Mormorazione e parresía

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Gesù disse ai suoi conterranei “Io sono il pane disceso dal cielo” ed essi, che lo conoscevano o pensavano di conoscerlo da quando era nato, cosí come ne conoscevano il padre e la madre, trovarono assurda e sacrilega questa affermazione. Come si permette questo tizio, che ha sempre vissuto tra noi e come uno di noi, di avanzare una simile pretesa: di venire dal cielo, di essere il Figlio di Dio Padre, di essere il pane della vita? Come si permette di parlare con tanta presunzione e tracotanza a noi altri che conosciamo le scritture e pratichiamo in tutto e per tutto la religiosità dei nostri padri, che ci sforziamo ogni giorno di rappresentare e onorare Dio quanto più correttamente possibile? In questo modo mormoravano i giudei che ascoltavano Gesù e forse anche qualcuno dei suoi discepoli.

Questa è la forma più grave di mormorazione contro Dio e consiste proprio nel non saper riconoscere la sua vera presenza tra gli uomini, pur disponendo di una cultura religiosa certamente ricca di nozioni, di definizioni circa la natura e il manifestarsi della divinità nella vita e nella storia degli uomini, di rispetto adorante per i comandamenti di Dio, ma incapace di vera sensibilità spirituale perché sostanzialmente ignara degli effettivi piani di Dio e della sua volontà più profonda, suscettibili di essere conosciuti o almeno intuiti solo da coloro che sono inondati dell’infinita grazia misericordiosa del Padre.  

Il Padre manda il proprio Figlio sulla terra e quei sapientoni, quei grandi teologi che lo ascoltano, dimostrano, con le loro mormorazioni, di non aver ancora capito chi è Dio, cosa vuole veramente Dio, in che cosa consiste esattamente la salvezza di Dio. Sono cosí orgogliosamente attaccati alla loro presunta scienza teologica che, quando Dio nella persona in carne ed ossa del Figlio è dinanzi a loro, essi non possono fare altro che mormorare, ostentando la loro inconsapevole incredulità e la loro lontananza da Dio stesso. 

Anche molti di noi, inavvertitamente, si trovano oggi a scontare questo grave limite: crediamo in Dio, parliamo di lui, ci convinciamo di operare in suo nome e per suo conto e di amare secondo i suoi insegnamenti, nella presunzione di aver capito ormai tutto di quest’ultimi e soprattutto non ritenendo probabile che egli possa apparirci realmente da un momento all’altro, in carne ed ossa, parlarci dal vivo, in prima persona, per indicarci di nuovo quella “via” che, nonostante tutte le nostre pratiche religiose e devozionali, non siamo riusciti ancora ad intraprendere o a percorrere perfettamente. Crediamo in Dio ma non lo sentiamo, crediamo in Dio e diciamo di attendere la sua venuta o il suo ritorno ma lo attendiamo in modo astratto, quasi non fossimo emozionalmente e spiritualmente convinti di poterlo vedere apparire davanti a noi nel corso stesso della nostra vita.  

Siamo credenti per abitudine o per una sorta di scrupolo psicologico e pseudoreligioso più che per convinzione e per un genuino e appassionato trasporto spirituale, siamo credenti più per un bisogno di natura consolatoria che per la certezza esistenziale di una reale presenza divina hic et nunc salvificamente preposta a garantirci, passo dopo passo, errore dopo errore, peccato dopo peccato, pentimento dopo pentimento, in un processo di perenne e sofferta conversione, non già l’immortalità in questa vita ma l’immortalità e una felicità illimitata attraverso e dopo questa vita.  

Noi spesso, al pari dei giudei di allora, non siamo preparati a vedere “la gloria dell’Unigenito” nella “carne” dell’uomo Gesù e nella “carne” degli uomini in cui Gesù nel corso del tempo continua a manifestare se stesso; noi spesso percepiamo il Signore più nel suo stato di splendore e di potenza che in quello comune in cui ognuno di noi si trova o può trovarsi, dimenticando che la potenza e la gloria di Cristo non sono disgiunte dalla condizione di impotenza e di morte cui egli stesso dovette sottoporsi.

Se percepissimo il Signore come presente e vicino a noi, a me, a te, non solo in senso spirituale e liturgico-sacramentale ma in senso reale seppur nella sua invisibilità e in senso esistenziale seppur nella sua apparentemente muta alterità ontologica, la nostra fede sarebbe fondata sulla roccia non in quanto indifferente alla oggettiva e drammatica problematicità della vita e del mondo ma in quanto capace di attraversarla e affrontarla con il massimo possibile di intelligenza e sensibilità morale e senza sottrarsi ai duri contraccolpi psicologici e spirituali che ne conseguano e alle lacerazioni conflittuali inevitabilmente insorgenti nella propria interiorità.

Ma, per quanto si senta spesso ripetere dai pulpiti che Cristo non è venuto a portare la pace bensí la spada, e quindi la contraddizione e dunque il conflitto sia nei rapporti interpersonali sia innanzitutto nella vita di ognuno di noi, i cristiani, i cattolici rifuggono generalmente dall’idea che dove c’è fede possa o debba esserci anche spazio per una qualche forma di conflittualità: non ha forse detto Gesù “vi lascio la pace, vi do la mia pace”? La nostra fede non deve avere pertanto la funzione di renderci sereni, tranquilli, fiduciosi, qualunque cosa avvenga fuori di noi, solo evitando di fare il male e cercando di compiere il bene?

Qui nasce uno dei più clamorosi e non innocenti equivoci della spiritualità cattolica che forse non si farà mai abbastanza per dissolvere. Perché la fede in Cristo deve certo generare la pace interiore, a condizione però che ci si ricordi che tale pace non è per l’appunto una pace genericamente intesa ma la pace di Cristo, di colui che è venuto a portare non la serenità, la tranquillità, la buona coscienza di coloro che sono puntualmente dediti alle pratiche religiose o che assolvono i propri compiti religiosi in modo apparentemente ineccepibile, ma il senso del conflitto interiore, del contrasto interno alla coscienza morale, la necessità di una dura e costante lotta spirituale contro errori e peccati che tendono a riprodursi subdolamente persino nelle coscienze più attente ed esercitate, contro quello stesso modo abitudinario e approssimativo di evitare il male o di compiere il bene che ci fa forse sentire in pace ma non ci consente di essere in pace.

La pace di Cristo non è una pace a buon mercato, non è una pace per chi si sforza di vivere da persona rispettabile e stimata da tutti o da tutti coloro che “contano” o che possono essere utili, ma è una pace che impone di mettere in discussione persino le certezze più consolidate della nostra esistenza, che ci costringe a chiederci con santa inquietudine: “ma quello che sto facendo è veramente il bene gradito al Signore, e quello che sto evitando è un male effettivo, un male che coincide veramente con ciò che insidia realmente e gravemente la mia integrità, oppure è solo un male di comodo, un male tutto sommato non troppo difficile da eliminare, un male forse oggettivo ma ancora marginale rispetto al male contro cui dovrei lottare”?

Non bisogna essere teologi per capire ciò. Se credessimo in un Cristo vivente, ancora e sempre realmente qui, vicino a noi e ad ognuno di noi, non potremmo evitare di sentirci in conflitto con noi stessi, perché non potremmo evitare di cercare il suo sguardo, non il suo sguardo metaforico ma il suo sguardo fisico e reale, per capire se e fino a che punto stiamo evitando il male, se e fino a che punto stiamo facendo il bene. Dove, proprio dalla capacità o almeno dalla volontà di risolvere non una volta ma sempre questa intima e permanente conflittualità dipende il nostro sentirci o non sentirci in pace con Cristo e quindi con se stessi e infine con gli altri, ovvero la qualità stessa della nostra fede e della nostra testimonianza cristiana

Invece, poiché noi crediamo generalmente per motivi consolatori o per convincerci di essere quel che proprio non sappiamo e non vogliamo essere oppure per una questione di semplice rispettabilità sociale, spesso non siamo in grado di sottoporre noi stessi ad una interrogazione stringente ed efficace che ci consenta di cambiare in meglio almeno qualcuna delle peggiori abitudini della nostra vita. Quante volte accade che un prete si chieda: ma io sono veramente umile o mi sono solo abituato a pensarlo per l’abito che porto (ammesso che si tratti dell’abito talare)? Quante volte accade che una signora cui sia stato consentito, a ragione o a torto, di amministrare i sacramenti, si renda conto che non può fumare quindici o venti minuti prima della celebrazione eucaristica e non può disinvoltamente indossare gli occhiali da sole o abiti scollati proprio mentre porge ai fedeli l’ostia consacrata? Quante volte ognuno di noi è capace di valorizzare le persone migliori anche se difficilmente abbordabili e di evitare le persone peggiori anche se facilmente abbordabili? Quante volte si è onestamente capaci di riconoscere che l’aborto o il divorzio sono delitti e peccati gravissimi contro Dio oltre che contro gli uomini non in quanto sono peccati che non ci sia mai capitato di commettere ma proprio avendoli commessi e forse più di una volta? Quante volte ci crediamo giusti senza esserlo o disperiamo della grazia divina per poter essere veramente tali?

Le domande conflittuali che i cattolici dovrebbero rivolgersi nel corso della loro vita sono innumerevoli e spiritualmente necessarie, non opzionali, perché la pace di Cristo non esclude ma presuppone il conflitto,  la divisione interiore, la crisi psicologica, il combattimento morale contro tutto ciò che ci allontana molto o poco dalla verità e dalla giustizia di Dio e dal senso più profondo e meno scontato dell’umano. Uno che Dio non solo lo pensa e lo prega ma lo sente e lo vive al di là (al di là non a prescindere o a dispetto) delle festività religiose tradizionali, dei riti, delle celebrazioni liturgiche, degli atti sacramentali, dell’ortodossia dottrinaria, delle preghiere canoniche, delle prescrizioni teologiche non può, sia pure nel quadro di una serenità spirituale derivante dalla capacità di confidare sempre e comunque nella misericordia di Dio, non sottoporsi ad una vigile e rigorosa interrogazione della coscienza specialmente in relazione ai punti più dolenti o vulnerabili della propria condotta di vita.

Chi, in perfetta salute fisica e mentale, cerca ostinatamente un contatto non fittizio o non illusorio con Dio, sa bene che Dio ci parla sempre, senza soluzione di continuità, nei modi e nelle forme più inattese e imprevedibili, per mezzo di segni a volte prodigiosi, a volte semplici ma significativi, facendoci spesso giungere i suoi consigli, i suoi avvertimenti o i suoi moniti, nei momenti più belli e in quelli più brutti e angoscianti della nostra vita, anche attraverso la testimonianza di persone socialmente e istituzionalmente ininfluenti, marginali e persino sconosciute.

Ma quante volte lo ascoltiamo realmente, quante volte gli obbediamo ovvero facciamo quello che lui ci suggerisce di fare avendolo davanti a noi (ob-audire, cioè ascoltare avendo di fronte) sia talvolta direttamente sia molto più spesso indirettamente attraverso i nostri simili? Quante volte insomma crediamo in Dio con tutta la nostra mente, la nostra anima, le nostre forze, e non superficialmente, parzialmente, ambiguamente, formalisticamente, scaramanticamente, ipocritamente?

Più siamo lontani da Cristo, pur essendogli nominalmente e pubblicamente vicini, più siamo soggetti alla mormorazione. Alla mormorazione, si badi, e non alla giusta e doverosa critica prevista dal vangelo. La mormorazione è una cosa, il rimprovero leale e fraterno, e persino, se necessario, la critica pubblica esercitata in uno spirito di verità e di carità o di giustizia, sono una cosa diversa. Tutte le volte che crediamo di poter essere istruiti sulla Parola di Dio, sul senso della divinità, sullo spirito di verità, sulla ricerca della giustizia divina, semplicemente in chiesa o in qualificate sedi teologiche, e non anche in altri luoghi ed ambiti meno riconosciuti da un punto di vista istituzionale e per mezzo di persone non ufficialmente preposte alla predicazione e al servizio della fede, noi siamo portati a mormorare come quei giudei che continuavano a vedere Dio solo nel loro passato, nei loro studi, nelle loro tradizioni e consuetudini religiose, e diciamo pure nei loro discutibili schemi mentali, essendo incapaci di scorgerlo in quel Gesù, in quella persona storicamente determinata, cosí normale ma cosí sorprendente, che al loro cospetto andava annunziando e rivendicando la sua origine divina ed esprimendo una volontà divina di cose inedite ed originali?

Lo schema della mormorazione contro Dio si riflette in modo ancor più accentuato nello schema della mormorazione contro gli uomini. Solo per esemplificare, quanti presbiteri, al pari dei giudei di allora, anche oggi sono scioccamente gelosi del loro ruolo sino al punto di sottrarsi a qualsiasi confronto con laici ben preparati e religiosamente ispirati? Quanti laici credenti, d’altra parte, non fanno altro che sparare a zero sugli uomini di Chiesa nel nome di una malintesa “libertà” e “fedeltà” evangelica? Quante volte sentiamo dire ai preti: quello ci vuole parlare di Dio, pretende di essere un profeta, di correggere i nostri presunti errori di pensiero e di comportamento, senza avere una laurea in teologia o almeno uno straccio di diploma in scienze religiose, senza avere alte frequentazioni con vescovi, cardinali o teologi di chiara fama! Quante volte, per contro, in ambienti laici si viene criticando stupidamente la struttura gerarchica della Chiesa come se fosse in se stessa qualcosa di demoniaco o recriminando in modo indiscriminato contro il potere dei preti? E quanti di noi prestano ascolto a questo o a quel luminare del sacro più per la funzione che assolve che non per il rigore e l’autorevolezza di quello che dice e che fa?

Gli insegnamenti di Dio, le verità evangeliche, il senso della sua presenza nella vita e nella storia degli uomini, non sono mai ovvi, scontati, acquisiti una volta per sempre, ma, per quanto antichi e stabili nel tempo, sono sempre nuovi, inediti, sorprendenti, perché la loro profondità pur “rivelata” è infinita e si presta ad essere evidenziata e chiarita continuamente da spiriti forti della grazia divina e, per grazia divina, particolarmente desiderosi e capaci di approdare a intuizioni e a risultati spirituali conseguiti e vissuti con l’umile volontà di rendere grazie al Signore e di operare ad majorem gloriam Dei. Quando mormoriamo contro questi spiriti luminosi e prescelti da Dio, anche se spesso disistimati e operanti in una condizione di marginalità ecclesiale, noi in realtà mormoriamo contro lo Spirito Santo e contro i doni che esso viene misteriosamente elargendo a questa o a quella comunità di fedeli. Questo è il senso della mormorazione deprecata già nell’antico e nel nuovo testamento: l’incapacità di riconoscere, in mezzo a coloro che costituiscono una comunità parrocchiale, diocesana, ecclesiale di qualsivoglia entità, chi è migliore di noi, chi è più preparato e più giusto di noi, chi è più illuminato e più santo di noi, chi più di noi e sia pure insieme a noi può contribuire al progresso spirituale e religioso della sua comunità o dei suoi gruppi ecclesiali di appartenenza.

Non sempre è cosí, ma è questo che accade spesso in molte comunità cattoliche, in cui, congiuntamente a casi diffusi di esasperato protagonismo individualistico, sembra riflettersi e propagarsi la stessa mentalità astrattamente e bassamente egualitaria che vige in molti ambiti della società civile: si parla sempre al plurale di tutto, della nostra fede, del nostro spirito di carità, del nostro comune bisogno di istruzione religiosa, dando però, nel ceto clericale come nel laicato, incarichi o mansioni di servizio liturgico, teologico ed ecclesiale a destra e a manca in base a criteri meramente amicali, discrezionali o comunque molto discutibili, senza preoccuparsi di operare valutazioni attente, imparziali e responsabili da cui possano derivare indubbi e qualificati benefici per la comunità. Se in molti settori professionali e produttivi della società un non trascurabile numero di persone meritevoli restano spesso sacrificate alla logica pseudoegualitaria e meramente assembleare del “siamo tutti uguali”, “abbiamo tutti le stesse capacità e gli stessi diritti”, “o tutti o nessuno” e via dicendo, la stessa cosa succede non di rado nelle chiese, nelle parrocchie, nelle diverse forme di associazione religiosa, dove a presiedere, organizzare, dirigere, catechizzare, insegnare, cantare e suonare, non sono sempre i migliori, i più capaci e qualificati, proprio a causa di una naturale e maligna avversione comunitaria che talvolta viene esercitandosi proprio nei confronti di soggetti particolarmente dotati che abbiano però l’imperdonabile torto di proporre un ascolto e un’interpretazione puntuali e precisi del messaggio evangelico, di essere rigorosi e indipendenti nel giudizio morale e non facilmente assoggettabili a certi andazzi e a certe pratiche di dubbio valore spirituale ed ecclesiale.

Bisogna stimarsi reciprocamente, perdonarsi ed aiutarsi vicendevolmente, ma questo implicherebbe appunto la capacità di riconoscere e valorizzare adeguatamente le qualità di ciascuno in funzione del progresso e del bene spirituale di tutti, per non consentire che, al contrario, come tante volte succede, siano solo una certa mediocrità, una certa smania di protagonismo, o più semplicemente certi inconfessati o nascosti bisogni individuali di gratificazione psicologica, a prevalere sulla competenza, sul merito, sulla qualità della testimonianza di fede. L’unico modo veramente valido per stimarsi e aiutarsi reciprocamente è proprio quello di saper e voler riconoscere con onestà soprattutto i doni in possesso di quanti magari non ci siano né particolarmente amici né particolarmente simpatici o caratterialmente affini; di quanti, senza essere dei provocatori o animati da spirito polemico, abbiano la funzione, per volontà divina, di turbare beneficamente le nostre menti mettendo in discussione le nostre “certezze” e di scuotere energicamente la nostra coscienza per indurci a prendere coscienza dei nostri limiti.   

E invece troppe volte, la meschinità, l’invidia, la gelosia, lo spirito di rivalità e di contesa, fanno sí che la compagine comunitaria, ai vari livelli dell’organizzazione ecclesiale, sia privata proprio delle sue migliori risorse e di risorse indispensabili alla sua coesione e alla sua crescita. Succede cosí inevitabilmente che venga frequentemente infranto l’ottavo comandamento, che proibisce di dire falsa testimonianza e quindi di attestare il falso in giudizio, di calunniare, adulare, di esprimere giudizi e sospetti avventati, di mentire in sostanza senza freni e senza ritegno, e pertanto anche di mormorare ovvero criticare altri nascostamente e senza che vi siano buone ragioni per farlo. Tutte le volte che mormoriamo e facciamo opera di parziale o totale detrazione, mettendo in evidenza i peccati e i difetti altrui senza giusto motivo e in modo del tutto malevolo ed arbitrario, noi pecchiamo contro gli uomini e contro Dio e non facilitiamo certo il processo di pacificazione con noi stessi. Il puro e semplice chiacchiericcio, il ripetuto borbottare o bisbigliare contro qualcuno che tra l’altro sia assente e non possa difendersi, la maldicenza sotterranea nei confronti di qualcuno il cui modo chiaro e aperto di parlare e di agire, lungi dal poter essere oggettivamente riprovato, tenda a collidere con nostre abitudini mentali sbagliate e convinzioni infondate, il mormorío contro tutto ciò che non vogliamo capire semplicemente perché opposto a prerogative e ad aspettative egoistiche e presuntuose, illusorie e ingiustificate, cui siamo tuttavia attaccati e a cui non vorremmo rinunciare: tutto questo si configura come peccato grave agli occhi di Dio e come peccato lesivo dell’unità degli stessi cristiani e cattolici nella verità e nella varietà dei doni da lui stesso elargiti.

I “mormoratori”, cioè i criticoni di professione e non di rado anche schiavi dei loro vizi o delle loro passioni peccaminose nelle chiese cristiane, purtroppo, sono sempre esistiti e hanno sempre cercato, come continuano a cercare ancor oggi, con la loro malizia e la loro faziosità anche religiosa o dottrinaria, di creare divisioni nelle loro comunità. Ma non si deve credere che i “mormoratori” vivano e agiscano solo nell’ombra, perché a volte creano o alimentano dispute e contrasti anche pubblicamente, assecondando però solo le loro passioni e muovendo critiche boriose e insensate solo per amor proprio o per istintiva e immotivata avversione a qualcuno.

Però bisogna fare attenzione a non confondere la mormorazione, la critica arbitraria e ingiusta, la polemica volutamente malevola e maliziosa, con il dovere evangelico di giudicare e di criticare lealmente e rettamente comportamenti e circostanze della vita ecclesiale. L’uomo o la donna che, nell’essere fedeli interpreti e testimoni dell’annuncio evangelico nella sua globalità, trovano il modo, sia pure da posizioni marginali, di esprimere in modo aperto, franco, disinteressato e caritatevole (per amore verso Cristo e verso la sua Chiesa), determinati giudizi, critiche, esortazioni, moniti e quant’altro possa concorrere al bene stesso della Chiesa e dei suoi membri, non solo non sono da biasimare ma sono da apprezzare anche se il loro impegno cristiano dovesse passare inosservato ed essere addirittura, e sia pure sottilmente o perfidamente, osteggiato. Un uomo o una donna che agiscano cosí, senza mai recriminare per lo stato di isolamento in cui possono venire relegati dai “maggiorenti” della comunità, sono persone rese “giuste” da Dio anche se non per questo necessariamente esenti dal peccato. E prendersela con i giusti di Dio significa peccare contro lo Spirito Santo, contro i piani divini che sono sempre piani di salvezza anche quando non siano percepiti come tali dai più.

Non ogni critica, dunque, è sinonimo di mormorazione, di maliziosa e arrogante prevaricazione verso uno o più fratelli, siano essi presbiteri siano essi laici. Infatti, la parresía cristiana, ovvero il parlar franco per mezzo di un linguaggio evangelico lucido e controllato, non è solo il contrario dell’ipocrisia (perché contro l’ipocrisia potrebbe essere diretto anche un parlar franco ma privo di attendibilità evangelica), ma è anche il contrario di quel piatto e asfissiante conformismo spirituale che è presente in non poche comunità cattoliche e che non può produrre il lievito evangelico che fa fermentare la pasta e fa sviluppare il Regno di Dio anche e già su questa terra. 

Se, in questa o quella comunità, ci sono giusti motivi per reclamare, i credenti non solo possono ma devono reclamare, certo in modo quanto più possibile caritatevole, ma hanno il dovere di reclamare per evitare che errori o danni cui oggi possa porsi rimedio finiscano per essere domani irrimediabili. Dice Paolo: «bandita la menzogna, ognuno dica la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri» (Efesini 4:25). Verso tutto ciò che nella prassi ecclesiale vi è di peccaminoso, di illecito, di erroneo, di anomalo o di approssimativo, di sconveniente o inopportuno, i cattolici hanno non già facoltà ma il dovere di intervenire e di eccepire, di suggerire e correggere, e, al limite, anche di protestare con veemente ardore di fede. Quando si “giudica con giustizia”, cioè in modo obiettivo ma non cattivo, in modo retto e non calunnioso, non solo il giudizio è consentito ma è benedetto da Dio, perché, come scrive ancora Paolo, «l’uomo spirituale giudica d’ogni cosa» (1 Corinzi 2:15), sebbene poi l’ultimo e inappellabile giudice, capace di magnanimità veramente infinita, resti nostro Signore Gesù Cristo.