La morte e i morti nella liturgia cristiana e cattolica

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

La festa dei morti ha origini molto antiche che si perdono nella notte dei tempi. Per alcuni essa ha un iniziale termine di riferimento nel biblico diluvio universale, quando Noé costruì la celebre arca che avrebbe tratto in salvo la sua famiglia e gli esemplari delle altre specie viventi. In Genesi, il libro biblico scritto da Mosé e composto di 50 brevi capitoli, si legge che «nel secondo mese, il diciassettesimo giorno del mese, in quel giorno tutte le sorgenti delle vaste acque dell’abisso si ruppero e le cateratte dei cieli si aprirono». Il diciassettesimo giorno del secondo mese corrisponde a novembre. E sembra che da allora si sia cominciato a celebrare la festa dei morti sia per ricordare tutti coloro che avevano perso la vita a causa del Diluvio mandato da Dio, sia per sottolineare e per perpetuare nella memoria dei posteri il timore di commettere i loro stessi peccati contro Dio.

Tuttavia, la Chiesa cattolica, per diversi secoli dopo Cristo, non riuscí ad abolire i diversi culti pagani della morte insieme alle loro tradizioni celtiche (secondo cui alla fede in più divinità si aggiungeva il fatto che la morte non fosse vista come conseguenza del peccato e come possibile inizio di una nuova vita in Cristo), e la festa dei morti per la prima volta poté essere celebrata in Europa come festa cristiana solo intorno al secolo X, quando sant’Odilone, che era abate di Cluny, dopo aver appreso da un pellegrino, dice una leggenda, dell’esistenza di un’isola da cui si sentivano le richieste di preghiere delle anime purganti ai fini della loro liberazione e della loro ascesa in cielo, varò una legge in cui tutti i monasteri della sua congregazione dovevano celebrare il 2 novembre il giorno dei morti, e a partire dal XIII secolo la festa veniva ormai riconosciuta da tutta la Chiesa Occidentale.

Di pagano nella festa cristiana dei morti sopravvisse solo l’uso di cospargere il corpo del defunto, o la sua salma già chiusa nella tomba, di aromi e profumi ma questo uso nella tradizione cristiana venne acquistando un preciso significato escatologico e pasquale. E’ significativo che ancora oggi la Chiesa, durante i funerali, sparga incenso sulla salma chiusa nella bara. Quando, da un certo momento in poi, la Chiesa permise che i funerali si svolgessero alla luce del sole, mentre nei primi secoli si erano potuti svolgere solo di notte con torce che servivano sia ad illuminare la strada sia per testimoniare che il cristiano anche dopo la morte ha un destino di luce, i cristiani continuarono a portare le lampade accese per riaffermare la fede che il defunto non fosse morto ma semplicemente dormisse in attesa della sperata risurrezione finale promessa da Cristo.

Per questo, sin dall’inizio le cerimonie funebri cristiane, pur non essendo prive del dolore e della commozione dei familiari e dei conoscenti dei defunti, non furono mai caratterizzate da manifestazioni di incontenibile ed insuperabile disperazione bensí da canti corali di salmi ivi compreso l’alleluia pasquale, a differenza delle cerimonie funebri pagane durante le quali alcune donne prezzolate (le prèfiche) avevano il compito di simulare dolore e pianto per la persona scomparsa. La Chiesa, come già gli ebrei, tenne sempre in considerazione il culto dei morti sottratto naturalmente ad ogni forma idolatrica e ha sempre considerato la sepoltura dei morti come una delle “opere di misericordia corporali”.  

Naturalmente i veri cristiani non perdono mai di vista due concetti fondamentali senza cui la morte non potrebbe non essere percepita come la fine di tutto e come un evento luttuoso che ci separa per sempre dai nostri cari e dalle persone amate oltre che dalla vita. Il primo concetto è che la morte non fu voluta da Dio ma provocata dal peccato d’origine su istigazione del Maligno; il secondo è che una vita lunga e felice non è necessariamente il premio divino di una vita virtuosa, come una morte precoce o prematura non è necessariamente la punizione divina per una vita dissoluta e peccaminosa, secondo quanto alcuni passaggi delle sacre scritture sembrerebbero attestare, tant’è vero che l’autore ispirato del libro della Sapienza si preoccupa di chiarire che al riguardo non si può generalizzare e che ci sono in realtà casi in cui la morte precoce o prematura dev’essere considerata come intervento provvidenziale di Dio: «Divenuto caro a Dio, fu amato da lui e poiché viveva fra peccatori, fu trasferito. Fu rapito, perché la malizia non ne mutasse i senti­menti o l'inganno non ne traviasse l'animo, poiché il fascino del vizio deturpa anche il bene e il turbine della passione travolge una mente semplice. Giunto in breve alla perfezione, ha compiuto una lunga carriera. La sua anima fu gradita al Signore; perciò egli lo tolse in fretta da un ambiente malvagio» (Sap. 4,10-14). Ecco perché i cristiani, persino in quei casi in cui dei congiunti o degli amici particolarmente cari e amati anche per la loro vita virtuosa e cristianamente sana scompaiano immaturamente e magari tragicamente, non devono sentirsi abbandonati o addirittura castigati troppo severamente da Dio.

I cristiani devono affrontare la morte sapendo piuttosto che quelli che muoiono giusti in Cristo, indipendentemente dalla loro età e dalle terribili prove che avranno dovuto sostenere, si salvano e saranno felici, mentre quelli che muoiono senza aver creduto in Cristo pur avendone avuto ogni opportunità oppure lontani da Cristo anche dopo aver vissuto apparentemente vicino a Cristo si dannano e saranno sottoposti ad un eterno castigo. Recita infatti sempre il libro della Sapienza: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, e nessun tormento le tocche­rà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza una rovina, ma essi sono in pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro spe­ranza è piena d'immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiolo e li ha graditi come un olocausto. Nel gior­no del giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là. Governeranno le na­zioni, avranno potere sui popoli e il Signore regnerà sempre su di loro» (Sap. 3,1-8). E l’apostolo Giovanni ribadisce: «Non vi mera­vigliate di questo perché verrà l'ora che tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usci­ranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» (Gv. 5,28-29). 

E’ perciò opportuno che i cristiani preghino non solo per i vivi ma sempre anche per i defunti, per i propri defunti e per i defunti in generale, perché tutti, a cominciare da quelli più carenti o difettosi agli occhi di Dio, possano essere aiutati a beneficiare della sua infinita misericordia e a ricevere «una abitazione da Dio, una dimora eterna, non costrui­ta da mano d'uomo, nei cieli» (2 Cor 5, 1-4); anche se nel primo ventennio del secondo millennio sembra talvolta ragionevole dubitare del fatto che i cristiani credano sempre nella risurrezione di Cristo e quindi nella loro stessa risurrezione. Lo stesso dubbio era già di san Paolo che ammoniva: «se Cristo non è risorto è vana la vostra fede» (1 Cor. 15, 12-25).

D’accordo, ma come risorgeranno i nostri corpi e come saranno poi i nostri corpi risorti? E’ evidente che non è possibile dare risposte “scientifiche” a queste domande, ma san Paolo ci aiuta a capire quando dice che, se uguale per tutti sarà la natura dei corpi risorti, le qualità dei corpi saranno molto diverse. Tutti i corpi saranno belli ma di una bellezza dotata di caso in caso di gradazioni diverse. Cosí come «stella differisce da stella, fiore da fiore, splendore da splendore», spiega il padre francescano Pasquale Lorenzin in un suo articolo intitolato “I nostri morti” e presente sul web, anche «le qualità dei corpi risorti saranno più o meno lumi­nose perché Dio, giusto rimuneratore, deve tener con­to dei sacrifici, delle penitenze e delle virtù esercitate mediante il corpo, quale docile strumento dell'ani­ma».

Quel che il cristiano in sostanza deve temere, quando sia capace di una fede non incredula, non è tanto la morte fisica ma la morte spirituale, non la morte “prima” ma la morte “seconda” e definitiva ovvero la morte che impedisce di vivere in una condizione di eterna felicità da intendere tanto in una sua inedita e inimmaginabile valenza spirituale e immateriale quanto in una sua valenza corporea e materiale altrettanto inedita e ancora non prefigurabile.

Quanto al rapporto con i morti, la sua qualità sarà strettamente connessa al rapporto che ogni cristiano avrà con la morte, ovvero il rapporto spirituale con i morti sarà tanto più qualitativamente significativo quanto maggiore sarà la nostra comprensione spirituale della morte e il nostro modo di accostarci ad essa. Perché solo chi, pur temendo umanamente la morte biologica, si sforza seriamente di evitare la morte “definitiva”, la morte di ogni speranza di risorgere e di vivere eternamente in Cristo, con Cristo e per Cristo, non farà fatica a capire che non bisogna solo limitarsi a pregare per i defunti ma che le nostre preghiere per loro avranno avuto un senso solo se durante la vita ci saremo preoccupati di portare soccorso e conforto ai sofferenti e ai malati tutte le volte che ci saremo trovati concretamente nella condizione di farlo.

Solo per esemplificare: che senso ha pregare oggi per il tuo defunto padre se, quando era in un letto di sofferenza e di morte, non hai fatto nulla o quasi nulla per lui? Che senso ha pregare persino per chi ti ha reso difficile la vita, ostacolandoti la carriera, rubandoti l’affetto della donna amata, calunniandoti pubblicamente, se nel frattempo tu non perdi occasione per comportarti grosso modo come lui ai danni di un altro prossimo? Che senso ha pregare per l’anima dei defunti se non ci importa proprio niente dell’anima dei viventi che possono essere persone bisognose a noi note, fratelli e sorelle intelligenti e sensibili della nostra comunità parrocchiale ai quali quest’ultima, a cominciare dai suoi sacerdoti, non riserva alcuna attenzione? Che senso ha pregare per tutte quelle persone defunte che hanno esercitato ingiustamente potere o si sono distinte per gratuita cattiveria se noi per primi li imitiamo ogni qual volta ce ne viene data l’opportunità?

Infine, non bisogna né invocare la morte quando ci si senta stanchi e disperati, né evitarne o scacciarne sistematicamente il pensiero come una specie di guastafeste e come qualcosa su cui ci si possa soffermare solo per motivi patologici. Il cristiano invece non può ignorare la funzione anche terapeutica del pensiero della morte, perché esso può ben contribuire ad orientare correttamente la vita, a frenare le passioni, ad incoraggiare nelle difficoltà e soprattutto a convertirsi quotidianamente e sempre più efficacemente. Se continuare a vivere in determinate situazioni di pericolo spirituale significa rischiare di morire per sempre perdendo la propria anima, è molto meglio prepararsi a morire anche subito perdendo affetti, beni materiali, gratificazioni, pur di salvare la propria anima ovvero il proprio rapporto di amore e di amicizia con Dio.

Il cristiano dovrebbe essere sempre pronto a mortificare se stesso pur di salvare ciò che può garantirgli la vita eterna, e a dire il vero dovrebbe essere sempre pronto ad accettare, sia pure non passivamente, persino le persecuzioni più credeli e lo stesso martirio, ben memore ancora una volta delle parole di Gesù: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geen­na» (Mt. 10,28).

Alla fine della santa messa celebrata in suffragio del defunto, prima di accomiatarsi definitivamente da lui, e prima del pietoso ufficio della sepoltura, il sacerdote, in conformità a quanto previsto dalla liturgia funebre e innalzando la sua preghiera e la preghiera stessa dell’assemblea al Signore, pronuncia queste parole: «Nella tua misericordia senza limiti, aprigli le porte del paradiso; e a noi che restiamo quaggiù dona la tua consolazione con le parole della fede, fino al giorno in cui, tutti riuniti in Cristo, potremo vivere con te nella gioia eterna». E cosí sia.