Papa Francesco tra giuste speranze e false aspettative

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

In generale, quando una persona appare buona, aperta, disponibile, dialogica, si tende spesso, talvolta forse senza avvedersene, ad approfittarne e ad aspettarsi da lui anche parole, gesti o scelte, che essa non potrà mai compiere a causa delle sue più intime convinzioni, dei valori e dei princípi cui è indissolubilmente legata. Se poi la persona è quella del nuovo pontefice della Chiesa cattolica, apparentemente cosí spontaneo, cosí gioviale e cordiale verso tutti e persino verso gli atei, è inevitabile che si vengano a creare nella pubblica opinione aspettative soggettive talmente indiscriminate e smisurate da indurre giustamente i cattolici a temere che l’iniziale simpatia di massa per papa Francesco possa poi tramutarsi col tempo in un sentimento altrettanto generalizzato benché ingiustificato di delusione e di amarezza. I cattolici più consapevoli e responsabili sanno infatti che papa Francesco, per quanto attento e sensibile a tante problematiche gravi e spinose del nostro tempo, per quanto vicino ai sofferenti e agli oppressi di tutte le parti del mondo, non potrà mai venire completamente incontro a certe specifiche istanze laiciste della contemporaneità che pure egli ha già mostrato di voler osservare, studiare e comprendere nel miglior modo possibile e con uno spirito quanto più possibile caritatevole.

Anche il migliore papa del mondo, non diversamente dal più umile e caritatevole cattolico del mondo, all’umanità in cammino non può dire sempre e solo dei “sí” ma deve dire anche dei “no”, altrettanto fermi e precisi, esattamente in linea con la parola evangelica. E’ quello che ha cercato di spiegare recentemente, in un suo intervento articolato in due parti e pubblicato su “Zenit”, il dott. Sandro Leoni, autorevole membro del Consiglio nazionale del Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa (denominato fino al 2001 Gruppo di ricerca e di informazione sulle sette o GRIS), il quale ha espresso per l’appunto il timore che la diffusa impressione di bontà che il nuovo papa sta diffondendo possa essere facilmente equivocata e presa per «un buonismo a buon mercato che bypassi o edulcori il problema della verità» (S. Leoni, Papa Francesco tirato per la giacca che fortunatamente non ha, 1ª parte, in “Zenit” del 24 marzo 2013).  

Giustamente, si osserva, tutti coloro che, indipendentemente dalla loro estrazione culturale e politica, sono in buona fede, non possono certo aspettarsi da questo papa un cedimento dottrinale a favore di un malinteso senso di carità e di ecumenismo universale. Il papa non c’è per servire l’umanità indipendentemente dalla parola di Cristo ma esclusivamente in ossequio alla parola di Cristo.

In questo senso, molto utili alla riflessione appaiono le domande poste: «Gesù era buono o buonista? La sua bontà e misericordia gli impediva di dare giudizi drastici contro chi falsava la verità rivelata? O forse non era venuto - lui Verità divina incarnata e preparato a morire per farcela conoscere nella sua purezza – proprio per dichiarare la verità religiosa a tutti? (cfr. Gv 1,18) Ha detto o no "chi è dalla parte della verità ascolta la mia voce"? (Gv 18,37; cf Gv 5,24)  e assicurato che chi ascolta le sue parole costruisce sulla roccia? (cfr. Mt 7,24) e non ci ha forse avvertito che la verità da lui portata sarebbe stata come un fuoco di guerra che avrebbe diviso gli animi di chi la accoglieva da chi la rifiutava perfino all'interno della parentela più cara? (cfr. Lc 12, 49-53)».

L’errore consapevole o inconsapevole sarà sempre presente nel mondo e non ci sarà mai un papa che, fino alla fine del tempo, potrà fare a meno di testimoniare e impegnarsi contro l’errore e di sollecitare gli erranti al pentimento e alla conversione. La verità di Cristo dovrà essere sempre annunziata e divulgata nella sua interezza con chiarezza e fermezza. Il papa, la Chiesa, da questo punto di vista, non potranno mai fare sconti a nessuno e d’altra parte le mode del “pensiero debole”, della “postmodernità”, della “società liquida”, non potranno mai spingere l’uno e l’altra ad alleggerire e a relativizzare l’eterno significato spirituale e il permanente valore salvifico della Bibbia e del Vangelo di Cristo, cosí come ammoniscono in modo esemplare i versetti del profeta Isaia: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro» (Isaia 5, 20).

E guai specialmente per chi si professa cattolico, se per caso dovesse ritenere intimamente compatibile la sua fede con  condotte di vita censurabili purché suscettibili di essere superate con semplici e sistematiche genuflessioni in confessionale. I cattolici devono stare attenti a non sdoppiarsi con disinvoltura e a non equivocare in modo superficiale il senso del perdono e della misericordia di Dio. Avere un cuore puro non è mai semplice, sia per chi si è sempre accostato ai sacramenti, sia per chi ha sempre peccato ma si sia poi convertito a Cristo, sia per chi esercita il ministero presbiterale, sia per chi partecipi con diverse modalità e sensibilità dell’universale sacerdozio di Cristo. Dove è proprio sulla effettiva purezza del suo cuore che ogni essere umano si gioca la partita della salvezza o della perdizione eterna.

Sono perciò giusti e condivisibili i seguenti avvertimenti: «Forse gioverà a tutti, sia alla società civile "laica" che ai cattolici chiamati ad essere luce sul candelabro, ricordare che la Chiesa è depositaria di un diritto divino e di un diritto ecclesiastico che non vanno confusi. Il primo consiste nella volontà, espressa o implicita, ricavabile dal pensiero di Cristo-Dio; il secondo è emanato, in base alle opportunità pastorali storiche, dalla stessa Chiesa per la conduzione concreta del popolo di Dio e delle strutture da essa create a tal fine. Sul primo essa non ha alcun potere, ma ha solo il dovere di rispettarlo e farlo rispettare da tutti i fedeli di Cristo (Papa compreso); sul secondo essa ha potere insindacabile, giudicato solo dalla rettitudine della propria coscienza che si interroga di fronte a Gesù Pastore e al fine della salvezza del gregge da perseguire. In concreto i "principi non negoziabili", pur essendo scopribili e condivisibili da un'etica laica non superficiale, rientrano anche nel diritto divino e perciò, a doppia ragione, è illusorio sperare che un Papa possa transigere sul rispetto ad essi dovuto. E' quindi impossibile aspettarsi cambiamenti di giudizio morale su aborto, omosessualità, manipolazione genetica, eutanasia, famiglia ecc... Da Papa Francesco dunque ci si potrà aspettare, se lo crederà opportuno, tutte le riforme che si vogliono  (per esempio relative alla struttura e funzionamento della Curia e di tutte le Congregazioni con cui la Chiesa governa la... barca di Pietro), perché tutto questo rientra nel diritto ecclesiastico, ma non un ripensamento su ciò che la Chiesa da sempre sa essere materia di diritto divino» (ivi).

Ne consegue certo la disponibilità a dialogare e a confrontarsi con tutti e su tutto, ma alla condizione di non abdicare mai ai princípi e ai valori della verità cristiana di cui è custode designata la Chiesa. In questo senso, anche il cosiddetto dialogo interreligioso dovrà avere i suoi punti fermi e i suoi paletti ben precisi per evitare che si possa scivolare verso una sorta di sincretismo religioso in cui non sia più possibile distinguere tra vera fede e falsa fede, tra l’unico vero Dio che è quello di cui ha parlato e dato concreta testimonianza nostro Signore Gesù Cristo ed altre divinità fondate su una infedele o parziale rappresentazione della stessa realtà divina. In particolare, la Chiesa dovrà continuare a camminare sulla via dell’evangelizzazione stando attenta a schivare il più possibile le sempre più esasperate esigenze di visibilità storico-mediatica di ebrei e islamici, affermando sempre chiaro e forte, sia pure nel quadro di rapporti umani cordiali e amichevoli, il concetto di un Dio uno e trino quale è venuto rivelandosi in modo sommo e definitivo nella figura storica di Gesù, figlio dell’uomo e figlio unigenito di Dio stesso. Dove, alla fine, resti ben chiaro che «il dialogo non è cosa facile... che fare dialogo significa imparare a perdonare... cercare di capire il cuore degli altri... mettersi al servizio dell'umanità intera e dell'unico Dio. Non bisogna fermarsi ai facili o apparenti risultati» (ivi, 2ª parte, 25 marzo 2013).

D’altra parte, è un concetto che papa Francesco, che ha già manifestato il desiderio di non riservare il dialogo solo ad ebrei e ad islamici oltre che a tutte le altre chiese o confessioni cristiane ma di estenderlo anche agli atei, ha inteso opportunamente ribadire appena qualche giorno fa nella Casa di santa Marta: Pietro, egli ha infatti affermato, «ci insegna che "la fede non si negozia”. Sempre c'è stata, nella storia del popolo di Dio, questa tentazione: tagliare “un pezzo alla fede" magari neppure "tanto". Ma "la fede è cosí, come noi la diciamo nel Credo". Cosí bisogna superare "la tentazione di essere un po' ‘come fanno tutti’, non essere tanto tanto rigidi", perché proprio "da lí incomincia una strada che finisce nell'apostasia". Infatti "quando incominciamo a tagliare la fede, a negoziare la fede, un po' a venderla al migliore offerente, incominciamo la strada dell'apostasia, della non fedeltà al Signore". Ma proprio "l'esempio di Pietro e Giovanni ci aiuta, ci dà forza". Cosí come quello dei martiri nella storia della Chiesa. Sono coloro "che dicono "non possiamo tacere", come Pietro e Giovanni. E questo dà forza a noi che alle volte abbiamo la fede un po' debole. Ci dà forza per portare avanti la vita con questa fede che abbiamo ricevuto, questa fede che è il dono che il Signore dà a tutti i popoli"» (Messa del pontefice a Santa Marta. La fede non si vende, in “L’Osservatore Romano” del 7 aprile 2013). Il Papa  ha quindi concluso l’omelia della messa da lui celebrata alla casa di santa Marta proponendo a tutti i fedeli di pregare cosí: «Signore, grazie tante per la fede. Custodisci la mia fede, falla crescere. Che la mia fede sia forte, coraggiosa. E aiutami nei momenti in cui, come Pietro e Giovanni, devo renderla pubblica. Dammi il coraggio» (ivi).

Questo coraggio sarà assolutamente necessario al papa, alla Chiesa, a noi tutti, tutte le volte che dovremo testimoniare la nostra fede nella sua radicalità evangelica sul piano dell’impegno morale, sociale e politico.