Il sacerdote cattolico nell'epoca della comunicazione digitale

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Mi sono imbattuto in un articolo molto interessante di monsignor Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto e studioso molto attento dei molteplici rapporti intercorrenti tra servizio della Parola di Dio e avvento della civiltà massmediale con particolare riferimento alla comunicazione digitale (Comunicatori di Dio, in “Vita pastorale” del 5 maggio 2010). Di tale articolo non voglio fare qui un semplice sunto ma con esso intendo interagire criticamente ai fini della focalizzazione della figura del sacerdote cattolico nell’epoca della comunicazione digitale.

Nel momento stesso in cui dalla cultura del libro si è passati alla cultura dell’immagine, alla cultura digitale, e, a causa delle nuove tecnologie, è venuto esplosivamente manifestandosi tutto il potenziale della comunicazione di massa, la tradizionale figura del sacerdote cattolico come mediatore e modello ne ha subíto effetti fortemente traumatici, sia perché essa non è parsa in grado di comunicare efficacemente, al di là del chiuso della sua chiesa di appartenenza, una mentalità teologica appartenente ad epoche precedenti e segnata da forme comunicative decisamente vetuste, sia perché è venuto fuori in modo sempre più chiaro che non pochi sacerdoti, in qualche modo capaci di esprimersi a parole in pubblico, sono molto più poveri e impreparati quanto a capacità di usare la penna e la stessa penna digitale, ovvero di pensare e digitare in rete, e di affrontare un dialogo con un pubblico reale ma sconosciuto e molto più ampio ed esigente di quello parrocchiale.    

Ora, questa situazione per il mondo cattolico comincia ad essere preoccupante, perché una Chiesa che fatichi ad interagire con un mondo e con un linguaggio tecnologicamente e mediaticamente avanzati rischia di veder decurtate pesantemente le sue capacità di testimonianza e di evangelizzazione, senza considerare che probabilmente gli stessi parrocchiani vorrebbero poter dialogare in rete con i loro “pastori” in modo meno approssimativo e occasionale di quanto generalmente accade in sacrestia o in parrocchia.

Una preoccupazione, da non sottovalutare, sul ruolo dei sacerdoti nella società odierna, veniva espressa già cinque anni or sono persino da uno psichiatra laico quale Vittorino Andreoli: «Se nel passato era la gente che andava al tempio, ora bisogna che il sacerdote esca e richiami chi è sordo o disattento ad entrare. Bisogna che egli si proponga. [...] E per potenziare questa facoltà, egli deve prepararsi a comunicare in maniera efficace per essere in grado di interessare, incuriosire, attrarre. Si parla a questo proposito di carisma. [...] Carisma che è sí una dotazione naturale, ma che in parte si può anche acquisire. [...] Siccome il sacerdote ha per obiettivo non di piacere agli altri, ma di portarli là dove l’attenzione si centra su Cristo, egli deve dedicarsi alla causa del Signore in modo che sia attraente» (I preti e noi in “Avvenire” del 30 aprile del 2008).

Si potrebbe contestare a uno psichiatra come Andreoli di non avere la necessaria competenza per poter trattare di cose di Chiesa e di comunicazione religiosa ma in realtà la legittimità del suo intervento e la pertinenza delle sue osservazioni vengono appieno confermate da talune significative ammissioni, comparse addirittura all’inizio degli anni sessanta sul principale organo di informazione della Chiesa cattolica ovvero sull’Osservatore Romano, circa «il deserto materiale e spirituale che si è andato formando sotto i pulpiti» (Osservatore Romano dell’1 gennaio 1961).

Dunque, è probabile che se i sacerdoti cattolici di domani, al di là delle loro pur utili e a volte necessarie omelie, non dovessero essere in grado di parlare alla rete, la Chiesa si precluderebbe la possibilità di far giungere la parola di Cristo in un mondo non ancora evangelizzato e magari di convertire i frequentatori sempre più numerosi e assidui del web. Il web infatti appare oggi a molti come una miniera di sapienza religiosa e spiritualità, se non inesauribile, certo molto più ampia ed appetibile della cultura spesso limitata o angusta di singoli sacerdoti, tra cui peraltro non è dato sapere esattamente quanti siano quelli che giungano all’ordinazione presbiterale più per convenienza che per convinzione e vocazione.

Quello della comunicazione religiosa, cioè dei modi di trasmettere la Parola di Dio, è un aspetto importantissimo che la Chiesa non può permettersi di trascurare, anche perché una cosa è la conversazione, l’omelia, il discorso che il sacerdote, non di rado in modo improvvisato e generico, viene proponendo ai suoi fedeli in ambito parrocchiale, altra cosa e ben più impegnativa è la capacità di comunicare con fedeli noti o sconosciuti su temi religiosi particolarmente delicati e complessi, all’interno di quella immensa piazza virtuale e reale che è appunto il web in cui non c’è frase, non c’è citazione, non c’è argomentazione che non possano essere molto più rigorosamente e validamente vagliate, controllate, verificate.

Non c’è dubbio che oggi, non sempre ma in molti casi, il web, ancor più che televisione e cinema, riesce ad interessare e a coinvolgere la gente più di quanto molti sacerdoti non riescano a fare nello loro chiese. Come già osservava padre Nazareno Taddei in un suo libro del 1964, pubblicato da Elle Di Ci e intitolato Predicazione nell’epoca dell’immagine, «la predicazione dall’altare, non riuscendo a coinvolgere l’assemblea dei fedeli né emotivamente né conoscitivamente, perde la funzione specifica, isterilisce l’aspirazione dei fedeli e frustra la missione del sacerdote».

Ai sacerdoti di oggi e soprattutto di domani che vogliano essere realmente “comunicatori di Dio”, si chiedono allora tre cose: la competenza (il sapere le cose e il saperle comunicare in modo chiaro e preciso), la convinzione e il coraggio (convinzione e coraggio che non possono non appartenere ad un vero uomo di fede).

La competenza presuppone intelligenza, capacità di analisi e di critica, impegno nello studio, esperienza della comune quotidianità, serietà di intenti. Il sacerdote intellettualmente onesto non può pronunciare giudizi attendibili (e non può evitare di pronunciare giudizi puramente moralistici) né su questioni biblico-religiose né su questioni di alta rilevanza mediatica, come la vita e la morte, la famiglia, la giustizia e via dicendo, se non ne abbia acquisito la dovuta conoscenza e non sia dedito ad una costante e profonda riflessione sulle più scottanti problematiche della cultura e dell’etica contemporanee.

La convinzione è poi condizione indispensabile perché quello che viene predicato quotidianamente non sia semplice frutto di una sorta di dovere d’ufficio o di un modo burocratico di intendere la propria funzione religiosa, di nozionismo teologico, di esibizionismo intellettualistico, di pregiudiziale chiusura moralistica a sensibilità politico-culturali non conformiste e non ancorate ad una passiva e acritica accettazione di luoghi comuni e di schemi mentali pure socialmente diffusi e accreditati. Se un prete non sente le cose che dice e che fa, se parla senza la sincerità e la passione del cuore e compie determinate opere di carità malvolentieri o solo per tutelare la sua immagine di rappresentante del sacro, tutte le sue parole e i suoi atti non potranno che essere percepiti come falsi e rivelarsi quindi inutili e forse controproducenti.

La terza qualità essenziale di un uomo di Chiesa e di un predicatore dev’essere il coraggio, il coraggio cioè di annunciare il vangelo nella sua autenticità e radicalità, senza arbitrari annacquamenti di natura esegetica, senza improvvidi adattamenti diplomatici, e senza paura di provocare in tal modo le risentite o violente reazioni di chi senta minacciato il suo superficiale modo di vivere, il suo ruolo, la sua ricchezza o il suo potere. 

Si dirà: ma all’esercizio dell’attività sacerdotale non è sufficiente una fede semplice e sincera? Certo che sí, anzi quell’attività è niente senza una fede semplice e sincera: ma il problema è che la semplicità e la sincerità della fede consiste in ciò che si viene dicendo e facendo nel nome della fede stessa. E, poiché il mondo in cui viviamo non è più un mondo agricolo-contadino o preindustriale ma un mondo molto e sempre più complesso e articolato, è necessario attrezzarsi adeguatamente, sia sul piano intellettuale che morale, affinché nel nome e nel segno della fede in Cristo non vengano veicolandosi idee insipide e sostanzialmente sganciate dalla effettiva dinamica esistenziale dei singoli e delle comunità e valori apparentemente ineccepibili ma intesi in un senso prettamente intimistico e chiuso ad un concreto, specifico e fattivo impegno comunitario anche sotto il profilo politico e sociale. 

Se i modi di comunicare il vangelo non si rinnovano con la consapevolezza che altro è parlare di vangelo al cospetto di una educata e disciplinata assemblea ecclesiale o in un seminario teologico e altro è parlarne in una piazza affollata di esperienze umane e di traffici culturali e spirituali di ogni tipo, sarà sempre più problematico collocare e far agire efficacemente il vangelo nel quadro della modernità. Perciò già oggi la comunicazione del vangelo e quindi la missione salvifica della Chiesa non può prescindere dalla comunicazione sociale in senso lato e da quella digitale in senso specifico. 

La predicazione evangelica oggi deve liberare dalla massificazione, dal conformismo di massa, da un pensiero unico pur nella apparente varietà delle sue tonalità, tutte cose che sono indubbiamente anche il risultato di una omnipervasiva civiltà massmediale; ma proprio per questo bisogna far breccia criticamente e sapientemente in quest’ultima tenendo conto che i massmedia sono uno strumento di potere e di condizionamento delle coscienze non certo finalizzato al perseguimento della “salvezza” eterna, onde la necessità per  laici cattolici e soprattutto per sacerdoti cattolici di presidiare il campo per svolgervi un’opera quanto più accorta ed incisiva possibile di educazione a discernere tra verità e falsità, tra bene e male, tra giustizia e iniquità. 

Per la comunicazione religiosa devono porsi in sostanza le stesse esigenze e le stesse domande che valgono per la comunicazione didattico-scolastica: «come raggiungere la chiarezza? Come scegliere tra i contenuti? Come convincere senza condizionare? Come attrarre, neutralizzando la concorrenza dei modelli cinematografici e televisivi? Come integrare il messaggio cristiano in questa cultura di massa secolarizzata? Nella predicazione, dunque, il contatto col recettore deve avvenire sull’interesse. Cioè, l’argomento della predicazione deve essere proposto come qualcosa che interessi direttamente la persona».

E’ il caso di continuare a citare direttamente la riflessione di monsignor Cacucci: per testimoniare utilmente la fede in Cristo nell’ambito del web non ci si può astenere dal chiedersi: «Quali sono i problemi connessi col cristianesimo, che interessano in questo momento? Oppure: Quali sono i problemi da cui oggi la gente è presa e che certamente non vede connessi col cristianesimo, mentre lo sono? E ancora: qual è il mezzo, termine di interesse che si può trovare tra il messaggio evangelico e la vita concreta di questo periodo o di sempre? E ancora: questo problema religioso, che nel calendario liturgico odierno le scritture indicano, ha qualche aggancio di interesse con la persona concreta d’oggi? E ancora: l’interesse che oggi attira l’attenzione della gente ha un effettivo valore di fronte al problema della salvezza? Se non lo ha, come si può fare per mostrarne la inconsistenza a fronte del tema della salvezza?

Se non si sanno dare risposte convincenti a questo tipo di domande e se prosegue la tendenza a ideologizzare in chiave socio-politica il Vangelo, allora non ci si deve meravigliare se il cristianesimo non riesce a far presa e, al posto dei valori, nella nostra società ingrossa sempre più una "fede" in un’ideologia sociale, che viene anteposta alla fede nella ricerca della salvezza cristiana.

Se la predicazione, infatti, deve essere un messaggio di spiritualità, sia pure “incarnata”, la sua funzione non può essere quella, come purtroppo succede sempre più frequentemente oggi, di secolarizzare, cioè materializzare, il messaggio cristiano, bensí quello di ri-spiritualizzare la mentalità corrente».

Di conseguenza, «il senso della virtualità va padroneggiato apprendendo la logica della sintesi al posto della retorica e della dialettica della comunicazione verbale. Anche il flusso di assistenza spirituale che promana dalla capacità colloquiale del sacerdote nei vari momenti del suo ministero, compreso quello dell’amministrazione del sacramento della penitenza, deve ormai tener conto di una realtà nella quale il potere del "virtuale" irrompe fino a determinare una distorta percezione dei basilari concetti di bene e di male. Di fronte a tutto ciò si richiede non un generico atteggiamento "perdonista" o un succedaneo della psicologia, bensí una rigorosa logica e un’organizzazione del pensiero, illuminata sí dai principi cristiani, ma capace di argomentare in termini rapidamente sintetici, tali da competere in efficacia con l’icastica pregnanza del linguaggio dell’immagine. È dunque un addestramento che è necessario fare a partire dalla capacità di individuare bene l’obiettivo che la predicazione o l’azione pastorale intendono raggiungere. Ne consegue che il sacerdote deve verificare le sue precise conoscenze e deve saperle organizzare logicamente scegliendo quelle soluzioni comunicative che sono più opportune per la psicologia e la preparazione del pubblico di fedeli che ha davanti. E, ora che le platee si sono fatte potenzialmente ampie a causa della dilatazione di spazio offerta dalle tecnologie elettroniche e digitali, il prete non può escludere a priori di dovere usare "come sacerdote" quei media che altri usano solo in termini di presenzialismo soggettivo».

Se i media tendono a manipolare la coscienza, in modo particolare la coscienza dei giovani, il sacerdote di domani dovrà essere capace di utilizzare i media con un linguaggio appropriato proprio per contrastare validamente questo pericolo e per contribuire nel miglior modo possibile ad una liberazione umana e giovanile dai molti idoli indotti dalla cultura dell’immagine e da molte forme di comunicazione digitale.

In fondo, anche l’apprendere a comunicare digitalmente è per il futuro sacerdote cattolico una questione di umiltà oltre che di capacità e di “professionalità” religiosa, perché la tentazione per lui potrebbe essere quella di annunciare il vangelo senza correre il rischio di andare troppo al largo spiritualmente (come proprio il vangelo spinge a fare) e di sperimentare un contraddittorio evangelicamente più impegnativo di quello parrocchiale o diocesano. Ma, se non saprà resistere a questa tentazione, come potrà egli testimoniare il suo amore per il  prossimo, in un mondo di tecnologie digitali sempre più evoluto e sofisticato e anche per questo molto più piccolo che in passato, facendosi umili ma avveduti strumenti di attuazione della Parola di Cristo? Di quella particolare parola di Cristo che cosí suona: solo «la verità», ovvero Cristo stesso, «vi farà liberi», mentalmente, moralmente, spiritualmente liberi (Gv 8, 31-47)?