Diritti umani e amici di Satana

Scritto da Vinceslao Sarri. Postato in Contributi e testimonianze

 

Quali che siano state le drammatiche e complicate vicende attraverso le quali la Chiesa cattolica in materia di diritti umani è venuta  attestandosi ora su posizioni di avanguardia (principalmente ma non solo nell’epoca contemporanea) ora su posizioni di retroguardia, non c’è dubbio che essa, sia pure talvolta tra ritardi e incertezze, si sia impegnata e si impegni costantemente nella determinazione di ciò che possa o non possa essere compreso nella complessa e variegata famiglia dei diritti umani alla luce delle verità evangeliche. In particolare, il problema della Chiesa è sempre stato quello di chiedersi se e in che misura i cosiddetti diritti umani siano tali anche secondo Dio e secondo i diritti di Dio.

In realtà, come la Chiesa riconosce, gli uomini hanno diritti naturali inalienabili ma, poiché storicamente tra questi diritti vengono incluse anche istanze o esigenze umane che diritti non sono ritenuti universalmente da tutti e sulla cui liceità è senz’altro dato di dubitare, occorre che i cattolici facciano capo costantemente alle leggi di Dio, contenute nelle sacre scritture e nei vangeli, per stabilire cosa possa o non possa ragionevolmente essere accolto come incontrovertibile istanza etico-giuridica da promuovere e tutelare.

Peraltro, non si può non osservare che il maggior travaglio della Chiesa ha riguardato storicamente più il riconoscimento dei diritti civili e politici che non il riconoscimento dei diritti economico-sociali, sui quali ultimi anzi, a partire da papa Leone XIII (Rerum Novarum, 1891) secondo il quale la legge o il diritto naturale non poteva ritenersi (come sino a quel momento era accaduto) al di sopra della Chiesa e quindi come qualcosa che potesse vincolarla ma al contrario come qualcosa di cui la Chiesa era la depositaria e l’interprete, essa sarebbe venuta assumendo posizioni molto avanzate e, fatto salvo il ripudio della lotta di classe, spesso in linea con le posizioni dello stesso socialismo rivoluzionario di origine marxiana.

In tal modo, papa Leone poteva affermare che il diritto di proprietà privata fosse un diritto naturale ma che altrettanto naturali fossero il diritto dei lavoratori ad un giusto salario, il diritto all'associazione sindacale, il diritto ad essere tutelati in una condizione di bisogno - quindi il diritto passivo in qualche modo –, il diritto ad essere assistiti economicamente dallo Stato in caso di malattia o di infortunio o comunque di oggettiva necessità, che erano tutti diritti per niente ovvi e scontati per quello Stato liberale che in effetti sarebbe stato non poco avversato e per non poco tempo dalla Chiesa.

Ben diverso e segnato da un cammino più faticoso e ambiguo sarebbe stato invece l’atteggiamento della Chiesa verso quei diritti civili e politici, e in pratica tutte le forme della moderna libertà individuale sostanzialmente alla base dell’individualismo liberale contemporaneo, sanciti da grandi rivoluzioni quali la rivoluzione francese e la rivoluzione americana e obiettivamente non sempre cosí inoppugnabili come i diritti relativi a questioni economiche e sociali. Ora, con questa diffidenza verso i diritti civili e politici e con questa capacità di promozione dei diritti economico-sociali, la Chiesa affronta un momento storico cruciale, ovvero il periodo compreso tra le due guerre mondiali e in cui nascono i movimenti e i regimi autoritari che si muovono verso il totalitarismo.

Accade che tali movimenti e regimi pongano alla base della vita collettiva non l’individuo, non la persona, ma entità collettive quali la Nazione e lo Stato (fascismo), la Razza (nazismo), la Classe (comunismo sovietico), a causa di cui finivano per risultare pesantemente mortificati i diritti umani e gli stessi diritti personali. Tutti sanno quali effetti perversi e devastanti avrebbe prodotto questa situazione e, per quanto riguarda i Paesi dell’Europa orientale, anche molto al di là della fine della seconda guerra mondiale. Questo è il contesto storico alla luce del quale la Chiesa viene rivedendo la sua posizione tradizionalmente molto prudente e timorosa sui diritti civili e politici, sui diritti personali (sui quali tuttavia la Chiesa anche in passato non era stata totalmente latitante o contraria, come stanno chiaramente a dimostrare, solo a titolo esemplificativo, prese di posizione quali quelle di Francisco de Vitoria e Bartolomeo de Las Casas, domenicani spagnoli tra ’400 e ’500 che sono tra i principali fondatori del diritto internazionale), manifestando cosí indubbie e insospettate capacità di evolvere criticamente, anche se pur sempre in virtù di un suo rinnovato sforzo di fedeltà al vangelo di Cristo, verso posizioni meno incompatibili che in passato con talune istanze del mondo laico moderno.

La lotta che la Chiesa per circa un secolo e mezzo era venuta esercitando in modo veemente contro la cultura illuministica veniva cosí non solo stemperandosi ma significativamente trasformandosi in una appassionata difesa non solo e non tanto di diritti umani genericamente intesi, giacché l’illuminismo aveva sempre parlato in modo riduttivo dei diritti dell’uomo-individuo visto nella sua sola sfera civile e politica ma non anche nella sua più ampia e specifica sfera spirituale e religiosa, ma di diritti umani in quanto diritti della persona, come appare in modo inequivocabile già da un’affermazione contenuta nell’enciclica di Pio XI Mit brennender Sorge (Con viva preoccupazione, indirizzata in data 10 marzo 1937 ai vescovi tedeschi): «L’uomo come persona ha dei diritti che gli vengono da Dio e che quindi sono inalienabili».

La pur significativa evoluzione della Chiesa, tuttavia, non l’avrebbe mai sospinta verso la tentazione di un’esaltazione senza remore e senza discrimini di tutti i diritti e di tutte le libertà reclamate dalla contemporaneità. Nella “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 10 dicembre 1948, infatti, che lo Stato Vaticano non avrebbe mai sottoscritto, non tutti i princípi laici o laicisti e i diritti in essa elencati ed evocati (e in particolare l’art. 18 sulla “libertà religiosa”) sarebbero parsi compatibili con la dottrina cattolica e anzi da quei princípi e diritti veniva emergendo la prospettiva di una sia pur lenta e graduale “marginalizzazione” del fattore religioso dalla vita sociale.

Da quel documento poi sarebbero nate le monumentali e forse ancora incomplete tavole contemporanee dei diritti civili, delle libertà individuali, di istanze libertarie sempre più spregiudicate e trasgressive, volte a talmente assolutizzare l’individuo e la sua libertà di decisione e di scelta da costituire necessariamente una minaccia di dissoluzione di quella che la Chiesa ritiene essere l’autentica tavola dei diritti, non alternativa ma conforme ai diritti di Dio, e che essa dunque fa di tutto per conservare e trasmettere alle future generazioni di credenti e non credenti. 

Divorzio, aborto, omosessualità, matrimoni tra persone dello stesso sesso, eutanasia, tecniche procreative sempre più sofisticate, e chi più ne ha più ne metta, sono ormai celebrati dal mondo laico non confessionale e talvolta anche da segmenti del mondo cattolico come indiscutibili e irreversibili conquiste di civiltà, ma è del tutto evidente che su questo terreno la civiltà cattolica non solo non può convergere con la civiltà laica ma avverte il dovere spirituale e religioso di doverne prendere le distanze in modo radicale ed inequivocabile. Ormai, si assiste ad un proliferare di lobbyes vestite di sensibilità etica e spirito democratico ma in realtà orientate a colpire e demolire drasticamente i princípi fondamentali di una civiltà cristiana e cattolica e a modificare le caratteristiche della stessa struttura antropologica del genere umano. Il che è ampiamente dimostrato e confermato dal moltiplicarsi di attacchi non solo sconsiderati ma oltremodo rozzi e grossolani contro la Chiesa dipinta naturalmente a più mani come retrograda e reazionaria.

Certo, gli attacchi non sempre sono diretti: a volte sono silenziosi, garbati, obbliqui, nascosti in atti pubblici di rispetto formale e di omaggio istituzionale, fondamentalmente farisaici e dissimulati da una cordialità di facciata e da comportamenti personali solo apparentemente ineccepibili e disinteressati. Alludo per esempio a certi nostrani capi di Stato che, in linea con le lobbyes di cui sopra, sono tanto fermi nella denuncia delle presunte o reali discriminazioni contro gli omosessuali quanto timidi o inibiti nel riconoscere e denunciare, come farebbe qualunque persona dotata di un po’ di buon senso, ben più pesanti discriminazioni quali quelle operate da ben note oligarchie finanziarie internazionali contro un crescente e già enorme numero di cittadini italiani ed europei; oppure a certi presidenti della Camera dei deputati e del Senato, di recente nomina, che chiedono apertamente non solo il riconoscimento giuridico alle unioni omosessuali “anche in Italia", ma “la concreta protezione dei diritti degli omosessuali”. Affermazioni certo degne delle “idee chiare e distinte” di cartesiana memoria! Ma affermazioni da cui soprattutto potrebbe discendere la “concreta” possibilità che lo Stato adesso “si attivi” nell’elaborazione di procedure giuridiche finalizzate a colpire penalmente tutti i cosiddetti “omofobi”.

Il sindaco di Roma ha sentenziato in questi giorni che "l'omofobia è una stupida discriminazione. Roma ci insegna quotidianamente il rispetto verso il prossimo. Odio la parola omofobia. Non è una fobia. Non sei spaventato. Sei un cretino" (Giornata mondiale contro l'omofobia. Napolitano: "Intollerabili aggressioni a gay", in “La Repubblica” del 17 maggio 2013). A prescindere dal fatto che l’omofobia, termine molto impropriamente e vigliaccamente usato anche per colpevolizzare coloro che ragionano con la testa e non con altro, non è una discriminazione più stupida di quanto lo siano certe forme di eterofobia, cosa c’entra il ripudio di scomposte e pubbliche manifestazioni di rapporto omosessuale con la mancanza di rispetto verso il prossimo? Ma poi, anche se sono “stupido” perché “omofobo”, sarò libero di continuare a manifestare il mio pensiero e di rivendicare la totale legittimità e l’assoluta non sanzionabilità penale del mio aver paura delle cose che reputo oscure, insane, turpi e contrarie alla legge di Dio? Non sono libero? Lo sono, lo sono; lo sarò in ogni caso, qualunque cosa avvenga, perché, con l’aiuto di Dio, non vorrò appartenere agli amici di Satana.

Specialmente quando si parla di matrimonio, bisogna essere pronti a sostenere ed eventualmente a replicare che per i cattolici l'unica forma valida e legittima di matrimonio è quella relativa al rapporto tra un uomo e una donna, perché, come giustamente ricordava il cardinale Bergoglio già in una lettera del 15 luglio 2010,   l'unione matrimoniale tra persone dello stesso sesso è la «distruzione del piano di Dio, non è un semplice progetto legislativo, è una mossa del padre della menzogna per confondere e ingannare i figli di Dio» (si veda anche P. Conti, Le idee del pontefice, in "Corriere della Sera" del 15 marzo 2013).