Concupiscenza e fede

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

I sinonimi della concupiscenza sono la carnalità, la cupidigia, il desiderio ossessivo, la lascivia, la libidine, la lussuria, la morbosa sensualità. Quando, per amor di sé, la nostra egoità si dilata sino a trasformarsi in un sentimento di forte e voluttuosa attrazione verso beni materiali o persone, verso piaceri materiali e piaceri della carne o sessuali, con conseguente perdita di slancio verso Dio e le cose celesti, viene a rompersi il legame con la divinità quanto alla carità, che esprime la stessa volontà divina, anche se esso permane quanto alla fede e alla speranza potendo l’uomo continuare a confidare nel perdono divino e a sperare per mezzo della preghiera e del ravvedimento in una eterna vita di beatitudine.

Poiché la concupiscenza è una parola che è venuta assumendo storicamente, e sia pure in rapporto alla sua fonte originaria che sono i testi biblici, un ampio spettro di significati, è opportuno delimitare qui il perimetro del discorso e riferirlo esclusivamente alla sfera sessuale e agli eccessi o alle anomalie comportamentali che riguardo ad essa si vengono in genere compiendo, anche al fine di rendere quanto più possibile comprensibile il senso di quel che si intende trattare.

Nello stato edenico e quindi nello stato originario di innocenza, quello che precede il peccato originale, uomo e donna, come spiegava sant’Agostino, conoscevano già l’intensità del piacere, mentre non conoscevano l’uso perverso del piacere stesso, ovvero l’uso della facoltà sessuale contro l’ordine razionale che avrebbe prodotto in entrambi un incontrollabile ardore libidinoso a sua volta fonte di inevitabili squilibri o conflitti interiori destinati ad incidere in un modo più o meno grave sulle loro esistenze. Anche per Tommaso d’Aquino l’istinto sessuale non è un male in sé ma un bene, e anzi, osserva nella “Summa Theologiae”, una completa o radicale insensibilità ad ogni genere di emozioni sessuali, secondo molti a torto ritenuta un ideale di perfezione della vita cristiana, costituisce non solo un difetto ma un vero e proprio vizio (II-III, q. 142, a. 1).

Dunque, in origine sia Adamo che Eva furono esseri sessuati e dotati di funzionalità sessuale sia per amarsi anche fisicamente sia per procreare. Ciò di cui essi furono responsabili, non solo ma anche sul piano sessuale, è la violazione delle leggi razionali poste da Dio non già per la limitazione ma proprio per il pieno dispiegamento della loro felicità. Prima erano capaci di imbrigliare o regolamentare il loro eros nell’agape, la pulsione o passione erotica nell’ordine più ampio ed esaltante di un amore senza brama di possesso e di dominio, secondo quanto appunto stabilito da Dio; ora invece, dopo aver fatto trasgressivamente del piacere o del godimento dei sensi il fulcro stesso dell’amore e di ogni umana possibilità di amare, si ritrovano in una condizione di vita inferiore a quella cui pensavano di pervenire riponendo fede più nella propria autonoma capacità di valutazione che non nella infinita sapienza e carità di Dio.

Da quel momento, il rapporto tra istinto e ragione, che prima vedeva una netta egemonia della seconda sul primo, adesso si capovolge non sino al punto di rendere egemonico il primo sulla seconda ma certo complicandosi notevolmente e facendosi oltremodo conflittuale e logorante. Poiché non Dio si allontana dall’uomo ma l’uomo da Dio, da quel momento in poi ha inizio una storia umana di travaglio e di dolore nel corso della quale diventa sempre più acuta la nostalgia di Dio, sempre più intenso il bisogno di ritornare a quel Dio di cui non ci si era fidati.

Ma come fare a riconciliarsi con Dio avendo commesso un peccato originale che, indebolendo la stessa struttura genetica e spirituale dell’umanità, viene producendo sistematicamente i suoi effetti nefasti nei cosiddetti “peccati attuali”, cioè nei nostri peccati quotidiani? La risposta di Dio fu: vi mando il mio Cristo, un Messia che, sacrificando liberamente se stesso sulla croce in funzione della verità e della vita divine, non solo vi libererà da quel peccato d’origine, non solo vi redimerà dalle colpe contratte nei confronti di Dio, ma vi metterà sulla via migliore per essere fedeli a Dio stesso e per amare in conformità al suo modo perfetto di concepire l’amore e non al nostro modo imperfetto e fallace di concepirlo e di praticarlo.

Dunque, la sessualità umana, per diventare linguaggio veritiero e non menzognero d’amore, richiede in questo mondo terreno una continua e profonda educazione della persona in Cristo. Solo per mezzo di essa può avvenire quel passaggio mai perfettamente compiuto dall’eros all’agape, dall’illusione ricorrente di un amore individuale meramente umano e terreno alla certezza di un amore duraturo ed eterno fondato sulla consapevolezza che l’eros come appagamento individuale non è mai fine a se stesso né sempre e comunque lecito ma strumento o funzione dell’amore agapico come matura donazione di sé. Donde si può ben dire che il senso ultimo dell’amore, di qualunque forma umana d’amore ivi naturalmente compresa quella sessuale, è la verginità ovvero l’innocenza in cui e con cui Dio ci creò, per cui, quando finisce o si riduce o si annulla l’attrazione sessuale è proprio lì che tende a manifestarsi il nostro amore o disamore verso l’altra o l’altro.

Maria è l’unica creatura immacolata della storia, tutte le altre creature sono maculate cioè macchiate, insudiciate. Che significa questo? Che ella è rimasta cosí com’era la prima donna creata da Dio prima del peccato originale: una donna dotata di normali organi di senso, di una normale sessualità e di una normale funzione riproduttiva, ma anche di un normale ed intenso attaccamento filiale al Padre e alla legislazione del suo regno infinito. Anche Maria ebbe bisogno di affetto umano, anche Maria avvertì bisogni fisiologici e sessuali, anche Maria sperimentò la forza dell’eros, ma in lei era cosí potente e determinante, cosí razionalmente e spiritualmente “naturale”, l’amore verso Dio, verso il suo Signore, che ogni genere di necessità personale venne subordinata alla sua principale necessità di amare e onorare Dio o meglio di poter chiedere umilmente a Dio di amarlo e servirlo con tutte le sue forze e al meglio delle sue possibilità.

E allora ecco perché Maria è una donna non mitologica ma reale, ecco perché percepisce verosimilmente di essere corteggiata da giovani della sua età, sente il bisogno di una presenza maschile spiritualmente autorevole e rassicurante oltre che affettivamente solida (non è un caso che sia stata sposa di Giuseppe oltre che di Dio), è felice di conoscere una normalissima e specialissima gravidanza, si sottopone a tutti i servizi domestici e a tutte le fatiche esistenziali di una donna comune, si espone ad ogni genere di rischio e di umiliazione, ma tutto ciò ella sente e vive alla luce della sua più intima certezza spirituale: di essere amata da Dio e di amare Dio al di sopra di ogni creatura e di ogni bene puramente umano. Da tale certezza scaturisce la sua totale e reale disponibilità ai progetti del Signore il quale, con sua grande sorpresa, ne fa quello per cui l’aveva concepita ab aeterno: la sua principale collaboratrice, la sua sposa, la sua mamma, la sua discepola per eccellenza, e infine la sua regina per l’eternità.

Il Signore volle coronare tanta appassionata, virile e fedele verginità femminile e creaturale con una perpetua verginità anche fisica, un dono straordinario dinanzi a cui Maria stessa restò stupita ma con cui Dio volle sigillare per sempre il suo speciale rapporto d’amore con la ragazza di Nazaret. Quella verginità fisica, probabilmente, non sarebbe stata necessaria alla verginità spirituale di Adamo ed Eva: se fossero rimasti fedeli a Dio, essi sarebbero rimasti sostanzialmente immacolati come Maria, pur  amandosi  con l’anima e il corpo e assecondando i bisogni della carne oltre che quelli dello spirito.

Qui bisogna capire che la verginità di mente e di cuore è per l’appunto il tratto essenziale, il senso specifico, la finalità ultima di quella carica affettiva, di quell’amore, di quella stessa energia sessuale che Dio sapientemente ha introdotto nelle sue creature. Ma perché non anche una verginità fisico-corporale? Perché non una verginità in tutto e per tutto uguale a quella di Maria? Qui, ovviamente, si entra nel mistero della figura di Maria. Si può dire tuttavia che Maria fu lasciata interamente vergine perché colei che sposava non metaforicamente Dio, colei che accoglieva fisicamente Dio nel suo grembo, colei che dava inizio nientemeno alla storia della salvezza del genere umano ponendosi alla testa di una battaglia perenne contro le stesse potenze malefiche che avevano spinto i suoi avi ad infrangere il rapporto di amicizia con il Padre celeste, non solo meritava di essere rivestita di assoluta ed esclusiva verginità divina ma doveva essere additata all’umanità di tutti i tempi quale ideale limite di donazione creaturale, di purezza spirituale, di vocazione filiale ad una celeste regalità.

Nel piano eterno di Dio è sbagliato investire le nostre energie nel sesso, nel facile sentimentalismo, in epidermiche e seducenti emozioni mondane e persino in talune nostre pratiche o razionalizzazioni apparentemente lontane dal sesso ma in realtà ancora intrise di sesso. Ogni problema, ogni difficoltà, ogni conflitto, ogni amarezza deriva da questo errore originario e purtroppo anche costante nella vita degli uomini. Ma, beninteso, non si tratta di reprimere l’istinto sessuale, si tratta di usarlo con saggezza, di regolamentarlo con intelligenza e senso di responsabilità, di sublimarlo nel quadro di rapporti affettivi oltremodo intensi e significativi. Certo, si tratta anche di metterlo da parte, di rinunciarvi, di farlo tacere con la preghiera, con un esercizio spirituale quotidiano, con una fede semplice e matura ad un tempo che ci consenta di percepire quasi sensorialmente la presenza divina nella nostra vita senza scivolare verso forme di irrazionale esaltazione mistica, se o quando Dio stesso ci affidi qualche incarico particolare, qualche missione particolarmente impegnativa, oppure qualche compito di pura e semplice espiazione personale.

Ma se nonostante ogni pratica devota ed una fede pur sincera ed onesta, durante il nostro faticoso viaggio terreno, questa benedetta o maledetta concupiscenza non riusciamo proprio ad arginarla del tutto, a renderla innocua come vorremmo, a disciplinarla perfettamente, non è il caso di disperare, pur essendo sempre necessario soffrirne e dolersene profondamente, perché il Signore legge nel nostro cuore meglio di noi stessi e sa distinguere tra i nostri sforzi reali di purificazione e miglioramento spirituale e i nostri sforzi puramente nominali, aleatori o velleitari. Persino la vita di alcuni grandi mistici è segnata da turbamenti e conflitti di natura sessuale, anche se ciò dev’essere tenuto presente non per cercare facili alibi alla nostra pochezza umana ma per evitare di sentirci superbamente “diversi” dagli altri anche nel difficilissimo caso in cui, non certo per nostra capacità personale, riuscissimo a rimanere indenni per molto tempo da virulenti o imprevisti attacchi di concupiscenza.

I cattolici devono stare attenti a non essere né permissivi né sessuofobici, sapendo che la libertà personale può in ogni momento diventare nemica di se stessa e che d’altra parte, come recita un verso dell’ateo Fabrizio De Andrè, “dal letame nascono i fiori”, nel senso che, certe volte, anche da grandi e tempestose passioni possono nascere straordinari slanci di altruistico amore. E’ stato ben scritto una volta su un quotidiano nazionale: “Anche la devozione mariana mi ha aiutato a fare i conti senza isterismi con la concupiscenza. Una mamma protegge sempre un figlio, qualunque sia il suo errore. Provvede a coprirlo sotto il suo manto, a intercedere per lui” (C. Langone, Parliamo della vecchia, cara concupiscenza, in “Il Foglio” del 4 agosto 2008).

Che però non significa indulgere, per un malinteso senso dello spirito di carità, a certi pericolosi e spesso devastanti derivati contemporanei della concupiscenza, quali divorzio, aborto, rapporti prematrimoniali, dongiovannismo ed esibizionismo, masturbazione compulsiva per ambedue i sessi, erotismo estremo anche in ambito matrimoniale, matrimoni omosessuali, manipolazione genetica, e ad una prassi sempre più diffusa anche tra i cattolici qual è quella di essere, senza traumi o particolari macerazioni interiori, cattolici e concupiscenti. Di tanto in tanto, appare sullo schermo televisivo non solo qualche autorevole teologo ma anche qualche teologa cattolica femminista per dire o meglio per ripetere o ribadire che la Chiesa cattolica non ha fatto ancora abbastanza per elevare la condizione femminile e per ridurre la sua tradizionale sessuofobia. Naturalmente, sono temi su cui si può molto discutere. Ma siamo sicuri che il superbo spirito di Eva e di Adamo non sopravviva nelle intenzioni e nelle critiche di questi dotti fratelli e di queste nostre brave e colte sorelle?