenti all'inferno, e solo nel 6% dei casi la dannazione riguarda una violazione morale come il furto o l'assassinio. Nel rimanente 94% dei casi la punizione eterna viene comminata a coloro che sono in disaccordo con Maometto, cioè per "reati d'opinione"» (ivi).

A questo bisogna aggiungere che l’Islam rifiuta qualsiasi sistema etico universale in quanto esso vede l’umanità divisa in due categorie: quella dei credenti ovvero dei convertiti all’Islam, amati e perdonati da Allah nonostante tutti i loro peccati e limiti, e quella dei non credenti (kafir), ivi compresi ovviamente cristiani ed ebrei, odiati e ripudiati da Allah e quindi non qualificabili come esseri umani al pari dei primi anche se per ipotesi dotati di tante buone qualità e capacità. Negli hadith (i detti di Maometto) in ben 14 versetti si legge che un buon musulmano non dovrebbe mai essere amico di un kafir o non credente. La conseguenza è che un musulmano non può comportarsi male e commettere degli illeciti verso o contro altri musulmani, che è tenuto invece a rispettare e ad amare, mentre ha facoltà e in taluni casi il dovere di ricorrere ad ogni forma di inganno e di violenza nei confronti degli “infedeli” nel nome e per conto dell’Islam. Per cui, come si vede, una distanza abissale separa l’Islam dalla tradizione giudaico-cristiana e da tutte le etiche e religioni universalistiche, secondo cui in ogni caso non si può e non si deve fare ad altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi. Dal punto di vista cattolico, poi, la distanza è ancora più evidente, dato che la fede in Cristo impone di amare i nemici e di pregare per i persecutori.

Stando cosí le cose, non si vede come e perché i cattolici dovrebbero “rispettare” una figura come quella di Maometto e una fede come quella coranica che hanno geneticamente e costitutivamente prodotto un notevole allargamento della spirale di violenza, terrore e morte già ampiamente presente e operante nella difficile e drammatica storia dell’umanità. Non è che nel nome del vangelo e del cristianesimo non si siano commessi abusi e non si siano compiuti delitti molto gravi, ma in questo caso non è il corpus evangelico e cristiano, non è la vita e l’opera di Cristo, a contenere in se stessi e a sprigionare nel mondo il virus infettivo della prevaricazione, dell’intolleranza e della violenza, quanto invece gli usi talvolta o spesso arbitrari che storicamente si sono fatti dell’originario messaggio evangelico e cristiano; mentre, nel caso di Maometto e del Corano, ci si trova già in presenza, a prescindere dai possibili usi, di una persona e di un evento storico-dottrinale che, pur attraverso un furtivo scopiazzamento e di una cattiva utilizzazione di alcune linee del grandioso piano salvifico dell’Antico e del Nuovo Testamento, giungono a costruire un sistema molto farraginoso e incoerente di princípi e credenze che, imposto storicamente con la forza e la dittatura politica, hanno finito non già o non tanto nel corso dei secoli per umanizzare le condizioni generali di vita delle comunità islamiche ma per sollecitare e giustificare le tendenze più beluine di determinati individui e gruppi all’interno di tali comunità e per legittimare sistemi di potere e governi dittatoriali basati esclusivamente sul terrore e sul controllo inesorabile di ogni aspetto privato e pubblico della vita personale.

L’Islam è essenzialmente questo: un’aberrazione religiosa, un’infezione mortale del genere umano. Come sia dunque possibile “rispettarlo”, resta un mistero non ancora svelato. Tanto varrebbe “rispettare” quel modo mafioso o criminale di coniugare mirabilmente l’esercizio di ogni genere di attività delittuosa con una fede fai-da-te e molto grezza e superstiziosa in Cristo e nella sua Chiesa! Diverso invece è il discorso verso i “fedeli” islamici, verso le persone che coltivano una fede islamica, con cui non solo bisogna sempre dialogare ma che bisogna comunque amare al di là di ogni differenza e di ogni conflitto.

Non è per proclamare crociate ideologiche e politiche contro l’Islam, e magari per allertare le strutture militari occidentali troppe volte utilizzate da leaders occidentali per finalità oltremodo ambigue o illecite, che si sono venuti qui sottolineando le caratteristiche genetico-costitutive dell’Islam, ma solo per spiegare come sia colpevole oggi la mancanza di attenzione di molti intellettuali e politici occidentali sulla reale natura e sulle implicazioni oggettivamente rovinose della cultura politico-religiosa islamica, e come sia invece necessario che persino gli uomini di Chiesa siano più prudenti e più saggi, e a loro volta meno demagogici e più coraggiosi, nel quadro dei rapporti con una “religione” ereticale cosí diffusa e pericolosa quale quella islamica.

Si pensi ancora che «dal settimo secolo a oggi approssimativamente 270 milioni di "infedeli" sono morti per la gloria politica dell'islam: un numero di vittime che probabilmente supera quelle del comunismo, e che fa dell'islam la più grande macchina di oppressione e di sterminio della storia. La jihad rappresenta quindi, per durata e per conseguenze, una delle istituzioni più rilevanti della storia umana, che ha sconvolto la vita di centinaia di milioni di persone per quasi 1400 anni. Eppure, a livello storico, è quasi completamente ignorata. Esistono migliaia di libri sulle crociate, ma almeno fino a qualche tempo fa non esisteva praticamente nessuno studio storico approfondito sulla jihad. Nell'Enciclopedia Britannica, ad esempio, viene dato alle crociate uno spazio ottanta volte superiore a quello della jihad: eppure le crociate furono solo una tardiva e limitata reazione a quattro secoli di ininterrotta guerra santa dei musulmani contro gli europei. Le crociate durarono meno di 200 anni (dal 1096 al 1270), sono cessate da 700 anni e geograficamente si limitarono alla Terra Santa, mentre la jihad islamica ha avuto un carattere universale e permanente» (ivi).  

Vediamo dunque di invertire, cum grano salis, questa tendenza.

*Il titolo in inglese risponde all’esigenza spirituale di rendere virtualmente più visibile questa testimonianza di fede ad un pubblico più ampio di quello italiano.