L'imbroglio islamico

Scritto da Augusto Garzelli. Postato in Contributi e testimonianze

 

E’ vero che a Maometto vada riconosciuto quanto meno il merito di aver unificato, con l’introduzione della fede in un solo Dio, i vari gruppi tribali arabi eliminando la precedente idolatria politeistica nella penisola arabica e in una certa misura anche nel continente asiatico ed africano? Insigni studiosi come gli islamologhi professori Alessandro Bausani e Toufiq Fhad hanno dimostrato come la lotta maomettana antidolatrica sia stata parziale e non abbastanza radicale perché il “profeta” fece eliminare tutte le pietre rappresentanti le varie divinità della civiltà preislamica e considerate sacre alla Ka’aba, tranne una, ovvero la “pietra nera”, in rappresentanza di Allah già in precedenza annoverato da alcuni arabi tra le “divinità superiori”, la quale ancora oggi è luogo sacro di pellegrinaggio e oggetto di venerazione per tutti i musulmani. Ancor oggi si svolge intorno alla “pietra nera” un culto prescritto dallo stesso Maometto, un culto puramente esteriore e formalistico, intriso di una gestualità plateale consistente in prostrazioni, abluzioni, girotondi intorno alla stessa “pietra”, e assolutamente inidoneo a coinvolgere gli aspetti più intimi e le più sensibili corde morali della vita personale. Che, come si vede, non sono elementi propriamente in linea con uno spirito antidolatrico.

Per non dire del carattere manifestamente oppressivo dello stesso monoteismo islamico che per gli stessi musulmani trasgressivi prevede terribili punizioni pubbliche come mutilazioni, flagellazioni, fustigazioni, e la morte stessa il più delle volte procurata attraverso l’impiccagione o la lapidazione. Allah è per l’appunto il nome del Dio che, segnando un superamento del Dio veterotestamentario e del Dio neotestamentario sia pure in continuità con essi, esige tutto questo e nel cui nome i musulmani sono chiamati a convertire con la minaccia o con la violenza il loro prossimo e il mondo intero.

Il problema è però che Maometto non ebbe alcuna reale capacità di comprensione e alcun interesse spirituale ad interiorizzare la vera sostanza religiosa delle Sacre Scritture. Egli semplicemente le utilizzò in modo grezzo e sconsiderato solo al fine di giustificare la sua pretesa di essere l’ultimo profeta della storia della salvezza e di dare un fondamento di credibilità ad una religione invero confusa e colma di incongruenze di ogni genere quale quella da lui elaborata e successivamente posta in essere con la forza. Infatti, come già san Tommaso d’Aquino scrive nel sesto capitolo della “Summa contra Gentiles”: «Maometto neppure ebbe la testimonianza dei Profeti precedenti; anzi, egli guasta gli insegnamenti del Vecchio e del Nuovo Testamento con racconti favolosi, come risulta dalla lettura della sua legge. Ecco perché, con astuzia egli proibisce di leggere i libri del Vecchio e Nuovo Testamento; per non essere tacciato di falsità».

Inoltre, ad un monoteismo cosí inflessibile e spietato fece corrispondere persino nelle esperienze affettive più intime non già un’istanza di affinamento della vita spirituale ma una volgare etica edonistico-materialistica che veniva implicando una sfrenata poligamia che egli cercò goffamente di giustificare con frasi coraniche, da utilizzare innanzitutto per la giustificazione delle proprie disordinate inclinazioni sessuali, del tipo “Gloria a Dio che volge come vuole il cuore degli uomini” (sura 33), dove la verginità, ad eccezione di quella della Vergine Maria, veniva ad essere considerata una condizione di vita contro natura, mentre la donna adultera per aver avuto o semplicemente subìto rapporti sessuali al di fuori dell’harem di appartenenza doveva essere condannata all’ergastolo nella propria casa oppure alla lapidazione.

Sul fatto che il Corano discrimini in modo vergognoso le donne non ci possono essere dubbi. Per rendersene conto, basta citare la sura 4, 34: «Quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi relegatele in letti a parte, poi picchiatele» (ma si potrebbe citare anche l’orripilante sura 4, 15). E a ben poco serve citare sure di suono apparentemente diverso, per mitigare queste agghiaccianti prescrizioni, dal momento che ogni precetto pensato da Maometto è sempre e solo finalizzato a garantire il netto predominio dell’uomo sulla donna, ivi comprese certe tipiche ed egocentriche esigenze maschili o piuttosto maschiliste di trovare nella donna nient’altro che fedeltà, candore, dolcezza e naturalmente spirito di sottomissione più che di servizio.

La diffidenza e la disistima per le donne erano in Maometto cosí accentuate che, ai suoi tempi, era loro persino vietato di entrare nella moschea. Ora, il Corano, che si arricchisce anche di questa perla di insipienza, non è affatto, come si può agevolmente capire, una summa di “rivelazioni” divine, secondo quanto pretende Maometto, ma piuttosto una summa delle sue inclinazioni psicologiche, delle sue frustrazioni, delle sue ambizioni e convinzioni, dei suoi pregiudizi personali, tanto che alla fine il suo Allah finisce per  essere sostanzialmente una proiezione del suo maniacale e dispotico modo di vivere e di pensare. E questo spiega altresí perché il Corano non si limiti ad essere solo un libro religioso ma un libro vincolante tanto dal punto di vista religioso quanto dal punto di vista civile e venga implicando una grave e pericolosa commistione di potere religioso e potere politico la quale riduce moltissimo sin quasi ad annullare gli spazi effettivi della vita privata e della libertà personale. Visto che tutto è nel Corano e che fuori di esso c’è solo trasgressione e peccato che vanno contrastati e distrutti, il concetto di laicità, nel quadro della religiosità e del vivere islamici, è praticamente inconcepibile e inapplicabile alla normale vita civile e personale.

Ed è doloroso constatare che il testo coranico non solo è fortemente limitativo delle libertà personali ma è anche carico di precetti non di rado teatrali e privi di ogni reale significato spirituale e religioso. Si pensi al Ramadan. Esso, come è stato scritto giustamente, «è una parodia del digiuno! Se durante il giorno sono vietati cibi e bevande, durante la notte è lecito tutto, senza alcuna restrizione. Chi può, passa la giornata dormendo e tramuta la notte in orgia.  Noi occidentali rifuggiamo invece da tutte queste forme esterne molto appariscenti, talvolta pompose, che fanno comunque parlare molto di sé i mass-media.  Preferiamo l’interiorità dell’atto di fede, la penitenza o il digiuno nascosto che Dio solo vede e ricompensa; ci è più consono pregare anche per strada, ma in silenzio, a tu per tu con Dio che vede nel profondo del nostro cuore, e il nostro stesso incontro domenicale per la Santa Messa è sempre compiuto all’insegna della sobrietà, del raccoglimento, sia pure festoso ma contenuto, proprio perché questo è lo stile che Gesù Cristo ci ha proposto nel Vangelo e che noi, credenti e non credenti, abbiamo assimilato e fatto nostro in duemila anni di storia. Troviamo in S. Matteo quelle esortazioni stupende: “(…) Tu, invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto, e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. (Mt 6,17)   Ancora in Matteo: “Quando pregate non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini (…) Tu invece quando preghi entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. (Mt 6,5). E’ talmente radicato in noi questo concetto che siamo soliti tacciare di ipocriti coloro che frequentano la chiesa e poi si comportano male nella vita, proprio perché la nostra fede è basata anzitutto sull’interiorità e moralità della persona, sulla conversione del cuore, sulla preghiera personale o comunitaria che fugge da ogni ostentazione esterna» (P. Stella, Islam, cultura e legge, nel sito “Riscossa cristiana”).

Identiche considerazioni si possono fare per il Paradiso islamico, che è una specie «di “bengodi” materialistico e carnale» (ivi), molto simile a quelle comunità umane dissolute e perverse che san Paolo configurava come anticamere dell’inferno. La verità è che l’Islam è incompatibile con qualsiasi forma di libertà, sia essa personale, sociale, di associazione, di stampa e via dicendo. Come ha scritto Carlo Sgorlon su “Il Tempo” del 30 dicembre 2000, «il maomettano “tipo” non si integra, chiede che ogni suo costume religioso sia rispettato, ma egli nulla concede al cristiano perché il vero musulmano non cede mai, non conosce né la tolleranza, né l’accettazione, né la mutazione di atteggiamento.  O fai ciò che lui vuole, oppure si arriva alla guerra».

Ma l’Islam è  incompatibile con la libertà persino quando sembra esaltarla come nel caso di quel suo Paradiso cosí sensuale e lascivo in cui tutti i più sfrenati ed illeciti godimenti carnali sarebbero consentiti, per il semplice motivo che qui persiste in realtà una condizione di asservimento a tutte le peggiori turpitudini dell’animo umano.

In materia di libertà da esercitare in questo mondo, comunque, l’Islam deve essere veramente arretrato e disumano se la tollerante e multiculturale  Corte di Giustizia europea non ha potuto evitare di decretare con una sentenza del 31 luglio 2001 l’incompatibilità della legge coranica (Shari’ah) con la Convenzione per i diritti dell’uomo.