Il paradiso come luogo e come stato

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Nel Nuovo Testamento la parola “paradiso” compare 276 volte e da quello che riferisce san Paolo, in merito al fatto che sarebbe stato “rapito nel terzo cielo” (2 Cor 12, 1-9), si deduce che il paradiso sia costituito da tre cieli. Posto che il terzo cielo, di cui non viene rivelata la collocazione, sia il luogo in cui abita Dio e in cui esistono “molti posti” che oltre che essere destinati ai santi dell’Antico Testamento Gesù ha promesso di voler preparare per i suoi veri seguaci (Gv 14,2), il primo cielo dovrebbe corrispondere probabilmente al firmamento ancora interno alla realtà o all’orbita terrestri, entro cui si formano le nuvole e volano gli uccelli, mentre il secondo cielo dovrebbe corrispondere all’intero universo extraterrestre regolato da leggi fisiche diverse da quelle che valgono per la terra, ovvero lo spazio interstellare e interplanetario ancora in gran parte sconosciuto (Gn 1, 14-18). 

Ora, il terzo cielo o luogo dove abita Dio nel suo massimo splendore è anche il luogo in cui ha per cosí dire sede la vita eterna della quale potranno godere tutti coloro che, con la parola e con le opere, avranno creduto in Cristo (Gv 3, 16). L’apostolo Giovanni descrive in qualche modo la città di Dio che gli apparve in una visione (Apocalisse 21, 10-27) e parla di “nuovi cieli e nuova terra” in cui tutto sarebbe stato pieno della presenza stessa e della gloria di Dio (Apocalisse 21, 11) e dove quindi non ci sarebbe più stato né il sole né la luna né la notte ma una luce eterna quale quella di Dio (Apocalisse 22, 5). Il paradiso, dunque, in aderenza a quanto chiaramente si legge in questi testi, non è nulla di metaforico, nulla di puramente simbolico, nulla di vagamente spirituale, ma una nuova e concreta realtà fisica, dotata di  un nuovo “spazio” e di una “temporalità” non più coincidente con quella da noi conosciuta, e infine di leggi psico-biologiche potenziate o integrate (o, al limite, semplificate) rispetto a quelle terrene. Dopo gli ultimi tempi, quelli che precederanno e preannunceranno la fine del mondo, i cieli e la terra attuali si dissolveranno per essere sostituiti dai nuovi cieli e dalla nuova terra sotto i quali e sulla quale abiterà la nuova e rigenerata umanità tra le mura della nuova Gerusalemme, la città di Dio, una città senza confini e solo delimitata da mura funzionali a tenerla separata dalla città del diavolo o inferno in cui saranno precipitati i dannati. Questa città avrà porte di perla e strade d’oro come scrive l’apostolo Giovanni e sarà proprio un luogo fisico ben preciso in cui dimoreranno i corpi fisici glorificati, a cominciare da quello di nostro Signore Gesù Cristo e di sua Madre Maria, di tutti coloro che riceveranno in premio la vita eterna.

Ovviamente sia il concetto di un “cielo” che sarebbe “tra le nuvole” sia quello per cui noi saremo “spiriti fluttuanti nel cielo” non ha alcun fondamento biblico. Il cielo, il paradiso celeste, che i credenti potranno sperimentare sarà invece un nuovo, bellissimo e perfetto pianeta, dove non ci sarà più spazio per il peccato, per il male, per le malattie, per le sofferenze e per la morte. E’ probabile che la nuova terra di Dio sarà molto simile alla nostra terra attuale oppure una nuova creazione del nostro attuale pianeta su cui però non incomberà più la maledizione del peccato e di cui saranno conservate e valorizzate solo le realtà umane e spirituali che saranno state gradite a Dio.

Nella mentalità ebraica, la parola “cieli” denotava sia lo spazio cosmico che la dimensione propria della dimora divina. Perciò, quando Giovanni in Apocalisse 21, 1, parla di “nuovi cieli”, probabilmente vuole significare che l’intero universo sarà ricreato. Certo, per quanto la descrizione giovannea sia piuttosto eloquente e significativa, la realtà paradisiaca resta molto al di sopra delle umane capacità di descrizione e immaginazione (1 Cor 2, 9). Ma da tale descrizione emerge come dato certo il fatto che la realtà paradisiaca – che subentrerà allorquando, come scrive san Pietro nella sua seconda lettera al capitolo 3, «i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta» –, è un luogo e non solo uno stato spirituale, stato spirituale che sarebbe peraltro non solo soggettivamente impensabile ma anche oggettivamente insussistente senza una qualche spazialità e una qualche corporeità; che in questo luogo non ci saranno più lacrime, dolore e morte, e che infine la cosa più grandiosa che gli esseri umani potranno gustare in esso sarà la possibilità di essere “faccia a faccia con Dio” e di vivere per l’eternità in compagnia dell’Agnello di Dio che ci ha amati da sempre con e per il Padre  immolandosi per la nostra salvezza (Apocalisse 20, 6; Apocalisse 21, 4; 1 Giovanni 3, 2).

Pertanto, il credere che esista una casa celeste nel paradiso, una casa vera, reale, fisica, materiale, non astratta e meramente “spirituale”,  si basa su concetti biblici e più segnatamente neotestamentari assolutamente inequivocabili e irriducibili ad interpretazioni cosí puramente spiritualistiche da implicare di fatto una dissoluzione della nostra vita corporea, psichica, sensoriale, della nostra stessa identità personale, nel nulla. Che noi vivremo, con questo corpo e con questa anima che ci ritroviamo adesso in questo mondo, sia pure sapientemente rinnovati dalla nuova creazione di Dio, è  una promessa esplicita di Gesù. Il paradiso, di cui egli stesso ha parlato, è certamente un posto vero, non puramente simbolico, anche perché se non fosse un posto, un luogo, una realtà dotati di una loro concreta e specifica materialità, non si capirebbe più il senso della risurrezione di Cristo, il suo apparire a Maddalena, la sua presenza tra gli apostoli chiusi in una casa e una presenza che Egli voleva talmente affermare nella sua non illusorietà e nella sua effettiva veridicità da chiedere esplicitamente a Tommaso di toccare il suo corpo e di verificare che le sue ferite fossero proprio quelle riportate a causa della crocifissione.

Il Signore ha detto al malfattore pentito: oggi stesso sarai con me in paradiso, e non gli ha certo detto cosí semplicemente per dargli ad intendere che da lí a poco sarebbe cambiata solo la sua condizione spirituale! Il Signore, che appare da risorto agli apostoli sulla riva del lago, chiede di voler mangiare del pesce con loro, per fare loro capire che chi risorge, come lui e con lui, non è “un fantasma”, ovvero uno spettro, un’immagine spirituale priva di consistenza vitale, ma è una persona fisica vera benché tutte le sue qualità fisico-corporee, psichiche e mentali, sussistano ormai “glorificate” ovvero esaltate ulteriormente rispetto alla loro forma terrena.

Le promesse di Gesù devono essere interpretate per quello che sono, ovvero nel loro estremo realismo, e non per quello che vorrebbe un certo sapere teologico, tendenzialmente intellettualistico e apparentemente umile ma sostanzialmente incredulo o dubbioso, che è sempre tentato di trasformare le cose più semplici ed elementari della Parola di Dio in fumisterie metafisiche assolutamente irrealistiche e inattendibili. Gesù non ci ha chiesto di servirlo con fedeltà e zelo per niente, per illuderci circa una vita futura veramente e sensibilmente diversa da quella attuale. Avere paura di sostenere ed affermare apertamente l’esistenza fisica, corporea, materiale del paradiso che ci attende, significa semplicemente dimostrare di non credere sul serio né nella promessa di Cristo né in Cristo stesso.

Ecco perché vale davvero la pena di coltivare quaggiù una fede quanto più possibile coerente e solerte secondo le esortazioni della “Lettera agli ebrei”: «Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso. Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone. Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l'abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore» (10, 19-25). Ecco perché faremmo bene quaggiù a non far finta di non capire e ad eseguire i veri comandi di Dio: perché il mondo di là da venire ma che è già in mezzo a noi non è un mondo ideale, immaginario, irreale, immaginario, metaforico, simbolico, incorporeo, astratto, spiritualmente evanescente, ma è un mondo di perfetta spiritualità in quanto tutte le esigenze del corpo, della psiche, della carne potranno essere finalmente e gioiosamente soddisfatte nei modi originari decretati dal Padre celeste non per l’infelicità ma per la felicità più piena e abbondante possibile delle sue creature.

Né, d’altra parte, si dovrà credere nel paradiso solo in via scaramantica. Come dire: conviene crederci perché non si sa mai…Se non si è capaci di amare con tutte le forze gli insegnamenti di Gesù, di seguirne con tutto il cuore l’esempio, addossandosi le proprie croci per amore e non per semplice rassegnazione, è impossibile credere realmente in lui e nelle sue promesse tra cui quella relativa alla nostra eterna felicità in un luogo delizioso perché perennemente e totalmente inondato della luce di Dio. San Paolo incoraggiò i Corinzi a sperare in una loro dimora celeste e quindi ad avere radicalmente fede in Cristo per dare loro la necessaria prospettiva in cui fosse loro possibile sopportare difficoltà, amarezze e delusioni di questa vita (2 Cor 5, 1-4): «Perché la nostra momentanea, leggera afflizione», egli spiega, «ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne» (2 Cor 4, 17-18).

Certo, la via o la porta che introduce nel paradiso è “stretta”, proprio nel senso delle ristrettezze esistenziali che la fede in Gesù viene implicando, proprio nel senso di una lotta necessaria da intraprendere cristianamente ogni giorno contro ogni forma e ogni genere di peccato, come la smania di possesso, di ricchezza, di grandezza, o contro il vizio della lussuria e di ogni perversione che vi sia connessa. Su quella via si può procedere e da quella porta si potrà passare solo credendo in Cristo e implorandone sinceramente e costantemente il perdono dei peccati non solamente per mezzo di un pentimento interiore e della riconciliazione sacramentale ma anche e soprattutto per mezzo di un reiterato sforzo di compiere opere buone verso i fratelli nel comune vincolo della fede e dell’amore a Dio. 

E’ importante chiarire che, se il paradiso cristiano non è un paradiso “materialistico” come quello islamico e musulmano, esso non è neppure cosí immateriale ed etereo come immaginava Dante Alighieri, il quale peraltro parlava dell’inferno e del purgatorio come di realtà fisiche concrete. Da quali specifici passaggi biblici i cristiani in genere si siano sentiti autorizzati nel corso dei secoli a ritenere rispettivamente l’inferno e il purgatorio anche dei luoghi fisici di sofferenza e di purificazione e a considerare invece il paradiso prevalentemente o esclusivamente come una condizione spirituale in cui i sensi e la stessa sensibilità intellettiva e morale dei risorti in Cristo tenderebbero a non sussistere più come tali perché ormai assorbiti e annullati in una visione estatica puramente spirituale di Dio e non invece ad essere semplicemente e sia pure profondamente cambiati e rinnovati nella e dalla gloriosa trasfigurazione paradisiaca cui sono destinati gli stessi risorti in Cristo, è veramente un mistero.

Innanzitutto, non si capisce perché inferno e purgatorio possano essere riconosciuti nella loro condizione di luoghi oltre che di spirito, mentre il paradiso dovrebbe sussistere solo in termini di stato spirituale. Ma, in realtà, ancora oggi si tende ad equivocare, tra i cattolici, sul senso di quella incorporeità o immaterialità dell’essere stesso di Dio e sul senso eminentemente spirituale della risurrezione e quindi della nostra vita eterna in cielo. Dio non è incorporeo e immateriale nel senso che non si possa manifestare anche come materia ma nel senso che, pur potendo assumere una forma umana e quindi anche biologica e materiale come paradigmaticamente è accaduto nella persona storica di Gesù, Egli non può essere ridotto a materia in quanto la materia per essere ha bisogno del suo Spirito, cosí come il principio vitale di tutto ciò che è materia o ha forma materiale è un principio di natura spirituale, e cosí come infine è o deve essere di natura eminentemente spirituale il fine o lo scopo di tutte le nostre attività fisiche e materiali, quali sono quelle che si riferiscono ai cinque sensi e all’attività intellettiva e contemplativa. Non si comprende perché il Signore, che ci ha creato con cinque sensi, nella nostra seconda, ultima e vera vita dovrebbe privarci di essi. E’ sensato pensare che quegli stessi uomini che hanno lottato per tutta la vita terrena contro il peccato ma nel senso di voler liberare i loro stessi organi di senso dalla zavorra del peccato, una volta giunti in paradiso si scoprano mutilati e non semmai potenziati rispetto a quei doni che, anche in termini fisico-sensoriali, avevano potuto sperimentare nel mondo terreno?

Ma Gesù risorto e trasfigurato è o non è una persona che parla, che ragiona regolarmente, che pur essendo ormai “puro spirito” è tuttavia ancora presente “in carne ed ossa” e capace anzi di rivendicare la sua corporeità davanti allo sguardo turbato e commosso di Tommaso, che è capace di mangiare e gustare un pezzo di pesce arrostito per far capire tra l’altro che i risorti in Cristo possano ancora mangiare, che ha gli stessi sentimenti di amore verso tutti coloro che lo avevano seguito (e lo avrebbero seguito anche successivamente) sia pure in una dimensione umana ora letteralmente impregnata di potenza e gloria divine? Questo Cristo è lo stesso che oggi e per l’eternità dimora in paradiso. Lo stesso ragionamento vale per la sua santissima Madre e per tutti i beati dei nuovi cieli e della nuova terra di Dio. E’ vero o non è vero tutto questo? E se è vero perché, nel nome di una malintesa spiritualità, si continua a parlare ambiguamente del cielo, del paradiso, come di una bellissima e meravigliosa condizione di vita ma di natura puramente spirituale?

Certo che la vita dei risorti sarà una vita eminentemente spirituale! Ma nel senso che essi sono “corpi spirituali o pneumatici”, come dice san Paolo, e non più “corpi carnali” abituati sulla terra ad essere soddisfatti in modo spesso carnale per l’appunto ovvero in modo peccaminoso oppure parziale oppure imperfetto; non certo nel senso che adesso la vista o visione contemplativa di Dio non possa avere più nulla di fisico, o che il banchetto celeste con “i cibi succulenti e i vini raffinati”, di cui parla la bibbia e a cui si ripromise di partecipare Gesù stesso poco prima di essere crocifisso, debba essere inteso in senso puramente simbolico. Quel che non si vuole capire, forse anche o proprio per mancanza di fede, è che la gioia del paradiso, promessa da Cristo, è una gioia piena, integrale, e che la felicità della vita eterna che lí sarà concessa è una felicità da intendersi come godimento dell’anima e del corpo, dello spirito e dei sensi, naturalmente all’interno di un mondo regolato dalla perfetta giustizia di Dio secondo la quale tale godimento non possa più degenerare negli eccessi, negli abusi, nelle deformazioni e nei vizi propri di una esistenza puramente terrena.

Si deve poi precisare che tutti in cielo saranno felici ma ognuno lo sarà in modo e in grado diversi, a seconda dei meriti che a ciascuno Dio vorrà riconoscere in base alle opere compiute sulla terra. E, siccome sulla questione in oggetto si continua oggi a polemizzare, sia all’interno della Chiesa (vedi, ad esempio, i seguaci di monsignor Lefebvre) sia all’interno di taluni ambienti intellettuali laici (vedi, ad esempio, il professor Odifreddi), nei confronti di papa Giovanni Paolo II, reo secondo costoro di aver negato il paradiso come luogo per affermarlo come semplice stato spirituale, è forse opportuno ricordare le parole del pontefice polacco: «Alla raffigurazione del cielo, quale dimora trascendente del Dio vivo, si aggiunge quella di luogo a cui anche i credenti possono per grazia ascendere, come nell'Antico Testamento emerge dalle vicenda di Enoc (cfr Gn 5, 24) e di Elia (cfr 2 Re 2, 11). Il cielo diventa cosí figura della vita in Dio. In questo senso, Gesù parla di “ricompensa nei cieli” (Mt 5, 12) ed esorta ad “accumulare tesori nel cielo” (ivi 6, 20; cfr 19, 21)» (G. P. II, Udienza Generale del 21 luglio 1999).

E’ anche vero che lo stesso pontefice, parlando dell’inferno, afferma che esso «sta ad indicare più che un luogo, la situazione in cui viene a trovarsi chi liberamente e definitivamente si allontana da Dio, sorgente di vita e di gioia» (Udienza Generale del 28 luglio 1999), ma l’espressione “più che un luogo” non può essere interpretata come negazione del fatto che l’inferno sia anche un luogo, significando essa semplicemente che, per quanto riguarda l’inferno, deve preoccupare non tanto il luogo in cui si sarà costretti a scontare per l’eternità la propria condanna quanto la condizione spirituale di assoluta lontananza da Dio. Che, mi pare, è una posizione del tutto condivisibile e legittima.