Fede, politica ed economia della decrescita

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Il filosofo ed economista francese Serge Latouche sostiene giustamente che «la decrescita è uno slogan per rompere con la religione della crescita che impone un mondo unidimensionale, per usare i termini di Marcuse» e afferma che «un’esistenza all’insegna della decrescita può aumentare il benessere, arricchire i rapporti sociali e condurre a una vita in armonia con se stessi e con l’ambiente circostante», senza che questo implichi una «chiusura» ma, al contrario, meno conformismo intellettuale e quindi reale «possibilità di dialogo tra diversità» (Intervista di S. Bobbio a S. Latouche, in “La Stampa” del 4 febbraio 2012, p. 11). Cos’è esattamente la decrescita o, per usare un’espressione equivalente, lo stato stazionario? La decrescita o stato stazionario implica che la ricchezza di una nazione e di tutto il mondo, che viene calcolata in termini di PIL (prodotto interno lordo), per essere ecologicamente sostenibile non solo non deve più crescere ma deve persino diminuire: in questo consiste l’economia della decrescita.    

Può una siffatta economia contribuire realmente a ridurre in modo significativo la povertà e la diseguaglianza all’interno dei vari Paesi e in tutto il mondo? Questa è la domanda centrale cui uno dei principali teorici della decrescita, Tim Jackson, ha cercato di rispondere affermativamente in un suo libro del 2009, pubblicato a Londra dall’editore Earthscan e intitolato “Prosperity without Growth: Economics for a Finite Planet” (trad. it., Prosperità senza crescita: economia per il pianeta reale, Ediz. Ambiente, 2009). Per battere la povertà bisogna incrementare la prosperità, egli scrive, non più sulla base dell’attuale modello economico della crescita o dello sviluppo illimitato ma sulla base di un nuovo modello economico fondato sul concetto di “prosperità senza crescita”. Come dire: è assolutamente necessario che la prosperità, il benessere, vengano assicurati anche in un quadro stazionario della crescita.

Tale obiettivo può essere perseguito solo separando, magari attraverso avveduti ed efficaci interventi sulla spesa pubblica e sulla tassazione, l’aumento della prosperità dal consumo di risorse naturali. Che è ciò che sarebbe del tutto inutile ed irrealistico fare nel quadro del corrente modello economico in cui i parametri di misurazione della ricchezza sono esclusivamente quelli in virtù dei quali viene oggi calcolato il PIL.

Oggi non c’è istituzione, né organismo politico, né ufficio amministrativo, né attività economico-finanziaria pubblica e privata, che si sottragga a dubbi e a critiche o a sospetti di corruzione e di inefficienza. Non sempre è giusto ma questo è ciò che oggi accade. Solo una cosa sembra fare eccezione e resistere ancora solidamente al tarlo del dubbio e della critica e questa cosa è un’economia fondamentalista, quella per intenderci della BCE, della commissione finanziaria della UE, del Fondo monetario internazionale, con tutti gli interessi privati che vi sono annessi e connessi.

Per questa economia la parola d’ordine dei poteri forti transnazionali è: consumo ad oltranza, ovvero crescita o sviluppo economico a tutti i costi in forme che naturalmente assicurino da una parte un profitto illimitato a favore del capitale e dei privati che sappiano maneggiarlo ed incrementarlo in modo spregiudicato e, dall’altra, un risparmio sempre più cospicuo sul versante del lavoro e dei lavoratori, per esempio attraverso un graduale ma sostanzioso taglio dei posti di lavoro sia nel pubblico che nel privato (tranne in quei casi in cui il mantenimento dei posti di lavoro risulti ancora funzionale ad un mantenimento o ad un aumento dei profitti già raggiunti) o attraverso una costante e irreversibile riformulazione al ribasso degli stipendi o dei guadagni salariali. Dove non può sfuggire il nesso indissolubile che si viene a creare tra questa volontà di permanente incentivazione di un consumo legato esclusivamente alla produttività e all’interesse di potenti gruppi economico-finanziari e una volontà politica altrettanto evidente di ridurre al minimo indispensabile, anche se contro ogni più elementare principio di giustizia sociale, il costo del lavoro. 

Ma, poiché nel frattempo incombe su tutti gli Stati un debito pubblico cui sembra si debba ormai tutto sacrificare, con conseguente imposizione di tasse esorbitanti e di “riforme strutturali” principalmente a carico e a danno dei cittadini meno abbienti e meno protetti, fa veramente «una certa impressione leggere i patti multilaterali, gli appelli bipartisan alla coesione nazionale in nome della crescita, invocata come se fosse la Madonna miracolosa» (Paolo Cacciari, Crescita e decrescita. Recedere dal mercato per uscire dalla crisi, in “Il Manifesto” del 7 agosto 2011). Non ci si vuol rendere conto che è proprio la crescita a produrre il debito! «Se invece dicessimo: produciamo solo quello di cui c’è davvero bisogno mirando a fare economia (in senso stretto!) e non business (la fortuna di pochi), vedremmo che staremmo tutti meglio» (La rivoluzione della mente, Intervista di S. Corradino a P. Cacciari in “Terra” del 30 ottobre 2011).

Ma non è naturalmente un caso che non ci si voglia rendere conto di questo come del fatto che l’attuale crisi economica internazionale è in realtà crisi “del modello neoliberista e monetarista”: il debito, come il rigore finanziario, come la crescita e la competitività illimitate, sono perfettamente funzionali agli interessi di pochi contro gli interessi di molti.

Dunque, per liberarci del falso mito, dell’infernale mistificazione della crescita indefinita bisogna innanzitutto potenziare le capacità critiche del pensiero e le risorse morali della volontà. Questa è condizione necessaria di una rivoluzione democratica consapevole, responsabile e partecipata che sia finalizzata non più alla crescita ma alla decrescita. Dice ancora Paolo Cacciari: la decrescita «già si vede in mille pratiche individuali e comunitarie. Si coniuga con l’“altra economia”, con l’economia soldale e sociale e con la gestione collettiva dei beni comuni, il nuovo potente paradigma che ci indica come sia possibile transitare dalla società del possesso a quella dell’essere, dalla competizione alla cooperazione, dal saccheggio alla preservazione, alla sufficienza, all’abbastanza, alla frugalità», insomma al consumo responsabile (Ivi). Se la decrescita debba partire da un netto rifiuto dei princípi dell’economia liberista o invece si possa costruire anche all’interno dello stesso libero mercato, si può discutere, ma bisogna ricordarsi che «i mercati, come le monete, esistevano prima del capitalismo e, per molti prodotti e se ben regolamentati, potrebbero continuare ad avere un ruolo positivo. Il guaio è quando profitto e accumulazione diventano la regola aurea, esclusiva e totalizzante dei rapporti sociali, quando natura e lavoro diventano meri strumenti (cosificazione e alienazione) per l’accrescimento del capitale impiegato nei cicli produttivi» (La rivoluzione della mente, cit.). In altri termini, dovremmo cominciare «ad imparare a fare quello di cui abbiamo bisogno con quello che abbiamo» (Ivi).

Contrariamente a tanti fondamentalisti dell’economia (tra cui vanno annoverati anche i vari Romano Prodi, Mario Monti, Mario Draghi, e in genere tutti i teorici italiani di un liberismo e di un monetarismo da coniugare o piuttosto da supportare con severe politiche fiscali di Stato), che continuano a parlare di crescita e di sviluppo necessari al dignitoso sostentamento di tutte le popolazioni del mondo, la realtà storica dei fatti ci dice chiaramente che il sistema economico finanziario fondato sulla crescita e schiacciato dai debiti pubblici è entrato definitivamente in crisi. Solo i ciechi non vedono che ormai «cercare di uscire dalla crisi stimolando la crescita è come cercare di rianimare un moribondo a bastonate perché la crescita non è la soluzione ma la causa della crisi», e che pertanto il problema non ulteriormente rinviabile è quello di cambiare il modello stesso dello sviluppo in modo che sia possibile passare «dalla crescita insostenibile alla decrescita felice», non dandosi più «l’alternativa fra crescita e decrescita ma fra decrescita e disastro». Il futuro delle generazioni che verranno e dell’umanità non dipende affatto dalle “riforme strutturali” che, tra gli altri, anche il presidente del consiglio Mario Monti va ossessivamente ma stoltamente pubblicizzando come vera panacea (insieme, si capisce, alla ripresa economica ovvero alla fatidica crescita) di tutti i nostri mali, ma proprio dalla consapevolezza che ci si trova ormai ad un bivio cruciale e dalle scelte che faremo.

Se non si capisce che non bisogna solo ridurre i consumi ma cambiarli e quindi cambiare come già detto il modello di sviluppo, se non si vedono i limiti oggettivi dello sviluppo e non si mette di conseguenza in discussione il tema stesso dello sviluppo per puntare risolutamente ad un’economia stazionaria o della decrescita che viene implicando la morte del capitalismo nella sua forma storica attuale, poiché un capitalismo che non cresca o a crescita zero è una contraddizione in termini, non si potrà evitare di rallentare quanto meno il disastro o la catastrofe planetaria in corso. Il passaggio ad un’economia della decrescita comporta, come ha osservato Giulietto Chiesa, l’avvio di un’enorme riconversione industriale e di un’altrettanto grande riconversione dell’organizzazione sociale che a loro volta richiedono una radicale riconsiderazione del ruolo dello Stato: «Direi che occorre pensare a uno “Stato della transizione“. Il cui compito sarà quello di “creare gradualmente le condizioni per la decrescita meno dolorosa possibile“. Il che, a sua volta, potrà (io credo dovrà) prevedere una crescita temporanea, selezionata, programmata dei settori da dove partirà la riconversione, che si accompagnerà ad una decrescita dei settori che dovranno progressivamente essere abbandonati. Ciò, a sua volta, richiederà una radicale modificazione dei meccanismi finanziari, essendo gli attuali assolutamente antagonistici a qualsivoglia idea di transizione alla decrescita. Qui l’innovazione dal basso, attraverso una finanza locale, nazionale, dovrà combinarsi con la modificazione della finanza internazionale. Chiunque capisce – anche da queste sommarie notazioni – che decrescita, transizione, occupazione ben difficilmente potranno essere risolte “in un paese solo“. Occorreranno strategie di solidarietà regionale, alleanze, misure concordate che non hanno nulla a che fare con l’attuale globalizzazione. L’intera architettura mondiale dovrà essere modificata. Io credo che il problema del lavoro assumerà in questo quadro la valenza in assoluto più grande» [G. Chiesa, Contributo (2012), nel sito “Lavoro e decrescita”].

E i cattolici che fanno o che cosa dovrebbero fare? Mi sento di condividere quanto è stato scritto al riguardo sul blog del “Movimento della Decrescita Felice di Sorrento”: «Premettendo che Cristo sia il centro della nostra fede e che questi non può essere ingabbiato o inscatolato in nessuna teoria o ideologia, laica o religiosa che sia, credo che nell’attuale momento storico i cristiani – realmente ispirati dal Vangelo e dallo stile di vita di Gesù – possono e devono assumere su di se’ il dolce carico della decrescita felice. Sono molti infatti i valori della decrescita che si sposano benissimo con quelli del vero cristianesimo. Sono innumerevoli i testi dei padri della Chiesa che descrivono ed esortano i cristiani ad essere tali con uno stile di sobrietà e di intelligenza. Alla base del vero cristianesimo c’è la figura di Gesù, dell’uomo Gesù che con la sua vita ci ha narrato Dio  ma prima ancora ci ha narrato come essere veramente uomini e donne autentici. Egli ha vissuto una vita sobria, di rispetto verso tutti e con un grande amore per la terra e la natura, tanto da elogiarla e prenderne spunto per alcune tra le sue più belle parabole. Non ha accumulato beni per sé ma ha messo tutto in comune a partire dalla sua stessa vita. Ha fatto un lavoro artigianale utile alla società da cui ricavava il necessario per vivere senza mai farne lo scopo della sua vita, tanto che fino ai 30 anni circa è stato nella casa dei suoi (bamboccione anche lui?) prendendosi cura dei suoi familiari. Ha mangiato cibo della sua terra a km zero, ha occupato il suo tempo a fare il bene e per questo ha dato fastidio ai due poteri di sempre: quello politico e quello religioso e per questo l’ha pagata cara. Ad un certo punto ha compreso che la vita è una e che va vissuta per quello che conta e quindi non ha inseguito ricchezza, potere o gloria ma ha dedicato molto del suo tempo a quello che conta: la relazione con tutti gli uomini esaltando il grande valore dell’amicizia tanto da chiamare – chi lo tradiva spudoratamente – amico. Ma prima ancora di questo ha vissuto una vita piena, bella e soprattutto felice, la cui più grande manifestazione fu quella di un vivere sano ed armonioso senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo che è alla base anche della decrescita? 

Il mettere i beni in comune e far fronte alle necessità di tutti è garanzia delle prime comunità cristiane come pratica reale e come fine a cui tendere sempre. E non è anche questo uno dei fini della decrescita applicata o applicabile in città o in piccoli gruppi in campagna? La sobrietà e il dono, caratteristiche inopinabili dei veri cristiani, non sono i biglietti da visita di chi pratica la decrescita? E non è scritto nel nuovo testamento che “c’è più gioia nel donare che nel ricevere”?».

E, nello stesso blog, si legge questo suggestivo pensiero di Maurizio Pallante: «La decrescita è elogio della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; l’attingere al sapere della tradizione; il non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; il non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; il distinguere la qualità dalla quantità; il desiderare la gioia e non il divertimento; il valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; il collaborare invece di competere; il sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio».

Alla teologia dello spreco, del facile arricchimento, della crescita a tutti i costi, i cattolici non possono non opporre la teologia della sobrietà, della ricchezza condivisa, della comunione dei beni materiali e spirituali con una socializzazione su base volontaria e cooperativa o associativa quanto più estesa ed efficiente possibile dei mezzi, dei servizi produttivi e dei relativi ricavi o guadagni, in modo che da una parte non si perdano mai di vista le concrete finalità sociali delle diverse attività produttive e dall’altra vengano coerentemente riconosciute dal punto di vista sociale le reali capacità ideative, organizzative, progettuali e produttive di tutti e di ciascuno, e concretamente soddisfatti o ristorati sia sul piano economico che morale tanto i meriti quanto i bisogni effettivi di individui e gruppi.

Ma questa ipotetica opposizione o contrapposizione cattolica rischia di essere del tutto aleatoria se i cattolici non sentono il bisogno spirituale oltre che civile e politico di esigere che il primo compito dello Stato, di ogni Stato e quindi anche dello Stato italiano, sia oggi quello di riaffermare e riconquistare la sovranità e l’autonomia minacciate da poteri forti, di natura privata ed internazionale. Non è infatti possibile ignorare come nell’attuale fase della globalizzazione sia in atto una vertiginosa presa di potere di strutture sovranazionali, internazionaliste, di natura privata, che impongono una dittatura sia pur non dichiarata sulle nazioni, svuotando di autorità le istituzioni e privando i cittadini di ogni forma reale di partecipazione e decisione nella vita pubblica e politica. Né è possibile ormai negare che l’emissione della moneta sia stata di fatto scippata alle Comunità Nazionali nel prevalente interesse di gruppi privati volti ad espropriare sulla base di trattati e leggi del tutto ambigui e ingannevoli il bene pubblico proponendo e spesso attuando privatizzazioni pilotate, tenendo per la gola da buoni usurai i cittadini, facendo delle banche (tutte rigorosamente private) sempre più degli organi di controllo e di riscossione delle tasse, distruggendo il risparmio, moltiplicando il debito e devastando lo Stato Sociale.

Ora, si chiedeva anni or sono Vittorio Messori facendo riferimento alla bella espressione latina della Chiesa “est modus in rebus”, «che fare se Cesare», che in questo caso sono le istituzioni economico-finanziarie europee ed internazionali, «supera, e di molto, il modus, cioè la misura» (“Corriere della Sera” del 20 agosto 2007)? E la risposta che dava era la stessa che continuano a dare ancora oggi milioni di persone: che se, stando a dati incontrovertibili che tutti possono empiricamente controllare, l’Europa è stata messa su per gettare nell’infelicità e nella disperazione milioni di persone e quasi per affamare intere popolazioni, tanto vale fare a meno dell’Europa o, se si vuole, di una Unione Europea che dovrebbe incarnare l’idea stessa di Europa e che invece è sempre più diffusamente percepita come un mostruoso e vorace molosso non a guardia dei beni dei cittadini ma a guardia delle plutocrazie internazionali i cui cospicui e abnormi interessi sono esattamente antitetici ai beni dei cittadini e dei popoli.

I cattolici non possono continuare ad assumere atteggiamenti attendistici, perché la crisi nel frattempo continua a mietere vittime in ogni senso in funzione di una contabilità, di bilanci nazionali ed internazionali, di “riforme strutturali”, di debiti pubblici, che nel migliore dei casi sono e restano sempre largamente meno importanti della vita delle persone, dei bisogni vitali oggettivi di comunità già particolarmente provate e talvolta di intere popolazioni. I cattolici, magari anche attraverso un nuovo partito politico, devono ripristinare un meccanismo statuale che è stato letteralmente spazzato via dalla globalizzazione, ovvero quello che consentiva una volta agli Stati-Nazione sia di esercitare concretamente il potere e quindi determinati comandi, sia di esercitare un governo politico effettivo attraverso decisioni e attraverso la capacità di orientarle in un senso o nell’altro. Poiché la globalizzazione ha portato in auge i più forti poteri presenti nel mondo scavalcando la politica, gli stessi governi nazionali non hanno più un potere effettivo e una sovranità territoriale in quanto ormai il potere è al di là dei territori e dei confini nazionali. Essi, invece e di conseguenza, come sostiene Bauman, «sono attraversati dal potere globale della finanza, delle banche, dei media, della criminalità, della mafia, del terrorismo… Ogni singolo potere si fa beffe facilmente delle regole e del diritto locali. E anche dei governi. La speculazione e i mercati sono senza un controllo, mentre assistiamo alla crisi della Grecia o della Spagna o dell’Italia…» (Globalizzazione del potere e crisi della politica. Intervista a Zygmunt Bauman, in “Il Messaggero” dell’11 settembre 2012).

Bisogna che i cattolici italiani, possibilmente insieme a quelli di altri Paesi occidentali, si muovano e si impegnino, in compagnia di soggetti di diversa fede ma ugualmente dotati di forte coscienza morale e politica, a mobilitare le masse nazionali e attraverso esse anche quelle internazionali in un’opera di profondo e radicale ripensamento collettivo della scienza economica attuale, dei suoi criteri metodologici, dei suoi parametri e dei suoi calcoli, dei suoi piani o dei suoi programmi, e naturalmente delle politiche per nulla neutrali (come pretende qualche improvvisato statista italiano) che vi sono annesse e connesse. Questo i cattolici coerenti sono chiamati oggi a fare, ben sapendo che la lotta contro le iniquità del mondo è un preciso e inderogabile dovere dei seguaci di Gesù e che è bene che questa lotta venga intrapresa il più pacificamente possibile prima che essa venga inevitabilmente dirottata sui binari di una violenza sempre più esasperata e brutale.

Abbiamo a che fare con un ordine economico profondamente antievangelico che solo i veri o falsi ciechi si possono rifiutare di riconoscere come tale e con un ordine politico totalmente ipocrita tutte le volte che da esso si levano pressanti inviti a fare pesanti sacrifici oggi per poter stare meglio domani e soprattutto per evitare che le future generazioni restino completamente orfane di futuro. La verità è che tutte le vessatorie manovre finanziarie fatte in questi ultimi tempi nel nome del bene comune, e che molti esponenti del mondo politico-finanziario vorrebbero reiterare anche nei prossimi tempi, non solo non hanno nulla da spartire con il bene comune e con veri interessi comunitari e nazionali ma hanno ancora una volta nell’individualismo privatistico più estremo e sfrontato la loro vera ragion d’essere, perché da una parte le finalità o le positive ricadute comunitarie e sociali di tali manovre sono del tutto ipotetiche se non addirittura fantasiose e dall’altra è indubbio che i soggetti e i gruppi più ricchi già prima della crisi sono quelli che anche durante e dopo la crisi siano gli unici a restare ancora una volta e sostanzialmente indenni da danni e perdite rilevanti o significativi.

Ma «l'indivi­dualismo radicale si vince in una vita di comunione e di servizio, aprendosi alla speranza di cui è carico il futuro. In tempo di crisi Bauman propone di ritornare a un'etica planetaria e alla speranza di una moralità intesa come cura per l'altro o ancora meglio “del­l'essere per l'altro”» (La felicità possibile, recensione di F. Occhetta al libro L’arte della vita di Z. Bauman in “La Civiltà Cattolica”, 2009, IV, pp. 162-167) e «consiglia di riscoprire un nuovo codice etico, quello fondato sulla stima e la fiducia, sul­l'amicizia e su relazioni corrette, su una vita sobria e solidale» (Ivi). Aggiunge poi «un elemento che ha la funzione del lievito: I legami amicali sono [...] la nostra unica "scorta" (sociale) "nelle acque turbolente" del mondo liquido-moderno» (Ivi). Il pensatore polacco «ci porta a domandarci: chi non vorrebbe la mano disponibile di una persona amica, affidabile, fedele, “che sia come l'isola per il nau­frago o l'oasi per chi si è perso nel deserto”? Sono proprio queste le ma­ni che ci occorrono, che vorremmo attorno a noi, tanto più nu­merose tanto meglio. In questo consiste l'arte della vita e la feli­cità possibile: costruirsi e accettare di farsi costruire» (Ivi).

I cattolici non possono permettere che l’uomo sia pensato in funzione dell’economia e di un’economia peraltro assai distorta e anomala e che il valore non solo spirituale ma anche economico della comunione evangelica e di una socializzazione di mezzi e beni produttivi non imposta dall’alto ma liberamente e responsabilmente promossa e controllata dal basso venga stupidamente sacrificato ai presunti valori del mercato, della concorrenza e della competitività più sfrenata. Essi si devono sforzare di tradurre la comunione liturgica e sacramentale in una comunione reale e veramente vissuta di vita, di lavoro e di mutua e fraterna assistenza, e di trasferire in modo umile e coerente le realtà sacramentali della loro fede sul piano stesso del loro impegno politico.    

Ha detto una importante intellettuale cattolica come Vera Araújo: «Per i credenti cristiani  la fonte sorgiva di questa comunione tra persone è la Trinità stessa, modello di unità, riflesso della vita intima di Dio, Uno in Tre Persone (cf enciclica Sollicitudo rei socialis n. 40). Chiara Lubich non vede questo modello astratto o lontano. Esso, per mezzo di e in Gesù, vuole e deve essere realizzato in terra fra gli uomini. Scrive infatti: “E’ la vita della Santissima Trinità che dobbiamo cercare di imitare, amandoci fra noi, con l’amore effuso dallo Spirito nei nostri cuori, come il Padre e il Figlio si amano fra loro (…). Fin dagli inizi del Movimento (dei Focolari) ci hanno folgorato le parole di Gesù nella preghiera dell’unità: ‘Come tu Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi una cosa sola’ (Gv 17, 2-21). E abbiamo capito che dovevamo amarci fino a consumarci in uno e ritrovare nell’uno la distinzione. Come Dio che, essendo Amore, è Uno e Trino” (Lectio in occasione del conferimento del dottorato honoris causa in teologia conferito dall’Università di Trnava [Slovacchia], 23.06.2003, Castelgandolfo [Roma], editrice Nové Mesto, Bratislava, p. 36). Il filosofo e teologo Klaus Hemmerle, discepolo della Lubich, sottolinea e spiega questo rapporto, questa relazione tra divinità e umanità:  “Il mio tempo si fa tempo ‘totale’ soltanto se è tempo ‘diviso’. Non nella realizzazione di un progetto fissato da me stesso per me, bensì nella disponibilità di andare verso te in maniera sempre nuova, di farmi uno con te in maniera sempre nuova, cresce in me la forma di vita che poi non è mia. Se l’essere in quanto tale è relazione e può riuscire a raggiungere l’identità permanente solo in questa relazione, allora la mia vita ha la sua unità solo nella relazionalità e nel reciproco scambio del vivere (…). Non è questione di essere assorbiti l’uno dall’altro, né di un soffocamento del dialogo nella monotonia. Io sono me stesso solo se vado oltre me, elevandomi verso il Tutto e l’Assoluto. Questo superamento del sé non è però aggiuntivo a quello che in me è il mio essere, ma anzi il mio essere si attua in me proprio nell’andare oltre me. (…) Vedere me in te, te in me e vedere tra noi quell’unica vita e quell’unico amore: questo è l’atto del nostro essere nel quale soltanto noi attuiamo la globalità della nostra vita e della nostra persona. Il ‘comandamento nuovo’ (cf Gv 13,34) e il ‘Testamento’ di Gesù (cf Gv 17,21-23), l’amore reciproco intessuto spiritualmente che ci rende capaci di diventare una cosa sola nella reciprocità come il Padre e il Figlio sono uno e proprio perché sono uno, caratterizzano non solo il nostro compito trinitario ma anche proprio il nostro essere personale, la nostra identità, l’unità in noi della nostra vita. Questa globalità si realizza non in quanto io sono uno con me stesso e successivamente intreccio relazioni, ma in quanto vado oltre me, mi faccio uno con te e in ciò mi riscopro nella relazionalità della comunione reciproca. Non dall’io al noi, ma dal noi all’io: questa è la ‘nuova via’ dello Spirito» (Convegno Umanizzare la società presso Università Cattolica di Milano, 20 febbraio 2007, intervento  riproposto anche altrove in forma parziale in data 28 agosto 2012).

Ma è molto difficile che un programma spirituale cosí impegnativo possa essere attuato in modo almeno decoroso sulla base delle voci e delle proposte fin qui emerse dall’assisi cattolica di Todi. Se si considera che le voci più “autorevoli” dell’assemblea di Todi sono state sinora quelle di Andrea Olivero (Presidente delle Acli), Raffaele Bonanni (segretario nazionale della CISL), Giancarlo Abete (presidente degli imprenditori e dei dirigenti cattolici), Ivan Lo Bello (vicepresidente della Confindustria e uomo apparentemente impegnato contro la mafia), e poi dei vari Pier Ferdinando Casini, Corrado Passera, Andrea Riccardi, si è tentati di pensare che al momento la rappresentanza cattolica non sia né ampia né variegata né particolarmente significativa ma, eccezion fatta in parte per Riccardi, abbastanza smorta e deludente, contrariamente a quel che ha sostenuto Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire” (il giornale dei vescovi italiani), che, in riferimento all’ultimo incontro di Todi, ne definiva in data 23 ottobre 2012 le proposte come “vitamine per la vera Italia”, spingendosi a parlare “di valori e idee chiare per una buona politica”.

Andando a vedere in cosa consistono quelle vitamine, quei valori e quelle idee chiare per la buona politica del domani, si legge che «c’’è l’esperienza del governo Monti e la necessità di non disperderla, ma di rilanciarla ridando centralità al lavoro, all’imprenditorialità, alla crescita, ad un nuovo welfare» (Francesco Bonini, editorialista del Sir cattolico); che «una personalità come Monti, stimato dagli italiani nonostante le pressioni per ridurne l’autorevolezza, si staglia di fronte ai populisti di destra e sinistra», come ha detto Raffaele Bonanni che, nel manifestare il suo diniego sulla opportunità di costituire un nuovo partito cattolico, si è scagliato contro tutte le forze politiche italiane responsabili a suo dire di aver «ostacolato anche il protagonismo del sociale, persino in presenza di aperture venute da Monti», cavalcando la facile e cinica onda «dei rispettivi populismi».

Ora, io penso che, se la Chiesa cattolica decidesse di affidarsi preminentemente a cattolici come Bonanni, che sarà senz’altro un buon uomo ma che ha spesso dimostrato in questi anni di avere idee sindacali e politiche oltremodo confuse e incongruenti, o a cattolici politicamente molto arretrati come Casini, Buttiglione, Passera o molto ingenui e non temprati come lo stesso Olivero, ovvero a cattolici tutti entusiasticamente folgorati dall’esperienza governativa di Mario Monti, vorrebbe dire che i cattolici non potrebbero confidare in nient’altro che in un intervento risolutore, diretto e prodigioso, dello Spirito Santo.

L’ultima perla del prof. Monti, riportata dalla stampa nazionale ed internazionale, è la seguente: «i tecnici servono alla politica perché, a differenza dei politici, i tecnici sanno che il compito dei governi non è quello di seguire ciecamente le pulsioni dei popoli» e poi: «nessuno mi ha scelto, ma devo convincere tutti…; non mi sento solo, coloro che sono stati presidenti del Consiglio prima di me non dovevano guadagnarsi tutti i giorni il consenso…Non credo possa considerarsi solo uno che, per quello che possono valere i sondaggi, sembra avere un consenso superiore a quello di cui godono i partiti che lo sostengono in Parlamento - spiega il premier - E quando incontro persone per la strada, mi sento dire quasi sempre: 'Vada avanti!'» (domenica 11 novembre 2012).

Ma noi, cattolici per fede e non per semplice educazione o tradizione, vogliamo renderci conto almeno del linguaggio ambiguo e infído di questo autorevole accademico italiano? Monti dice che i tecnici servono alla politica come se i politici in quanto tali non dovessero essere anche dei tecnici (Gramsci diceva che il politico è lo specialista+l’uomo di cultura). Ecco: forse Monti è un tecnico ma di certo non è un politico perché un tecnico o uno specialista senza cultura ovvero senza una formazione culturale integrale non può fare il politico. E dimostra infatti di non poter assolvere una funzione politica proprio nel dire ambiguamente che i governi non devono seguire ciecamente le pulsioni dei loro popoli. Domanda: ma questi governi si nominerebbero da soli, dall’alto, oppure dovrebbero continuare ad avere la loro legittimità in quella stessa volontà popolare che però potrebbe risultare anche in questo caso troppo “pulsionale”? E chi dovrebbe decidere e in che modo se o quando le istanze popolari sono giuste o sbagliate? I tecnici? I politici? Ma l’uno o l’altro non potrebbero essere a loro volta vittime di pulsioni autoritarie e meno equilibrate di quanto si vorrebbe dare ad intendere? Ma poi perché i tecnici non affrontano democraticamente il giudizio popolare, anziché presumere di essere molto quotati, e più quotati di quegli stessi partiti che sono stati artefici della loro ascesa politica, in un giudizio popolare solo virtuale (i sondaggi) che potrebbe peraltro risultare piuttosto “pulsionale”?

Non solo: Monti si preoccupa oggi, rivolgendosi a chi gli “succederà”, di auspicare la via del rigore, della crescita e persino dell’equità sociale! Egli è convinto di potersi attribuire dei meriti tra cui quello di aver rimesso in carreggiata l’economia nazionale e di aver aperto “la strada virtuosa” delle “riforme” che godrebbero del sostegno degli italiani i quali si renderebbero perfettamente conto «che in passato, non sono state fatte sempre le scelte giuste e che questi sacrifici sono necessari per creare occupazione a beneficio delle generazioni presenti e future». E’ proprio vero che alla presunzione, benché ammantata di serietà e di rigore tutti accademici, può non darsi mai limite, anche se dovesse essere vero quello che potrà essere verificato solo fra qualche tempo, e cioè che il governo Monti abbia intrapreso una guerra senza quartiere contro quegli evasori fiscali che sarebbero i veri responsabili del fatto che «i cittadini onesti debbano pagare di più». Da notare infine quel formidabile misto di ipocrisia e banalità che si trova racchiuso nella conclusiva “captatio benevolentiae” tentata da questo presidente del Consiglio cui però potrà sicuramente andare il convinto plauso di ristrette arene tecnocratico-finanziarie di tutto il mondo: egli, infatti, fingendo di essere serio, si è detto «impressionato dal senso di responsabilità di cui hanno dato prova gli italiani»!

Sino a quando i cattolici italiani non prendono coscienza del reale significato politico dell’esperienza Monti, dell’impatto disastroso che il suo governo ha avuto e avrà sulla storia economico-sociale e politico-giuridica della nostra nazione, del carattere semplicemente mistificante e liberticida di tutte quelle manovre finanziarie di rigore e risanamento richieste nel nome e nel segno di un’Europa più avida che solidale e più sensibile a logiche mercantili e monetarie di inafferrabile origine e di incerta finalità che a decorose prospettive di prosperità economica e di progresso civile, sarà perfettamente inutile ogni loro proposito di mobilitazione politica e di rinnovamento spirituale. Il Vangelo si preoccupa di dirci che i talenti non devono essere sprecati ma vanno fatti fruttare e che “i figli della luce” devono imparare ad essere “scaltri” come “i figli delle tenebre” : non però al fine di rendere alcuni più ricchi e altri più poveri e per servire Mammona piuttosto che Dio, ma per far avanzare il Regno di Dio nella storia degli uomini, che è un regno in cui la ricchezza, poca o tanta che sia, si distribuisce in modo equo ed equanime senza lasciare che alcuno versi in condizioni materiali e spirituali precarie o poco dignitose e in cui tutti, senza eccezione alcuna, vivono pensando più agli altri che a se stessi per poter elevare a Dio e non ad idoli terreni un inno di lode senza fine.