Sacerdozio celibatario con o senza sacerdozio uxorato?

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Esce il libro di don Arturo Cattaneo sull’annosa questione del celibato come condizione necessaria o come semplice condizione opzionale del sacerdozio (Preti sposati?, Elledici, 2011) e naturalmente uomini della gerarchia ecclesiastica ne approfittano per dire che anche questa ricerca è una ennesima dimostrazione di come il sacerdozio fondato sul celibato non sia una scelta arbitraria della Chiesa ma sia riconducibile alla volontà stessa di nostro Signore Gesù Cristo, mentre il sacerdozio uxorato, per quanto praticato in alcune chiese sorelle della Chiesa cattolica, sia un semplice surrogato del primo (J. Flynn, Celibato e sacerdozio, in “Zenit” del 28 gennaio 2013). Ho usato l’avverbio “naturalmente”, perché non c’è dubbio che, al di là di talune concessioni puramente verbali e “diplomatiche” che talvolta ci si sente fare da parte di presbiteri di ogni ordine e grado (in fondo, si sente dire, siamo tutti sacerdoti), quella di un sacerdozio non necessariamente basato sul celibato resta una questione oltremodo spinosa per molti uomini di Chiesa destando in essi non di rado una preoccupata insofferenza che deriva non tanto da ragioni di ordine teologico e spirituale quanto da motivazioni squisitamente psicologiche ed umane.

La teologia non può non essere scomodata, ovviamente, per una questione di tale natura ma, alla fine del primo decennio del terzo millennio, è senz’altro possibile sostenere che questa idea del celibato sacerdotale o del sacerdozio celibatario continua ad essere puntigliosamente agitata dalla Chiesa, nel bel mezzo delle sempre più numerose e pressanti sollecitazioni evangeliche e pastorali cui essa viene sottoposta, più come una bandiera propagandistica a difesa di ben consolidate e orgogliose prerogative ecclesiastiche che non come una fondata e oggettiva discriminante per l’espletamento di una sana o corretta attività sacerdotale. Noi cattolici, beninteso, saremo sempre obbedienti e disciplinati anche su questioni non dogmatiche, come quella qui in discussione, su cui all’interno della Chiesa sussistano legittimamente diverse sensibilità, ma ci sentiremo sempre evangelicamente liberi di esprimere con franchezza e rigore argomentativo il nostro punto di vista.

Come già sostenuto in altri articoli sullo stesso tema, qui non si tratta di mettere in discussione il significato spirituale e il valore evangelico-sacramentale del celibato sacerdotale, ma più semplicemente di mostrare, vangeli e tradizione ecclesiastica del primo millennio alla mano unitamente alla prassi dei primi tre o quattro secoli di cristianesimo, che, lungi dal voler appannare lo speciale senso caritativo e sacrificale di un presbiterato fondato sul celibato non disgiunto da un’effettiva astensione da pratiche sessuali di qualsivoglia natura, non esiste valido divieto al sacerdozio per chiunque, avvertendo soggettivamente la chiamata del Signore e illustrando in modo congruo ad autorevoli esponenti della Chiesa le modalità di tale chiamata, desideri e chieda di essere ordinato sacerdote anche se sposato con figli.

Non voler capire questo significa proprio non avere né il desiderio né la volontà di aprirsi alla verità dello Spirito. Il vicario per eccellenza di Cristo, cioè san Pietro, era o non era sposato, aveva o non aveva una figlia? Guarda caso, nostro Signore fonda la sua Chiesa su Pietro, un uomo sposato, un uomo che verosimilmente aveva sperimentato le delizie e i tormenti della carne, senza rendersi conto che in questo modo avrebbe rischiato di incrinare il valore del celibato ai fini della missione sacerdotale dei suoi futuri seguaci! In realtà, Gesù non ha mai detto che un apostolo non dovesse aver mai conosciuto il vincolo matrimoniale ma che, quale che fosse lo stato di vita, un uomo desideroso di seguirlo e di operare in vista del regno dei cieli dovesse rinunciare a tutto: se ancora celibe, ad averi, ad affetti particolari, all’esercizio della sessualità e quindi anche al matrimonio e ad una famiglia; se sposato, alla moglie e ai rapporti sessuali con lei, ai figli, alla casa, non per rinnegare tutto questo ma per consacrare interamente se stesso al Signore e ai gravosi compiti che inevitabilmente ne sarebbero derivati.

Quindi è inutile, a mio avviso, che il cardinale Piacenza, attuale prefetto della Congregazione per il Clero, continui a dire, arzigogolando non poco, che, siccome Gesù ha trasmesso la vita non attraverso la generazione fisica ma spirituale, allora «il celibato di coloro che seguono Gesù nel sacerdozio deve essere compreso nella prospettiva della sua trasmissione spirituale della vita eterna» (Ivi), come se, questo è l’implicito senso di un siffatto ragionamento, chi abbia generato fisicamente non possa più condividere la condizione esistenziale e sacerdotale di Gesù e non possa più concorrere a trasmettere spiritualmente la vita eterna. Ma dove sta scritta una cosa del genere? E, per tanti altri motivi su cui non intendo impietosamente soffermarmi, come la si può ancora sostenere, mi perdoni Piacenza, in perfetta buona fede?

La cosa più singolare è che Piacenza, pur sapendo bene che in passato, cioè nel primo millennio, diaconi preti e vescovi spesso erano sposati ma che correva loro l’obbligo, subito dopo essere stati ordinati sacerdoti, di astenersi rigorosamente da rapporti carnali, non riesce poi ad essere consequenziale e a riconoscere che pertanto anche un uomo sposato può accedere legittimamente allo stato sacerdotale.

Sarà certamente vero che, a partire da un determinato momento storico, la Chiesa avrà avuto buone ragioni per disciplinare diversamente il sacramento del sacerdozio e le condizioni di esercitabilità del ministero sacerdotale; non si dica però che «nel tempo la Chiesa ha compreso che la castità per i chierici sposati era problematica per via della sacramentalità del matrimonio, pertanto durante il Medio Evo si arrivò alla decisione che gli aspiranti sacerdoti dovessero essere celibi» (Ivi), sia perché non è vero che, come ogni discreto cultore di storia ha appreso dai libri, questo sarebbe stato il principale motivo della riforma ecclesiastica del sacerdozio, e sia perché qui si muove dal falso assunto che la sacramentalità del matrimonio sia incompatibile con la libera e comune volontà dei coniugi di astenersi dai rapporti sessuali per offrire una parte della propria esistenza terrena interamente a Dio e alla costruzione del suo regno. E’ anzi auspicabile, già per motivi di semplice vivibilità e di normale igiene spirituale, che il matrimonio non sia concepito come una specie di contratto fondato sull’assoluto dovere coniugale di praticare l’amplesso e il coito per tutta la vita. O mi sbaglio?

Peraltro, nessuna mente sana può pensare che il celibato in quanto tale sia “innaturale” e “causa della crisi del sacerdozio”, anche se sarebbe ora che le gerarchie ecclesiastiche cominciassero a chiedersi seriamente quanti siano, tra tutti quei celibi che vengono ordinati sacerdoti, coloro che si trovino nella reale condizione psicologica, morale, relazionale, culturale e spirituale, di assolvere dignitosamente la funzione sacerdotale medesima, e se non sia giunto il tempo di individuare criteri più attendibili e possibilmente meno “canonici” e al tempo stesso meno discrezionali di selezione del “personale del clero” in modo da restituire dignità ad un sacramento e ad una missione spirituale sempre più pericolosamente minacciati da improvvisazione, pressapochismo, ostentazione, e da una accentuata cura burocratica della propria identità sacerdotale.

In questo senso, anche l’apertura della Chiesa alla possibilità che uomini sposati, già anziani e forse anche più maturi di tanti giovinetti ancora soggetti a ricorrenti crisi di crescita, nonché dotati di qualità umane e competenze professionali e/o teologiche apprezzabili oltre che di una sicura vocazione sacerdotale, possano prima o poi accedere al presbiterato, potrebbe senz’altro giovare alla rivitalizzazione della tradizione ecclesiastica e della stessa spiritualità cattolica e costituire una delle buone notizie del terzo millennio nel quadro dell’universale e perenne buona notizia evangelica. Perché, tra l’altro, non si può eludere questa domanda: a nostro Signore Gesù Cristo è più gradito un sacerdozio celibatario ma impuro o spiritualmente fiacco oppure un sacerdozio non celibatario ma casto e spiritualmente fecondo?