Dipendere da Cristo per rompere dipendenze dal sesso

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Dietro la dipendenza da pratiche di erotismo spinto o di autoerotismo, maschile e femminile, si nascondono storie di dolore, di schiavitù psicologica e morale, di turbe della sessualità, di matrimoni falliti e di rapporti conflittuali con l’altro sesso o con il proprio sesso. Molti avvertono una profonda frustrazione per le situazioni critiche in cui si trovano e non sanno come uscirne, perché, anche quando trovano qualcuno con cui parlarne, restano riluttanti ad ammettere la loro particolare forma di schiavitù privata e tentano cosí di convivere con gli inevitabili sensi di colpa che il più delle volte vengono generati dalla loro stessa coscienza morale. Persino un sacerdote, sulla cui preparazione e onestà tuttavia non si può certo giurare apriori, può rivelarsi inadeguato alle loro problematiche e alle loro specifiche necessità psicologiche e spirituali.

Naturalmente, c’è tutto un filone della cultura e delle scienze psichiatriche contemporanee che risolve in radice il problema: ovvero, cancellando o negando in questi soggetti cosí provati la colpa stessa, e suggerendo di conseguenza di gestire “con serenità” le proprie pulsioni e i propri desideri in quanto essi sarebbero la normale espressione di una sessualità alla ricerca della migliore utilizzazione possibile della propria corporeità. In questo senso vengono trovando giustificazione anche le pratiche omosessuali e tutte le più perverse pratiche eterosessuali. Ma se, per eliminare il disagio psichico di tanti di noi, fosse sufficiente eliminare a parole il senso di colpa, il problema non si porrebbe nelle forme drammatiche in cui continua a porsi o almeno tenderebbe a ridimensionarsi sia per numero di casi che per gravità.

Da un punto di vista religioso e cattolico è invece opportuno che, almeno per quanto riguarda il vissuto di persone particolarmente sofferenti e in vario grado alienate (che, contrariamente a quel che forse si pensa, sono moltissime), il senso di colpa rimanga, perché, se non ci fosse affatto, subentrerebbe un graduale ma irreversibile processo di assuefazione alla trasgressività, ad una concezione pornografica della vita, ad un autoerotismo senza freni o a forme di erotismo estremo, che sono, se reiterati indefinitamente, tutti atti che accelerano lo scivolamento in condotte di vita fortemente patologiche e come tali prima o poi destinate ad avere esiti tragici o decisamente indesiderati.

Un senso di colpa è bene che non ci sia solo se è ingiustificato ma nei casi di cui si sta parlando è assolutamente giustificato e anzi proprio esso viene rivestendo un preciso valore terapeutico. Peraltro, di solito si ritiene che quel che si fa nella sfera privata non possa direttamente ripercuotersi sugli altri e già questo solleva da responsabilità morali che si avvertirebbero se non ci fosse questa certezza psicologica (psicologica più che logica), anche se poi non ci si rende subito conto che a pagare il prezzo di una mentalità trasgressiva e immorale è proprio colui o colei che ne sia portatore o portatrice. Gli stimoli ripetuti creano dipendenza, lo si voglia o no, senza che in tanti casi sia sufficiente un risveglio della coscienza morale o un fiero atto di volontà per ripristinare uno stato di normalità. Qui generalmente interviene o dovrebbe intervenire la psicologia, la neurologia, la psichiatria con le sue varie tecniche, la farmacologia, e per chi è credente, anche se in modo almeno parzialmente dissociato, interviene o dovrebbe intervenire soprattutto la fede e la fiducia nella misericordia di Dio.

Il primo fattore di crisi psicologiche e spirituali cosí devastanti e durature è la solitudine, perché l’essere umano è costitutivamente un essere in relazione e se è privo di una compagnia sufficientemente significativa e gratificante è inevitabile che esso cerchi un’alternativa alla sua solitudine creandosi un mondo immaginario e fittizio, che tende a sovrapporsi alla realtà e in cui determinati stimoli eccitano e fanno galoppare l’attività immaginativa, anche se l’io non manca di erigere meccanismi di difesa scambiati spesso per semplici atteggiamenti presuntuosi o superbi. A volte la pornografia o anche un meno crudo e meccanico sentimentalismo amoroso, e comunque sempre una sessualità del tutto o prevalentemente immaginaria, diventano sostitutivi di rapporti sociali che si vogliono evitare appunto perché percepiti nella loro estraneità e, al limite, nella loro ostilità alle specifiche necessità di vita della persona sola e disturbata.

Un secondo fattore di crisi sono le carenze affettive acquisite nel corso dell’infanzia o dell’adolescenza, carenze che vengono spesso implicando la necessità di una qualche compensazione. Se da bambini non si è stati amati o accolti in modo adeguato, da adulti la tendenza sarà probabilmente quella di compensarli in modi non “ortodossi” e attraverso manifestazioni di ansia, di paura, di aggressività e di scarsa autostima. E’ facile, in casi del genere, rimanere progressivamente ma fatalmente attratti da un senso di piacere e di felicità quali quelli che vengono sistematicamente veicolati e propagandati da massmedia, da riviste patinate, da spettacoli cinematografici e televisivi, da dibattiti pseudoscientifici sulla salute e, con riferimento alle problematiche psicologiche e sentimentali, sulla cosiddetta “igiene dell’anima”.

Tutto questo, alla lunga, non può che fare della nostra sessualità, dei nostri sentimenti e delle nostre stesse istanze affettive, qualche cosa di profondamente deviato e malato. Se ci si sposa, per esempio, con la convinzione di entrambi gli sposi o di uno dei due sposi che l’amore matrimoniale possa o debba coincidere praticamente con una specie di coito ad oltranza, il rapporto d’amore è già fallito in partenza. Ma anche se si pensa, secondo certa mentalità repressiva e bigotta di estrazione cattolica, che per tenere in vita o per far sopravvivere un matrimonio sia necessario o sufficiente adempiere il cosiddetto “dovere coniugale” almeno una volta al mese o ogni due mesi, gli scompensi psichici non possono tardare a manifestarsi. In vero, un matrimonio può conservarsi felicemente per tutta una vita anche quando ci sia stato poco sesso, e può viceversa risultare fallimentare e frustrante anche se viene riempito letteralmente di sesso e si nutra di un reciproco uso meccanico e usurante dei partners.

Il credente qui, quali che siano le carenze patite, sarebbe tenuto a tollerarle e a farsene carico con spirito di carità, cercando di ridurre al minimo possibile le recriminazioni e l’insofferenza personale, ma se anche il credente finisce per tentare di compensare le sue carenze con altre modalità, non potrà evitare di diventare un potenziale oggetto di osservazione e di cura psichiatriche, benché in tal caso per lui la migliore terapia sia quella di aver fede in chi, avendoci salvato dal peccato e dalla morte, può sempre guarire anche il nostro modo di sentire e rigenerarci spiritualmente.

Per concludere, è assolutamente necessario, sia moralmente che terapeuticamente, svuotare la mente di tutta quella spazzatura che esiste nel mondo ma che siamo noi, senza alcuna attenuante, a rigenerare continuamente in noi stessi (perché, come dice Gesù, il male viene sempre dall’interno dell’uomo e non dall’esterno), e poi o contemporaneamente rinnovare la mente, nel senso paolino del termine, in Cristo: «Fratelli, non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà» (Romani 12:2). Valga questo sempre: come soggetti sani o come soggetti malati.

Ma come si fa, si potrà obiettare, in una società cosí permissiva e trasgressiva, cosí edonistica e materialista, a non lasciarsi quanto meno condizionare e a non cedere ogni tanto a qualche sirena di questo mondo? Il Signore avrà sempre pietà delle nostre debolezze ma questo non ci esonera affatto dal tentare in tutti i modi di seguire la sua indicazione ferma e rigorosa: «Guai a quelli che chiamano bene il male, e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro!» (lsaia 5,20). Egli non ci abbandonerà alle nostre debolezze, se non per il tempo necessario a farci capire quanto bisogno realmente abbiamo del suo aiuto e del suo amore, ed apprezzerà il nostro vero sforzo, di persone tendenzialmente sane o tendenzialmente malate, di progredire sulla via del bene: «Nessuna tentazione vi ha colti che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare» (1 Corinzi 10,13).

E’ vero. In Te, Signore, per ognuno di noi sarà possibile che ogni sguardo verso un uomo o una donna sia più appropriato e rispettoso di quello riservato ai tuoi angeli dagli abitanti di Sodoma e Gomorra; in Te, Signore, per ognuno di noi sarà possibile che ogni parola dolce o severa rivolta ad un uomo o ad una donna sia mite e giusta come quella che Tu rivolgesti a tua madre quando la disconoscesti apparentemente davanti a tutti; in Te, Signore, per ognuno di noi, per ogni sorriso ed ogni carezza che faremo ad un uomo o ad una donna senza malizia e senza ipocrisia, sarà possibile l’ebbrezza del paradiso.