Eunuchi di Cristo

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Nel mondo ebraico il celibato era incomprensibile e costituiva non una benedizione ma una maledizione di Dio dal momento che il biblico “siate fecondi e moltiplicatevi” (Gen 1, 28) veniva interiorizzato dagli ebrei come un comandamento obbligatorio sia per le donne, socialmente disistimate e addirittura disprezzate in caso di sterilità, sia e soprattutto per gli uomini. A tale tradizione biblica si richiamava la tradizione rabbinica, che presenta frequenti esortazioni a sposarsi al fine di vivere secondo la volontà di Dio. Unica eccezione alla tradizione religiosa ebraica è il caso del profeta Geremia, invitato esplicitamente dal Signore a «non prendere moglie, non avere figli né figlie in questo luogo, perché dice il Signore riguardo ai figli e alle figlie che nascono in questo luogo e riguardo alle madri che li partoriscono e ai padri che li generano in questo paese: moriranno di malattie strazianti, non saranno rimpianti né sepolti, ma diverranno come letame sul suolo. Periranno di spada e di fame; i loro cadaveri saranno pasto agli uccelli del cielo e alle bestie della terra» (Ger 16, 2-4). Dove, quindi, il celibato non viene ordinato da Dio per motivi religiosi ma esclusivamente per motivi pratici, ovvero per sottrarre il suo profeta a tutta una serie di disgrazie e di sofferenze che stanno per abbattersi sui genitori e sulle famiglie della sua terra.

Tuttavia, in seno al giudaismo e in Palestina, proprio a ridosso della venuta di Cristo sulla terra, sarebbero venuti sviluppandosi alcuni gruppi religiosi di tipo fortemente ascetico tra i quali si sarebbe particolarmente distinto quello degli esseni presso i quali il celibato veniva considerato e praticato come uno stato di vita normale e dotato di un valore religioso pari a quello coniugale o matrimoniale, dal momento che – come riferisce lo storico romano di origine ebraica Flavio Giuseppe (nella sua opera “Guerra giudaica”, II, 120) e come viene confermato indirettamente anche da un’opera anonima quale “Èlenchos” (IX, 18) forse attribuibile ad Ippolito Romano primo antipapa della storia della Chiesa ma morto santo e da Filone Alessandrino (“Apologia dei Giudei”, 14) che era un filosofo ellenistico di cultura ebraica detto per questo anche “Filone l’ebreo” –, anche tra gli esseni, generalmente celibi, c’era tuttavia chi si sposava regolarmente.

Ma ciò serve a comprendere come nell’ambiente palestinese, al tempo di Gesù, il celibato non fosse qualcosa di inaudito. Benché in Israele il celibe, quasi sempre identificato con l’eunuco, non venisse considerato uomo in senso pieno e non potesse di conseguenza partecipare all’assemblea degli uomini per eccellenza (il popolo di Dio!), questo modo cosí rigido di ragionare era già stato previsto e insieme superato dalla profezia di Isaia (56, 3-5), in cui si annunciava che, nel regno futuro, stranieri ed eunuchi avrebbero avuto piena cittadinanza nella casa del Padre: «Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: “Certo, mi escluderà il Signore dal suo popolo!”. Non dica l'eunuco: “Ecco, io sono un albero secco!”. Poiché cosí dice il Signore: “Agli eunuchi che osservano i miei sabati, preferiscono quello che a me piace e restano fermi nella mia alleanza, io concederò nella mia casa e dentro le mie mura un monumento e un nome più prezioso che figli e figlie; darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato».

Si noti come il testo biblico non lodi gli eunuchi tout court, gli eunuchi in quanto tali, ma gli eunuchi fedeli ai comandamenti del Signore e degni esecutori della sua volontà: che è ciò che, nell’attuale dibattito su celibato e presbiterato, non viene mai rimarcato abbastanza. Biblicamente, dunque, solo questi eunuchi nobili, ovvero non condizionati a dedicarsi alle cose divine da forme di naturale impotenza personale ma capaci di rinunciare volontariamente ad un normale esercizio della propria virile sessualità, meritano di essere amati e lodati da Dio. Quando Gesù parlerà di “eunuchi per il regno dei cieli” (Mt 19, 12), vorrà proprio intendere quegli eunuchi volontari, capaci di rinunciare non a seguito di anomalie psichiche o biologiche ma volontariamente e santamente al sesso, ai piaceri pure in una certa misura legittimi della carne e allo stesso matrimonio.

Contrariamente a quanto ancora molti teologi cattolici sostengono in sede esegetico-teologica, l’essere eunuco per Gesù non esprime una incapacità esistenziale, o fisica o morale o spirituale, di vivere da sposo, in quanto il Regno dei cieli appunto renderebbe alcuni uomini esistenzialmente incapaci di sposarsi. Non è questo il senso delle parole di Gesù.

Gesù intende dire, con specifico riferimento all’indissolubilità del matrimonio e non ad altro, che, ogni volta che un uomo o una donna sperimentano nel corso della loro esistenza e per i motivi più diversi una situazione irreversibile di incomunicabilità o di non comunione fisica e spirituale rispetto alla propria compagna o al proprio compagno di vita, sono tenuti ad attenersi a comportamenti seri e responsabili anche se forse costosi sotto l’aspetto affettivo e sessuale, specialmente ma non esclusivamente in presenza di figli, perché questo è il sublime prezzo umano e spirituale che devono pagare coloro che preferiscono il cielo, l‘eterna coabitazione  con Dio, a piaceri o a gioie e consolazioni puramente terrene e solo illusoriamente idonee a soddisfare determinate istanze affettive ed esistenziali che derivino da un matrimonio fallimentare o da precedenti dissestati rapporti umani e sentimentali

Peraltro, è molto probabile che il nomignolo ingiurioso di eunuco fosse una delle accuse più oltraggiose rivolte a Gesù stesso e a qualcuno dei suoi discepoli non sposato. Può darsi benissimo che Gesù abbia inteso replicare anche o principalmente a queste accuse, osservando che ci sono eunuchi ed eunuchi e che quelli che si fanno eunuchi per il Regno dei cieli compiono o devono compiere questa scelta non perché incapaci di avere una donna, di creare una famiglia e di mettere al mondo dei figli, se ancora non siano sposati, e non perché ormai impossibilitati ad avere rapporti sessuali con un partner che non susciti più alcuna attrazione con possibile e conseguente ricerca di nuovi partners, ma al contrario perché, pur essendo ancora in possesso della facoltà di decidere e di fare liberamente qualunque cosa, preferiscano non dissipare o non dissipare più le loro energie in gioie puramente terrene e passeggere per concentrarle interamente sulla cooperazione quanto più possibile determinata e incondizionata alla costruzione del Regno di Dio.

Ma potevano comprendere un ragionamento del genere soprattutto gli avversari di Gesù? Certo che no: ancora oggi è evidente, per ripetere le sue divine parole, che “non tutti possano capirlo”. In realtà Gesù proprio questo cercava di far capire almeno ai suoi discepoli: è conveniente, è giusto sposarsi oppure cercare altre donne o altri uomini una volta che il matrimonio sia fallito, se nel cuore abbiamo il pensiero sincero e pressante di come renderci strumenti del Regno di Dio nel modo più caritatevole e onesto possibile? Non è che chi si sposa o continua ad avere rapporti sessuali per tutta la vita non debba credere in Dio e non possa adoperarsi per un mondo interiore ed esteriore migliore di quello presente, ma è ragionevole che chi voglia dedicarsi interamente e al meglio delle sue possibilità alla costruzione del Regno non intenda rinunciare al soddisfacimento dei suoi interessi più egoistici o più istintivi?

Certo, in caso di concubinato, di adulterio, di unione incestuosa o comunque anomala, il Cristo riconosce piena facoltà di separarsi dal coniuge, ma anche in tal caso chi vorrà vivere in funzione del Regno dei cieli penserà a rifarsi una “storia” con un altro partner o non penserà piuttosto di offrire la sua infelicità esistenziale al Signore in segno di penitenza e di rinuncia volontaria ad una felicità puramente terrena? In fondo Gesù, come si è sopra accennato, nell’evocare la figura dell’eunuco, parla innanzitutto di se stesso. Come avrebbe egli potuto conciliare l’estremo sacrificio di sé per la redenzione degli uomini, e quindi una vita di rinuncia sino alla morte per crocifissione, con il soddisfacimento dei suoi pur leciti bisogni “umani” di natura affettiva, sessuale, familiare? Quando si è chiamati da Dio bisogna rispondere: se si è chiamati da celibi o nubili bisognerà rinunciare a progetti matrimoniali e a rapporti affettivamente e sessualmente appaganti; se si è chiamati da sposati bisognerà eventualmente essere pronti a separarsi in tutti i sensi dal partner ed eventualmente dai figli, fermo restando che, comunque e in qualunque stato ci si trovi, sempre si è chiamati da Dio a rispettare i suoi comandamenti e le sue leggi di verità e di amore.

Cosí anche il coniuge che ripudi l’altro coniuge per motivi morali e si separi da lui o da lei «deve imporsi di vivere volontariamente come un eunuco; cosí solamente potrà essere ammesso nel Regno dei cieli» (J. Dupont, Mariage et divorce dans l’èvangile, Bruges, 1959, p. 220). Ma, per ciò che si riferisce alla possibilità di estendere l’ordinazione sacerdotale o la consacrazione religiosa non più solo a uomini celibi o a donne nubili ma anche ad uomini e a donne sposati, e sia pure in conformità a determinate regole spirituali e a criteri di pura e semplice opportunità, non c’è dubbio, alla luce della disamina sopra effettuata, che Gesù non abbia inteso essere preclusivo nei confronti di nessuno in linea generale. D’onde la radice meramente o prevalentemente politica ed economica della decisione della Chiesa del secondo millennio di rendere accessibile il presbiterato solo ad uomini non sposati e la responsabilità più o meno colpevole della Chiesa attuale di perseverare nello stesso errore.

Altrimenti, dovremmo pensare che apostoli sposati come Pietro, posto da Cristo a capo della sua Chiesa, non siano stati capaci di rendersi eunuchi per il Regno dei cieli e che del tutto incomprensibili o prive di senso siano le seguenti parole di Gesù: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 26-27). Perciò, a questo punto, persino un eunuco vero, un eunuco sin dalla nascita o reso tale dagli uomini o da particolari circostanze di vita, potrà essere eunuco per il Regno dei cieli con l’aiuto di Dio, alla sola condizione di non voler gratificare la sua esistenza con pratiche perverse e di voler offrire a Dio le proprie laceranti sofferenze in espiazione dei propri peccati e dei peccati di quanti ancora non abbiano la sua forza d’animo e la sua stessa purezza di spirito.