Islam: un'eresia sanguinaria

Scritto da Eleonora Passerini. Postato in Contributi e testimonianze

 

Il Corano recita: “Vi è prescritta la guerra, anche se non vi piace” (Cor.2, 216); “uccidete gli idolatri ovunque li troviate” (Cor. 9, 5); “Profeta! Lotta contro gli infedeli e sii duro con loro” (Cor. 66, 9). Gli idolatri e gli infedeli non sono solo o tanto gli arabi che non si convertono all’Islam o abiurano la fede islamica, ma anche e soprattutto gli ebrei e i cristiani che, in quanto per l’appunto “infedeli”, non hanno alcun diritto perché l’Islam non riconosce come soggetti giuridici persone o Stati non musulmani, e nemmeno riconosce i diritti dei prigionieri che sono “proprietà” dei vincitori. La schiavitù abolita in Occidente grazie al determinante contributo della fede cristiana, è legittimata nei Paesi islamici perché riconosciuta ufficialmente dal Corano (Cor. 2, 221).

Mons. Fouad Twal, arcivescovo di Tunisi, affermava nei primi anni ‘90 che l’Islam è portatore di un modello sociale che persegue l’istituzione di uno Stato teocratico e totalitario fondato sulla “Shari’ah” e che la “Jiahad”, ovvero la “guerra santa” ben più che “lo sforzo interiore di miglioramento” (entrambi i significati sono infatti riconducibili alla parola “Jiahad” anche se nel Corano è fortemente prevalente il significato di “guerra santa”), non è un aspetto marginale dell’Islam, ma costituisce un obbligo grave del credente.

A coloro che insistevano nell’interpretare la “Jiahad” riduttivamente, cioè, per l’appunto, come sforzo interiore o combattimento spirituale, l’Arcivescovo rispondeva con testi precisi e fatti indiscutibili alla mano: “Si tratta di una vera lotta armata contro gli infedeli, cioè contro tutti coloro che non sono musulmani. E’ la religione della forza perché si impone solo con la forza e cede solo davanti alla violenza. Islamismo e violenza fanno parte integrante dell’Islam”.

Sí, va bene, si dirà, ma la Chiesa talvolta non ha a sua volta coniugato fede cristiana e violenza? Al tempo delle Crociate, per esempio, e della “guerra santa” proclamata dalla Chiesa cattolica? Lo storico del cristianesimo Roberto De Mattei, cattolico e autore di un libro su questo argomento (Guerra santa e guerra giusta. Islam e cristianesimo in guerra, Piemme, 2002), ha chiarito come tra la guerra cattolica contro gli infedeli islamici e la guerra santa dell’Islam siano molto più forti le dissomiglianze che le somiglianze. Di uguale c’è solo il fatto evidente che l’Islam e la Chiesa abbiano fatto uso delle armi e della guerra, anche se ciò è accaduto per la Chiesa in un periodo circoscritto ad alcuni secoli, mentre per l’Islam è una costante che attraversa i secoli dal tempo di Maometto fino ad oggi. Ma i motivi per i quali la Chiesa ricorse nei primi secoli del secondo millennio alla forza sono esattamente opposti a quelli che sottendono l’uso islamico della violenza. Tuttavia, non si tratta, in ogni caso, di violenza che bisogna condannare? Questa è la domanda che generalmente ci si sente fare da persone ipocrite e in malafede o da persone inclini ad una lettura strumentale e semplicistica del vangelo.

In realtà – posto che l’evangelico “porgere l’altra guancia” è un invito a fare del proprio meglio per depotenziare l’altrui ingiusta aggressività, ad adoperarsi per ridurre il livello dello scontro e per non fornire al prepotente o al violento, oltre il dovere irrinunciabile del dover dire la verità e testimoniare senza timore la propria fede in Cristo, dei pretesti che gli consentirebbero di colpire più forte – sussiste anche l’obbligo evangelico non solo di non uccidere ma anche di fare in modo che il prossimo (non noi stessi, ma appunto il prossimo che può aver bisogno del nostro aiuto) non sia né oppresso, né minacciato, né torturato, né violentato, né ucciso.

Se è realmente possibile evitare che il prossimo sia oggetto di violenza senza fare uso delle armi, ci si deve impegnare ad agire senza spargimento di sangue; altrimenti il cristiano, se non ha altre concrete alternative di intervento, è costretto ad usare la violenza, ha il dovere di usarla, suo malgrado, non per odio ma proprio per amore. Infatti, a ben riflettere, il contrario dell’amore non è la violenza ma l’odio, e la violenza può essere usata per amore o per odio. Quando Gesù si mette a frustare i mercanti del Tempio è per amore verso il Padre suo celeste e verso gli uomini che non si rendono conto di recare offesa a Dio e alla propria dignità di figli di Dio, non certo per odio. Il violento non è chi prende a schiaffi o a calci un delinquente che sta derubando una vecchietta, ma il delinquente che approfitta della sua forza per compiere un atto illecito e vile.

Le tanto discusse Crociate, e discusse spesso anche a sproposito, non ebbero lo scopo di imporre la fede cattolica al mondo islamico (il tentativo di convertire gli islamici fu compiuto in modo del tutto pacifico e sia pure infruttuoso da un umile ed inerme frate come san Francesco d’Assisi e da tutti coloro che nel tempo ne avrebbero seguito le orme cercando di imitarlo), ma solo di liberare i prigionieri e i luoghi santi dove i musulmani si erano insediati impedendo l’accesso a tutti gli altri “pellegrini infedeli”. Che poi, nel corso delle guerre in Medioriente, i crociati cristiani si lasciassero andare talvolta ad azioni illecite e non sempre si astenessero da un uso arbitrario e crudele della violenza, è innegabile, e quei cristiani avrebbero portato tutta la responsabilità dei propri atti davanti a Dio, ma questo non toglie che le crociate nascessero dalla necessità di difendere la vita, i beni e la fede di tanti cristiani mediorientali oltre che i luoghi della Terra Santa, mentre la “guerra santa” degli islamici fosse una guerra di aggressione tout court e mossa unicamente dal desiderio di convertire all’Islam con la forza tutte le popolazioni, ivi comprese quelle che già professavano e praticavano altre fedi come quella ebraica o cristiana.

Non capire questa sostanziale differenza significa precludersi ogni possibilità di ragionamento serio e obiettivo. Peraltro, non si può non osservare, ancora con De Mattei, che le crociate non furono semplici fenomeni di “pellegrinaggio armato spontaneo”, perché esse ebbero in realtà un importante aspetto istituzionale, vale a dire il fatto che esse furono spedizioni militari promosse e dirette dalla Chiesa: infatti, benché «il soggetto attivo prossimo delle Crociate era costituito da laici (re, principi, signori feudali e semplici fedeli), il soggetto attivo remoto e principale non era altri che il Papa, ossia l’autorità suprema della Cristianità, da cui l’esercito crociato dipendeva direttamente», là dove invece «la religione maomettana è una “teocrazia ugualitaria”, in cui non esistono autorità istituzionali, né di ordine religioso né politico, perché unica autorità è il Corano, “libro incarnato” dell’Islam. Il jìhad è dunque una guerra priva di dimensione istituzionale, sostanzialmente anarchica e ugualitaria, nel senso che ogni musulmano è un mujhadin, in permanente “guerra santa”, mentre nella cristianità la crociata, intesa in senso giuridico e non figurato, è un’iniziativa pubblica straordinaria di sola e specifica spettanza della Chiesa» (R. De Mattei, Jihad islamica e crociata cristiana: nessuna confusione!, nel sito “Maria Madre della Chiesa”, 19 agosto 2012).           

Di qui deriva, proprio per la mancanza di un’autorità istituzionale, anche l’assoluta incontrollabilità della violenza islamica, che può essere proclamata in ogni momento da chiunque e da qualunque gruppo di credenti musulmani, e la totale controllabilità per contro dell’uso cristiano della violenza sempre disciplinato dall’autorità centrale della Chiesa secondo princípi e regole per nulla estranei allo spirito del vangelo (Ivi). Ciò deriva anche dal fatto che il monoteismo islamico non ha nulla a che fare con il monoteismo cristiano, ma è diametralmente opposto ad esso. Intanto perché sono gli stessi musulmani ad affermarlo nel negare la struttura trinitaria dell’Essere divino sia pure fraintendendo in modo grossolano il dogma cristiano della Santissima Trinità, e poi perché, e di conseguenza, il loro Dio non è un Essere e non è Persona, non è né Padre né Figlio né Spirito d’amore, ma esclusivamente una Volontà in azione non meglio precisata che esige sottomissione (questo significa la parola “islam”). Una volontà intransigente e spietata, anche se nel Corano si parla talvolta di un Dio misericordioso e clemente. Certo, si parla di un Dio misericordioso allo stesso modo di come potrebbe parlarsi della misericordia di un imperatore romano che alza il pollice in alto piuttosto che in basso ad indicare che al gladiatore ferito può essere risparmiata la vita. Ma tutti capiscono che non consiste in questo il vero e più profondo senso della misericordia.

La vera misericordia è quella del vangelo, quella del Padre che ama il figlio molto al di là dei suoi meriti, anche nei peccati, perdonandolo dunque e attendendo il suo ritorno. Ecco perché il Dio dei musulmani non è un Dio vivente che sente anche come sua la vita stessa degli uomini ma un Dio inaccessibile e solitario che commina terribili pene a chi viola le sue leggi ed esige tributi torrentizi di sangue per gli infedeli, e per contro e simmetricamente un Dio sin troppo “umano” che premia coloro che gli sono fedeli con perenni godimenti paradisiaci fatti di sensualità e gozzoviglie e molto simili ai godimenti che lo stesso Maometto si era concesso durante la sua vita terrena. L’Islam non è un’eresia come le altre. E’ un’eresia violenta e sanguinaria, da una parte, e profondamente materialista dall’altra, anche se avvolta da un alone di apparente ascetico misticismo. 

Per tutto questo, osserva De Mattei, «l’Islam, come l’ebraismo odierno, è condannato ad essere una religione rituale ed esteriore, perché privo dell’influsso soprannaturale della Grazia che ha la sua fonte nella seconda persona della Santissima Trinità. Il jihad, a differenza della guerra giusta cristiana, è una guerra offensiva, è una guerra di aggressione, proprio perché l’Islam…non può che espandersi con la forza. Il dio coranico non ama gli uomini e non chiede il loro amore, esige semplicemente la loro soggezione. Il mondo non credente non ha diritto all’esistenza se non per scegliere tra la conversione o la distruzione ad opera dell’Islam» (ivi).

Di ben altro tenore sono le parole di Gesù Cristo: “Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo: chi invece non crederà, sarà condannato” (Mc 16, 16). Queste parole «spingono gli Apostoli e i missionari loro successori a propagare una dottrina di verità da un capo all’altro del mondo, facendo appello ai cuori umani con le armi della parola e dell’esempio. La conquista cristiana della società, di cui gli Apostoli e i discepoli furono iniziatori, non avvenne mediante la forza ma pacificamente, attraverso la conquista delle anime, e cioè delle intelligenze e dei cuori degli uomini. Ma la società pacificamente conquistata, la società divenuta cristiana costituì un corpus, una comunità che aveva il diritto di essere difesa dall’aggressione di chi voleva disperdere il frutto della Passione di Gesù Cristo. In questo senso la crociata può essere definita, al tempo stesso, guerra giusta e, secondo le parole di uno studioso francese, Jean Flori, “guerra santa per eccellenza”» (ivi).