Il Vaticano senza bussola

Scritto da Angela Iazzolino. Postato in Contributi e testimonianze

 

E’ imbarazzante la continua e ambigua oscillazione del Vaticano sulla linea politica da esso assunta verso forze, partiti e movimenti già in piena bagarre elettorale. Per lungo tempo favorevole al governo Berlusconi, adesso lo Stato vaticano, scottato dagli incresciosi e conclamati avvenimenti pubblici e privati che ne avevano segnato il periodo conclusivo determinandone la fine, non ha ancora finito di dare la sua legittimazione alla discesa in campo di Mario Monti in qualità di aspirante premier del nuovo governo, che dovrà essere deciso dalle prossime ed imminenti elezioni, che già, indubbiamente ed energicamente contestato in questa sua decisione da una parte non insignificante del mondo cattolico, tenta di riaggiustare un po’ il tiro invitando i partiti in generale a non «escludere dalle loro “agende” princípi come il diritto al lavoro e la difesa dello Stato sociale», di cui piuttosto dovrebbero contrastare “l’erosione” (in “La Stampa” del 4 gennaio 2013).

Questo invito più che saggio sembra oggettivamente tardivo e ipocrita, benché formulato in buona fede da mons. Mario Toso che è il segretario del dicastero vaticano di Giustizia e Pace, giacché le gerarchie ecclesiastiche hanno sempre saputo che, per quanto riguarda in particolare l’agenda del professor Monti, il diritto al lavoro e la difesa dello Stato sociale vi figurano al più come semplici opzioni e non come princípi cardini della vita economica e sociale.

Ci si chiede come sia possibile che lo Stato vaticano, il cui sguardo politico dovrebbe poter essere pur sempre orientato dall’agenda evangelica, sia di volta in volta cosí distratto, cosí divaricato rispetto alla lineare ed intransigente chiarezza della sua agenda statutaria, e cosí facilmente preso o coinvolto da personaggi e forze politiche dall’aspetto forse rispettabile ma dai programmi di governo manifestamente ambigui se non inequivocabilmente iniqui tranne che per la difesa di alcune tematiche particolarmente care alla Chiesa e a tutti coloro che vi si riconoscono e tuttavia evangelicamente non separabili da una questione centrale quale il diritto al lavoro e ad una vita dignitosa nel quadro di un’organizzazione economica e sociale fondata su una distribuzione non aleatoriamente ma realmente equa e solidale di beni e servizi di primaria importanza, senza cui qualsivoglia attività politica si riduce ad una bieca e immorale amministrazione dell’esistente.

Come sia possibile non includere tale questione nei cosiddetti princípi non negoziabili è ciò che gran parte della Chiesa gerarchica si attarda a non spiegare chiaramente e definitivamente proprio alla luce dei santi vangeli. Come la fede cattolica non possa e non debba esigere rispetto e rispetto non meramente formale ma radicale e sostanziale per la vita anche sotto il profilo giuridico, economico e sociale, è un interrogativo cui gran parte della Chiesa gerarchica nel corso dei secoli sino ad oggi non ha mai dato risposte esaustive e rassicuranti, e anche per questo forse la giustizia di Dio tarda a realizzarsi significativamente nelle pur difficili e complesse vicende storico-umane.

Prima si dà fiducia, e reiteratamente, ad un uomo come Monti, di cui sono ben noti i trascorsi di emissario della più becera finanza internazionale, e poi, sul piano dei princípi, si invoca il rispetto del diritto al lavoro e la difesa dello Stato sociale, proprio quando è ormai chiara la direzione “burocratico-rigorista”, autoritaria e antipopolare, nonché falsamente modernizzatrice ed efficientistica, lungo la quale il cattolico bocconiano si prepara, pur senza aver fatto ancora i conti con le possibili “dure repliche della storia”, a governare per altri cinque anni! Un cattolico sincero e leale può onestamente ritenere “illuminata” la sua Chiesa alla luce di  comportamenti cosí equivoci e contraddittori? Ma non sarebbe molto più opportuno continuare a predicare rigorosamente il vangelo senza preoccuparsi di dare legittimazioni morali a destra o a manca e lasciando che le dinamiche politiche italiane facciano autonomamente il loro corso?

Non è che la Chiesa debba disinteressarsi alla dimensione politica della vita associata. Tutt’altro, ma le vie che a questo scopo essa è chiamata a percorrere dovrebbero essere altre, più coraggiose e alternative rispetto a quelle di tutti i moderatismi e progressismi politico-partitici di questo paese che altro non sono che coperture nominali di programmi politici volti a non alterare più di tanto determinati equilibri o assetti di potere politico e finanziario e a non cambiare praticamente nulla di tutte le cose che andrebbero decisamente cambiate. Quali vie? Innanzitutto quella che prevede un attento ascolto delle voci più fedeli ed attendibili ad un tempo del mondo e della cultura cattolici, poi quella di favorire l’incontro periodico di soggetti cattolici fedeli e capaci di interpretare e vivere coerentemente la politica alla luce del vangelo e non di “silenziare” i valori evangelici nel nome o nel segno di un malinteso realismo politico, infine quella  di sollecitare vigorosamente il popolo cattolico ad assumere nella quotidianità un modo di pensare e di vivere molto più rispondente a quei princípi di “diritto” e di “giustizia” cosí cari a Dio.   

In questo senso, anche l’esortazione del cardinale Bagnasco acché l’imminente campagna elettorale sia “costruttiva e rispettosa delle diverse posizioni”, suona davvero strana e singolare, perché noi cattolici dovremmo piuttosto preoccuparci di esortare i vari gruppi politici, e alcuni di essi in particolare, a proporre politiche realmente costruttive e rispettose di fondamentali e prioritarie istanze popolari. Per esempio, un bel richiamo al professor Riccardi sarebbe quanto mai opportuno: come si può pensare di poter lavorare nel segno del comunitarismo cristiano insieme al signor Montezemolo che è unicamente preoccupato di fare quattrini pur dedicando di tanto in tanto il suo tempo a qualche opera di beneficienza?

Tutto ciò premesso, non sussiste alcun motivo per cui i cattolici non debbano condividere le dichiarazioni di mons. Toso: le “politiche dello sviluppo”, di quale sviluppo peraltro è da stabilire, non devono essere contrapposte alle “politiche sociali”; i partiti devono avere come punti di riferimento non solo i doveri ma anche i diritti dell’uomo e del cittadino se vogliono davvero perseguire il bene comune o “bene umano integrale” che è poi l’orizzonte entro cui il cosiddetto “riformismo” può trovare la sua unica giustificazione; di conseguenza, il lavoro deve continuare ad essere considerato come “un bene fondamentale” e non può costituire un semplice optional secondo quanto sembra potersi dedurre dalla teoria e dalla pratica di quel capitalismo finanziario che oggi vorrebbe affamare interi popoli; senza diritti sociali “non sono fruibili gli stessi diritti civili e politici”, né è pensabile che la linea del “rigore” comporti delle tassazioni oltremodo penalizzanti in campi sociali cruciali e indispensabili per la stessa ricchezza nazionale come la ricerca, l’innovazione, la sanità o lo studio in genere (Ivi).

Ancora più motivati i cattolici dovranno sentirsi probabilmente nel condividere le preoccupazioni espresse da monsignor Vinicio Albanesi, fondatore della Comunità di Capodarco (Roma), secondo il quale «in questa campagna elettorale “i partiti parlano solo di temi che riguardano categorie sociali già tutelate quali sono in fondo, ad esempio, anche gli esodati. Ci sono, invece, milioni di persone `senza voce´ la cui esistenza è diventata drammatica”. I programmi dei partiti, “sia a destra che a sinistra…parlano di lavoro ma non della povertà che attanaglia le famiglie. Di ripresa, in termini complessivi, mentre ormai da tempo c’è chi vive solo grazie alle mense Caritas”. Anche i vescovi, ha aggiunto il sacerdote, “sembrano non vedere la drammaticità della situazione che, se è pesante per la classe media, è al limite della sopravvivenza per i più deboli”. Intanto, “la forbice tra ricchi e poveri si allarga”, e “non affrontare le disparità significa lasciare alla deriva la maggior parte della popolazione”» (Ivi).   

Si può forse eccepire, si può forse dissentire? Ma intanto la Chiesa (e quindi noi tutti che ne facciamo parte e siamo Chiesa) si sforzi di assumere posizioni più lineari e coerenti con il mandato divino che ha ricevuto e di navigare nella storia degli uomini in conformità alle indicazioni pur scomode della bussola evangelica.