La rivoluzione sessuale, la rivoluzione dei costumi e la Chiesa

Scritto da Mirko Dionesalvo. Postato in Contributi e testimonianze

 

Fu negli anni ’60 che i movimenti giovanili di protesta misero in discussione, con la famiglia tradizionalmente intesa, tutta una serie di valori qualificati come “borghesi” e ipocriti, quali fedeltà coniugale, verginità prematrimoniale, il matrimonio stesso. Con l’introduzione di tecniche anticoncezionali e abortive nelle società occidentali si posero le premesse di un crescente controllo femminile sui processi procreativi e sulle nascite e di conseguenza i presupposti della possibilità per le donne di cominciare a vivere la sessualità non più solo in funzione della riproduzione ma anche del proprio corpo e del proprio piacere e quindi in funzione di se stesse in quanto soggetti sempre più autonomi ed indipendenti.

Ciò potè essere in parte giustamente considerata come una vera e propria conquista di civiltà. Tuttavia, insieme ai profondi e radicali mutamenti strutturali, a livello sociale civile e culturale, provocati dagli anni del boom economico, cominciò a diffondersi a macchia d’olio un certo permissivismo alimentato da nuove e seducenti forme di consumo (si pensi a quella fiorente produzione di films, rotocalchi, fumetti, pubblicità di prodotti che usavano contenuti erotici per rendere appetibili e desiderabili le merci, con una moda femminile che, dalla minigonna in poi, scopriva ampie porzioni di nudo).  

Ne seguí una rottura dei vecchi tabù sessuali e una profonda trasformazione della morale familiare e sessuale. Ma riflessi significativi, anche se per nulla edificanti, si manifestarono anche sul piano religioso innanzitutto con una crescente perdita del “senso del peccato”. Poco per volta, nel nome del progresso e della modernizzazione dei costumi, i comportamenti individuali e sociali cominciarono ad essere, anche tra persone non più giovanissime, non solo più liberi e disinvolti che in passato ma anche marcatamente amorali e trasgressivi. L’amore venne confondendosi in modo sempre più accentuato con l’infatuazione o con la passione, la spontaneità con la mancanza di remore o freni morali, la moralità pubblica e privata con la fedeltà non a princípi e valori universali ma ad un malinteso e rivendicato senso della libertà personale (dal semplice fidanzamento al matrimonio, dai rapporti interpersonali a quelli via via più complessi della vita associativa e della stessa vita politica).

La Chiesa vide allora il pericolo, cominciò a protestare, a reagire forse non sempre nei modi più opportuni e più convincenti, o talora finendo persino per arrendersi a quelle novità non propriamente evangeliche che apparvero ai più come novità inarrestabili e devastanti. Ma la Chiesa non si accorse forse per tempo che quelle novità erano già penetrate al suo stesso interno o che esse erano state favorite anche da un modo “cattolico” non sempre sincero e retto di intendere, predicare e praticare la fede, ovvero da non pochi atteggiamenti cattolici, sia tra i laici che tra gli stessi chierici, per cosí dire segnati da sdoppiamento morale, da aridità spirituale e ipocrisia religiosa. 

Probabilmente, le novità del mondo non furono adeguatamente arginate e convenientemente canalizzate in forme culturalmente, socialmente e politicamente meno invasive e meno distruttive, non solo perché il mondo è sempre dotato di intrinseche forze irrazionali e/o malefiche capaci spesso di travolgere qualunque steccato o qualunque capacità di resistenza, ma anche a causa di una certa impreparazione storica della Chiesa ad affrontare invasioni questa volta meno cruente di quelle barbariche ma certo non meno rovinose di quest’ultime.

I mali del nostro tempo derivano da quel periodo e da processi storici che fanno tutt’uno con la cosiddetta rivoluzione sessuale. Perché, liberandosi storicamente e socialmente in forme sostanzialmente arbitrarie e spesso anarchiche le energie sessuali, e determinandosi una costante e irreversibile preponderanza del “principio di piacere” sul “principio di realtà” e delle pulsioni più istintive sul senso di responsabilità e su forme essenziali di autocontrollo etico-morale, era inevitabile che prima o poi tutti gli altri ambiti della vita civile, professionale e politica, finissero per essere coinvolti nel medesimo processo di indebolimento e decadimento. In tal senso, tutto quel che di irrazionale e immorale vediamo scorrere a tutti i livelli sotto i nostri occhi non è un fatto nuovo o inedito ma è solo il risultato di un antico modo di pensare, di vivere, di concepire e praticare i rapporti con gli altri, trascinatosi e manifestatosi sempre più vistosamente fino a noi a partire dalla fine della seconda guerra mondiale.

Forse i cristiani, già ai tempi della rivoluzione sessuale, non si sarebbero dovuti limitare a scagliarsi contro le nefandezze da essa generate ma, pur respingendone fermamente il sostanziale permissivismo edonistico e materialistico, avrebbero dovuto più pazientemente riconoscere in quelle stesse nefandezze il probabile portato di talune reali istanze di liberazione psicologica, sessuale e spirituale per troppo tempo semplicemente represse con pratiche educative fortemente autoritarie e inibenti e tali da influenzare molti comportamenti maschili e femminili in modo anomalo e distorto.

La Chiesa si oppose in quegli anni al male che avanzava senza però esser capace di trarre dal male un bene più grande. La rivoluzione sessuale fu cosí l’inizio di tutta una serie di altre rivoluzioni comportamentali che, poco per volta, sarebbero venute notevolmente allentando se non sgretolando i meccanismi di controllo dell’antico super-io ovvero della tradizionale coscienza morale in tutti i settori sociali e comunitari, senza che la Chiesa fosse realmente capace di elaborare con rigorosa schiettezza evangelica stili di vita capaci di conciliare l’esigenza di maggiore libertà personale e comunitaria con l’esigenza di restare fedeli ai comandi di Cristo.  

Il risultato è che, nonostante tanta liberalizzazione del costume sessuale e dei costumi tout court, oggi la tensione sentimentale ed erotica tra coniugi ma anche tra semplici amanti è di gran lunga più debole e meno duratura di quella antecedente gli anni dell’ultima guerra, la moralità privata viene spesso identificandosi più con l’astensione da iniziative morali utili o necessarie ma rischiose o scomode che non con la dedizione umile ma appassionata ad attività morali tanto disinteressate quanto potenzialmente o inevitabilmente costose, la stessa etica pubblica sembra configurarsi più come promozione pubblicitaria di presunti meriti individuali o associativi e come conseguente rivendicazione corporativa di particolari e gratificanti riconoscimenti pubblici o di Stato che non come richiesta corale di attenzione per gli ultimi, di più sensata ed equa distribuzione della ricchezza, di più vera e meno truffaldina giustizia sociale, là dove infine la prassi politica appare solo ipocritamente dedita a perseguire interessi generali che sono in realtà largamente subordinati ad interessi particolari e privati di poteri sovranazionali ed antipopolari.

Ora, stando cosí le cose, la Chiesa cattolica avrebbe davvero molto da lavorare, sia per spiegare, con appropriati argomenti e toni profetici, che la vita spirituale della gente e in particolare dei credenti cattolici, tanto in ambito personale e privato quanto in ambito comunitario e sociale, non può nutrirsi di buone intenzioni troppo facilmente e frequentemente soverchiate da peccati di omissione e di trasgressione, sia anche e soprattutto per ammonire le generazioni presenti e future a non perseverare in condotte a tutti i livelli deplorevoli e semplicemente ammantate di astuta ma nuda ipocrisia che non possono che implicare la morte eterna.