Il Regno di Dio e i mercati finanziari

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Oggi i cristiani devono rivolgersi sia a Dio, come già prima di Cristo faceva il profeta Amos, per ottenere da lui giustizia contro sfruttatori e prepotenti, sia ai lavoratori, come faceva anche Marx, affinché diventino padroni del loro destino. I cristiani sanno che da sole la protesta e la lotta di operai e lavoratori in genere non sono sufficienti a garantire il conseguimento dei fini sperati e che, nonostante il loro sforzo e la possibile nobiltà dei loro intenti, occorre pur sempre confidare nel favore divino per poter sperare di muovere la storia, e non una sola volta ma sempre, verso forme sempre più estese di società fondate su uguaglianza e giustizia.

Un sistema fondato su uguaglianza e giustizia, non deturpate rispetto al loro vero significato e al loro giusto valore, è un sistema in cui i mercati finanziari e la politica economica sono sostenibili, per cui non sono soggetti agli sbalzi traumatici e imprevedibili che essi stanno subendo oggi. Il cristianesimo non è mai venuto a patti storicamente né con i mercati finanziari né con la concorrenza e con la competitività, che nel quadro della contemporaneità ne sono articolazioni costitutive, essendo da esso complessivamente ritenuti incompatibili con la legge dell’amore.

La Chiesa cattolica verso i mercati finanziari non ha tuttavia una posizione di totale chiusura ma di cauta e riflessiva apertura, in quanto è consapevole del fatto che il vangelo di Cristo, per il significato e la portata universali che ha, può e deve essere proclamato non contro i mercati in quanto tali ma contro determinate forme deteriori o perverse di mercato, deve essere proclamato anche a coloro che operano a diverso titolo nel mondo commerciale e finanziario.

Cristo, infatti, ha parlato a tutti, anche a quelli che maneggiano denaro dalla mattina alla sera, cercando di arricchirsi a danno degli altri o restando indifferenti alla miseria altrui. Egli continua a parlare anche oggi a quelli che vivono di mercato e per il mercato, ad operatori di borsa, a investitori e a speculatori finanziari, a banchieri, a teorizzatori dell’assoluta libertà di mercato, a chiunque riponga ciecamente la sua fiducia in una intrinseca e benefica quanto presunta razionalità dei mercati lasciati liberi da qualsiasi ingerenza politica. Certo, non si può dimenticare che proprio Cristo aveva duramente attaccato i mercanti del tempio, non solo coloro che usavano strumentalmente gli spazi sacri della casa di Dio per vendere bene le proprie mercanzie ma anche e soprattutto coloro che, essendo diretti rappresentanti del sacro, consentivano che delle cose sante di Dio potesse farsi commercio rendendole oggetto di scambio e quindi di operazioni psicologiche e mentali volte al perseguimento di scopi utilitaristici e di bassi e infimi interessi personali o attinenti una sfera di beni puramente terreni e non già una sfera di beni esclusivamente spirituali.

E’ dunque certamente vero che Cristo abbia esemplarmente ammonito a non ridurre la vita a mercato, a scambio, a contrattazione, a perseguimento di interessi puramente pratici. Ma egli vedeva bene che i mercati erano dati oggettivi del mondo reale e che le cose o le pratiche del mondo passavano inevitabilmente anche attraverso essi. Gesù, perciò, non demonizzava i mercati come realtà terrena in cui si scambiano determinati beni per le necessità della vita di tutti, allo stesso modo di come non demonizzava lo Stato e i suoi poteri preposti all’organizzazione e alla regolamentazione della vita e della convivenza civili.

Gesù ancora oggi non demonizza i mercati e quegli stessi mercati finanziari che, da un po’ di tempo a questa parte, sono percepiti nell’immaginario collettivo come una realtà paurosa, quasi demoniaca, che da un momento all’altro può determinare immani e irreversibili rovine nell’economia dei popoli e nella vita dei singoli cittadini delle diverse nazioni del mondo. Gesù non li maledice in quanto semplicemente esistenti nella vita e nella storia umane e per l’originaria e naturale funzione organizzativa e regolamentativa preposti ad assolvere nel quadro della produzione, della distribuzione e dello scambio di beni tra gli uomini, senza determinare turbolenze insopportabili e oltremodo costose dal punto di vista sociale ed economico.

Gesù non li maledice cosí come non maledice il fico che produce buoni frutti e gli uomini che mettono i propri “talenti” al servizio di opere buone e utili: il Regno di Dio, infatti, deve potersi sviluppare e realizzare anche nei mercati, in mezzo ai mercati, non perché quest’ultimi restino come appaiono nelle loro forme storiche deteriori, ovvero come enti o istituzioni volti ad accumulare indiscriminatamente denaro e a fare profitti al di fuori e al di là di ogni regola etica e di ogni interesse per ciò che sia giusto o ingiusto perseguire economicamente a favore di qualcuno e a danno di altri, ma perché evolvano verso forme organizzative e modelli di funzionamento finalizzati al soddisfacimento delle reali necessità della gente comune e al perseguimento di un benessere economico quanto più generalizzato possibile che per esser tale non può configurarsi come benessere di pochi a scapito del benessere di molti.

Il Vangelo di Cristo è lí a spingere perché i mercati, anche i mercati, oggi sempre più simili ad oscure entità metafisiche, si umanizzino o tornino ad umanizzarsi ogni volta che accennino a trasformarsi in potenti e disumani strumenti di oppressione e di miseria, e perché dunque il loro funzionamento non si affidi alla sistematica violazione di elementari princípi etici di giustizia sociale e di umana solidarietà ma sia il più possibile ricettivo di questi stessi princípi.

Ora, si può certo discutere se e in che misura possa essere conveniente chiedere ai vertici decisionali della UE che il debito pubblico sia ridefinito o ristrutturato, e se sia saggio in questo momento prospettare l’uscita dall’euro attraverso un referendum popolare, ma, al di là degli aspetti tecnico-finanziari, qui in realtà è in gioco la capacità morale e politica dei popoli europei di dare una svolta alla situazione di evidente oppressione in cui si sono venuti inopinatamente a trovare per aver per troppo tempo assecondato con un atteggiamento fondamentalmente passivo e reticente le logiche europeiste e monetarie partorite dalla mente di economisti invaghiti delle proprie teorie economiche e completamente separati dai processi reali della vita e del mondo. Di più: qui è in gioco la fede stessa dei cristiani e dei cattolici europei, giacché non è possibile che, in virtù della fede in Cristo, essi restino muti o siano ancora compiacenti al cospetto di una realtà in cui i mercati e il denaro sono ormai inequivocabilmente assurti a divinità idolatriche del nostro tempo. Se Gesù ha detto che dobbiamo amarci gli uni gli altri come lui ha amato noi, è evidente che è possibile e doveroso lavorare alla costruzione di una società in cui la dignità umana sia rispettata e non calpestata, ed è evidente che i suoi seguaci, lungi dal pensare di salvare egoisticamente il salvabile solo per sé e per una ristretta cerchia di persone, debbano lottare spiritualmente e politicamente per invertire la rotta che ha portato e non cessa di portare al disastro che è sotto gli occhi di tutti innumerevoli vite, intere famiglie ed estese porzioni di popolazione.

D’altra parte, non è forse vero che la crisi del 2008 e questa stessa crisi in atto e che non accenna a finire, non sia stata prevista da nessuno, e s’intende dire più esattamente da nessuno di quei cervelloni che si occupano di economia, e persino da quegli economisti che oggi propongono terapie diverse da quelle maggioritarie e conservative dello status quo? Chi ha volontà di capire, ormai capisce bene che è inutile insistere sul concetto di “crescita” come risoluzione dei problemi. Crescita non ce n’è, non se ne vede all’orizzonte, può darsi che non ce ne sia più. E allora cosa dovrebbe succedere: che si ferma l’economia, non si produce più, non si guadagna più, continuando magari ad imporre tasse già oggi oltre il livello di guardia e riducendo in uno stato irreversibile di miseria ceti e persone che solo fino a pochi anni fa conducevano una vita quanto meno dignitosa?

La vera e sana economia è quella che, specialmente nei periodi di crisi e indipendentemente dalla crescita, prescrive a tutti di non voler guadagnare sempre di più ma di moderare la sete di profitto per consentire a chi è più indietro di non doversi fare carico, oltre il lecito, di rigorose politiche di riordino dei conti pubblici e di debiti pubblici cui non abbia potuto concorrere per la pochezza stessa dei suoi mezzi economici. Una sana economia, un’economia di segno evangelico, è quella che sollecita tutti ed ognuno, in ragione delle proprie risorse economiche e delle proprie capacità contributive, a mettere in comune con gli altri i propri beni, non già per dar luogo a semplici e miserevoli forme di elemosina sociale ma per evitare quanto meno che nessun cittadino o essere umano scenda al di sotto della soglia di sopravvivenza e che nessun lavoratore, quale che sia la sua attività, sia costretto a precipitare in una condizione di povertà o di radicale regresso economico e sociale.

Ma è del tutto evidente che se, per uscire dalla crisi o per porre le basi di un nuovo sviluppo, si continua a pensare a come onorare i folli trattati della Unione europea, a come reintegrare senza soluzione di continuità i deficit bancari e ad inseguire vanamente, con politiche economiche non solo draconiane ma del tutto asfissianti e assurde, il miraggio di poter estinguere un debito pubblico galoppante che pare sfuggire ad ogni umano tentativo di ridurlo drasticamente, non sarà mai possibile risollevare significativamente tanta umanità sofferente dalle sue anguste e disumane condizioni di vita.

Qui è inutile e fuorviante continuare a fare ragionamenti economici troppo complicati, anche perché dovrebbe essere facilmente intuibile che non c’è alcuna corrente economica di pensiero (a cominciare da quel liberismo ancora molto in voga), alcuna metodologia ancora troppo “interessata” e “particolaristica” di riorganizzazione o di riforma pure necessaria dei mercati, che possa pretendere di essere vangelo. E’ al contrario il vangelo di Cristo che può ben ispirare gli economisti non ottusi e dotati di buona volontà a pensare e ripensare le proprie teorie economiche in funzione di istanze umane fondamentali e imprescindibili e a porre a qualsivoglia prassi economico-finanziaria dei limiti etici invalicabili nel rispetto dei quali sarà poi compito dei vari governi trovare le soluzioni politiche più convenienti e più utili alla maggior parte delle popolazioni; anche perché francamente, per dirla con il filosofo britannico della scienza Donald Gillies, in economia esistono diversi paradigmi non verificabili empiricamente o verificabili empiricamente in misura molto debole, contrariamente a quanto succede nelle scienze esatte in cui è sempre possibile una verifica sperimentale sufficientemente attendibile anche se mai assolutamente definitiva ed esaustiva delle diverse teorie, e questo spiega perché i paradigmi economici rispetto a quest’ultime siano molto più conflittuali e molto meno oggettive.

Esiste oggi un dato macroscopico da cui nessuna analisi, nessuna diagnosi o teoria economica, può prescindere, vale a dire quella dittatura del capitalismo non più industriale ma finanziario, quel finanzcapitalismo, come lo ha definito Luciano Gallino in un suo libro (Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi 2011), che «è una mega-macchina, che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni, allo scopo di massimizzare e accumulare sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia dal maggior numero di esseri umani sia dagli eco-sistemi». Ci si rende conto? Mentre il capitalismo industriale successivo alla seconda guerra mondiale produceva valore in parte retribuendo e in più grande misura sfruttando il lavoro profuso da operai e lavoratori, e ciò poneva già notoriamente problemi molto seri sul versante del lavoro e delle condizioni di vita dei lavoratori, il capitalismo finanziario, saltando letteralmente la fase della produzione, ricava direttamente valore dalla vita stessa degli esseri umani e da un continuo intervento tecnologico sugli ecosistemi suscettibili cosí di essere nel tempo gravemente alterati ed esposti a squilibri che alla lunga non possono poi non determinare disastri sull’ambiente.

Quindi, il substrato su cui si regge oggi il dominio di banche e banchieri, di multinazionali e grandi investitori privati, è in gran parte costituito dalla volontà sempre più accentuata di determinate oligarchie mondiali di massimizzare tutto il valore, tutto il denaro, tutto l’arricchimento, che può essere estratto dagli esseri umani e dagli ecosistemi del pianeta. Per cui non c’è dubbio che la crisi economica ma anche morale e politica che stiamo vivendo è la crisi della civiltà, del mondo in cui viviamo, e tale crisi complessiva è causata principalmente dal dominio pressoché incontrastato del sistema finanziario.

Di fronte ad un ribaltamento cosí radicale del precedente sistema, in cui la finanza corrispondeva ancora all’economia reale e questa non risultava finanziarizzata se non in una misura molto minore rispetto a quella odierna, noi ci troviamo catapultati in un sistema in cui la produzione illimitata di denaro è fine a se stesso, in un sistema basato quindi sull’azzardo morale, sull’irresponsabilità etica del capitale, sul debito che genera debito (che è l’altra faccia del denaro che produce indefinitamente denaro). Questo è il mondo creato dalla cosiddetta “finanza creativa”, dalle molteplici forme di speculazione finanziaria con i suoi “pacchetti tossici” denominati nei modi più bizzarri (sub-prime, derivati, hedge-funds e via dicendo) che hanno generato una gigantesca bolla speculativa calcolata sul milione di miliardi di dollari, là dove il pil dell’intero pianeta sembra aggirarsi su circa sessantamila miliardi di dollari.

C’è un mondo speculativo completamente sovrapposto al mondo economico reale sul quale il primo detta completamente legge. Si è calcolato anche che il 90% degli scambi valutari sia pura speculazione, per cui si capisce bene che l’economia reale non potrà mai tenere il passo di un’economia finanziaria che viene sviluppandosi arbitrariamente e dispoticamente al di fuori della storia reale degli uomini.

Ci si sente dire dagli esperti che non sarebbe possibile rifiutarsi di pagare il debito pubblico, pena le inevitabili e gravissime conseguenze di natura economica che verrebbero comportando l’impoverimento generalizzato delle popolazioni indebitate. Ma è possibile che nessuno, né le istituzioni laiche né le istituzioni religiose come la Chiesa cattolica né buona parte degli stessi credenti, dica in modo convinto e deciso che ancor meno possibile è la prolungata esposizione popolare a siffatta oscena dittatura finanziaria? Contro le violenze di ogni genere esercitate contro la singola persona ed il genere umano sussiste non solo il diritto ma soprattutto il dovere di lottare a qualunque costo per evitare che l’umanità sia impunemente espropriata dei suoi sacrosanti diritti e che lo stesso progetto divino di un’umanità fondata sull’uguaglianza e la giustizia sociale (pur non esaustiva quest’ultima della giustizia divina) venga idolatricamente violato e sostituito con un progetto interamente e falsamente umano di un’umanità fondata sull’iniquità permanente.

Possono specialmente i credenti in Cristo consentire ciò ancora per lungo tempo? Essi non possono assistere passivi e muti al trionfo di Mammona, di questo dio-mercato che svuota di senso e di valore la vita donata da Dio. Essi, oggi come ieri e forse più di ieri, devono testimoniare la loro estraneità al culto moderno dell’arricchimento personale e la loro convinta adesione piuttosto all’idea che se si ha, si abbia per condividere con chi non ha o ha meno. Essi non possono che riprovare ogni attività economica di tipo puramente speculativo (come, per esempio, il gioco in borsa con la variante della speculazione valutaria, e ogni forma di azzardo basata sulla speranza di arricchirsi al di fuori di una normale attività lavorativa). Per questo stesso motivo, i cristiani che investono somme considerevoli su giochi quali il totocalcio, il gratta e vinci o il casinò, compiono atti immorali e sarebbe bene che la Chiesa esercitasse al riguardo un’opera educativa e teologicamente costrittiva più incisiva ed efficace di quella pure contemplata dalla sua catechesi corrente.

Alla forma mentis dominante che vuole che ci si arricchisca sempre di più e che la ricchezza debba generare altra ricchezza anche a costo di trascurare o di peggiorare la condizione dei poveri, degli ultimi o più semplicemente di chi versa in difficoltà senza particolari responsabilità personali, i cristiani devono contrapporre una diversa e opposta forma mentis: quella evangelica del buon samaritano che non tira dritto per la sua strada al fine di fare puntualmente le cose professionali che gli stanno più a cuore (il disbrigo delle funzioni religiose nel tempio per quanto riguarda l’episodio evangelico, ma potrebbero essere anche un’amministrazione puramente burocratica della giustizia e di ogni possibile forma di giustizia o un governo tecnocraticamente efficiente ma totalmente inefficace e carente in senso etico-sociale e indifferente a drammi umani che sarebbe invece suo compito precipuo affrontare e risolvere), senza alcuna considerazione per i fatti concreti dell’esistenza reale di persone reali e non astratte o riducibili a quantità numeriche.

I cristiani non possono essere disposti ad accettare paradigmi economici che si siano rivelati reiteratamente fallimentari e inidonei a farsi positivamente e proficuamente carico di istanze economiche e sociali che riguardano la normale quotidianità della vita di molti e che sono diverse o antitetiche alle opache e incontrollabili istanze ragionieristiche della vita finanziaria di alcuni soggetti che viene svolgendosi non in termini di servizio ma di dominio rispetto alla vita economica reale. Essi, abituati dalla loro fede ad una continua metànoia ovvero ad una continua revisione delle proprie abitudini o schemi mentali, ad una costante trasformazione interiore di stili di vita non ancora sufficientemente prossimi a modelli coerentemente evangelici di comportamento, devono poter reagire con tutte le loro forze ad una politica idolatrica di Stato che tende irreversibilmente a giustificare lo stato di cose esistente attraverso il ripetuto riconoscimento della legittimità di vere e proprie pratiche usuraie, quali sono quelle adottate dall’alta finanza internazionale, che mentre strozzano l’economia dei popoli distruggono senza pietà la vita di moltissima gente.

I cristiani non possono tollerare che il culto del denaro, del profitto, della ricchezza illimitata venga esercitando in modo incontrastato una stabile e corrosiva egemonia rispetto al culto dell’amore, della giustizia sociale, della solidarietà, della vicinanza ai meno fortunati o agli svantaggiati di qualsivoglia natura, perché sanno che Dio non perdonerebbe loro la colpa di aver messo a tacere la propria coscienza dinanzi a logiche semplicemente immorali e anzi demoniache. Essi, per onorare la loro fede in Cristo, devono essere pronti a qualsiasi sacrificio e a condurre una vita molto più sobria e umile di quella resa possibile e incentivata per diversi decenni nell’ambito della cosiddetta società dei consumi, pur di non permettere a piccoli ma pericolosi eserciti, disseminati in tutte le parti del mondo, di speculatori, di sfruttatori, di individui senza scrupoli o almeno indifferenti ad elementari regole di moralità personale e pubblica, di continuare a seminare panico, povertà, fallimento, disperazione e morte in ogni regione del globo terrestre.

I cristiani devono invece poter favorire l’avvento di paradigmi economici più funzionali alla comune esigenza di creare le condizioni per una esistenza più libera e più degna di essere vissuta. Come scriveva tempo fa il fisico Francesco Sylos Labini, molto lodevolmente impegnato anche sul versante politico e sociale, necessita un epocale cambio di paradigma (Navigando nella follia dei mercati finanziari, in “Il Fatto Quotidiano” del 16 agosto 2012). Egli, in riferimento ai modelli economici per molto tempo e a tutt’oggi vigenti o prevalenti nei più accreditati ambienti dell’economia e della finanza internazionali, ha scritto quanto segue: «Quando un paradigma diventa cosí forte da sostituire qualsiasi osservazione empirica, esso si tramuta in un dogma e lo studioso finisce per vivere nel modello, senza più accorgersi di quello che accade nel mondo reale. Come ben sperimentiamo oggi, non c’è, infatti, nessuna stabilità nell’economia reale. Questa situazione è dovuta principalmente al ruolo dominante della finanziarizzazione dell’economia».

I cristiani si diano da fare per rispettare e far rispettare l’uomo cosí come è uscito dalla mente e dal cuore di Dio, cosí come è stato amato da Cristo crocifisso. Il Regno di Dio è incompatibile con le logiche degli attuali mercati finanziari e con le prassi politiche odierne che sanciscono il primato e la vittoria del denaro sulla sacralità della vita umana.