L'amore tra eros, filía e caritas

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

L’amore come Eros è l’amore istintuale, è l’amore passionale o di desiderio che punta al possesso dell’altro o dell’altra. In questa forma di amore prevale l’ego con le sue pulsioni sessuali, con la sua sensualità, con la sua spinta narcisistica a soddisfare in senso fisico e psichico la propria libido. Qui, l’amore come filía o amicizia, ovvero come relazione disinteressata e cordiale con l’altro, come relazione umana fatta di accoglienza e disponibilità, di affettuosità non intenzionalmente finalizzata a scopi sessuali, non deve essere necessariamente assente ma la sua eventuale presenza è certamente subordinata all’amore erotico e sessuale. Anche l’amore come agàpe o carità, come amore spiritualizzato verso Dio e verso il prossimo, come sacrificio o spirito di rinuncia e di servizio a favore di Dio e degli altri, può forse nascere o stabilirsi in qualche modo nel quadro di un sentimento o un rapporto fortemente amoroso e passionale, in quanto non si può escludere apriori che persino la più struggente e coinvolgente storia erotica d’amore veicoli in realtà un sentimento altrettanto grande di amicizia e di amore caritatevole sino al sacrificio del tutto volontario per il bene dell’altro.

Tuttavia, se nell’amore erotico possono darsi in via del tutto ipotetica diverse possibilità di coesistenza almeno parziale tra eros, filía e caritas, anche nell’amore filiaco o di amicizia un impulso erotico seppur contenuto può agire perché uomo e donna costituiscono una realtà psichico-corporea talmente complessa che non è sempre facile tracciare, persino in soggetti dotati di grande integrità morale, una netta e invalicabile linea di demarcazione tra affetto sprituale e affetto sensibile, tra stima intellettuale e una qualche forma di attrazione sessuale.

Lo stesso discorso può essere fatto per quanto riguarda l’amore come carità, come immolazione della propria vita per fedeltà alla volontà divina e al servizio verso il prossimo, perché a questo livello la componente libidica, che è sempre presente sia pure con modalità e gradi diversi di intensità in ognuno di noi e in ogni fase della nostra vita, anziché essere rivolta a soddisfare pulsioni prettamente sessuali viene indirizzata verso il soddisfacimento di esigenze spirituali altrettanto potenti ma consistenti non più in un darsi per avere o per ricevere ma esclusivamente in un darsi totalmente disinteressato per l’altro o per l’altra.

Dunque, eros, filía e agàpe, sono molto più intrecciate e interdipendenti di quanto generalmente si è portati a pensare, anche se è indubbio che tutti o molti riescano a vivere la dimensione della sessualità-sensualità caratterizzata da un egoistico voler possedere (ma la volontà di possesso, nell’uomo e nella donna, non sono prerogativa esclusiva della loro sessualità), pochi riescono ad instaurare liberi rapporti di amicizia senza chiedere nulla in cambio che non sia il rispetto della stessa amicizia non fraintesa, mentre è molto più difficile o sempre più raro trovare chi viva coerentemente e senza astute e mistificanti razionalizzazioni la carità nella propria vita. L’amore umano è e resta sempre un amore sessuato, che viene o può venire tuttavia articolandosi in forme in cui la sessualità appaia sublimata sino a fare tutt’uno con l’altruismo più generoso e con la più incondizionata abnegazione.

Se Dio ha creato il piacere è perché il piacere è buono e ha un senso: sta alla nostra libertà creaturale usarne, come al solito, nel modo migliore. Se eros rimane separato da agàpe o se si esercita attraverso un sostanziale disconoscimento di agàpe, il suo senso è nullo o estremamente ridotto, mentre filía e agàpe hanno la loro ragion d’essere nel fatto che vengano esercitandosi senza esplicito o voluto godimento sessuale, che anzi risulta completamente "rimosso", pur essendo mosse dalla stessa energia libidica originaria che è alla base dell’attrazione sessuale ma le cui finalità travalicano i limiti dell’attività fisico-biologica e sono tutt’uno con le realtà eminentemente spirituali della fede religiosa.

Pertanto, non è possibile parlare dell’eros, della filía e della caritas come parti a sé stanti della persona, come componenti separate della spiritualità umana, giacché al contrario esse sono aspetti o manifestazioni ugualmente importanti e significative della nostra affettività e manifestazioni tra cui intercorre un nesso, un legame, un rapporto "dialettico" dall’inizio alla fine della vita, alla cui luce sia l’elemento erotico, sia quelli filiaco e agapico, in una ordinata e dinamica vita spirituale vengono mutando e arricchendosi qualitativamente per mezzo del loro continuo e fecondo intersecarsi. In una vita di amicizia e di carità, l’eros non deve essere soppresso ma semplicemente canalizzato in forme diverse da quella della pura pulsione fisica.

In questo senso, non c’è un uomo di carne separato da un uomo di spirito, non c’è un corpo separato dall’anima, ma l’uomo spirituale è nell’uomo carnale anche se non ridotto all’uomo carnale e l’anima non è altro dal corpo ma è il corpo stesso ovvero espressione determinata del corpo e di quella specifica e determinata corporeità che è la corporeità di ogni singola creatura. Per cui si può ben dire che l’uomo è tutto biologico, tutto psichico, tutto spirituale, tutto sacro, in una normale e non in una abnorme fenomenologia della processualità esistenziale.

L’amore di amicizia come quello che intercorre tra la Maddalena e Gesù, tra la donna che pratica un massaggio quasi erotico a Gesù strofinandogli i piedi con un prezioso unguento e poi asciugandoglieli con i propri lunghissimi capelli, oppure tra Gesù e Maria che lo guarda e lo contempla affascinata provocando la gelosa e tipicamente femminile rimostranza della sorella Marta, non è un amore disincarnato pur essendo un amore orientato verso Dio, ma un amore in cui non si può non scorgere un afflato amoroso e decisamente carnale.

Dio stesso è contemporaneamente eros, filía e caritas: nella bibbia Dio è ora un amante geloso, ora un amico fidato, ora un Padre misericordioso e giusto, ora un Figlio capace di una carità cosí grande da sacrificare se stesso ovvero la sua stessa carne e l’anima che la esprime sopra una croce. Dio è tutto questo sempre in quella potente e appassionata relazione d'amore che è lo Spirito Santo, capace anche di accendere lo stesso spirito dell'uomo di sentimenti particolarmente ispirati e di sollecitarlo ad azioni oltremodo virtuose e gradite a Dio.  Quando nel vangelo giovanneo si legge di un Dio-Amore, questo significa: che Dio è amore in quanto eros, in quanto amicizia, in quanto carità, in sostanza un Dio il cui amore infinito si manifesta nella varietà delle sue forme e nella ricchezza della sua sapiente, saggia e vitale spiritualità.

L’uomo, in quanto carnalità, è anche discernimento e volontà. E la qualità della sua esistenza come della sua vita spirituale dipende perciò dalla sua capacità di discernere e di volere il bene, per cui la qualità della sua vita dovrà essere valutata a partire dal cuore. Dio guarda il cuore, che è la sede delle tre dimensioni di cui si è sin qui trattato: le emozioni e gli impulsi; i sentimenti e gli affetti; le decisioni libere responsabili e disinteressate. Dal cuore, in quanto realtà comprendente queste tre dimensioni, esce il bene e il male, e in esso è possibile ospitare Satana o Dio. Ma, bisogna ribadire, l’amore proviene da tutto il cuore, non da una parte di esso o da un cuore monco. Gesù ha portato ad una inimmaginabile perfezione l’eros-filía-agàpe: «Il Logos, la ragione primordiale, è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore. In questo modo l’eros è nobilitato al massimo, ma contemporaneamente cosí purificato da fondersi con l’agàpe».