Non indurci in tentazione ma liberaci dal male

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

1.  Questo scritto è dedicato alla memoria del cardinal Carlo Maria Martini che venne cimentandosi acutamente e significativamente, tra i tanti temi spirituali cui ebbe modo di dedicare la sua opera di esperto e fine esegeta, anche in un commento analitico sulla preghiera insegnata da Gesù: il Padre nostro. Di tale commento rivisto e corretto, che ha in massima parte ispirato il presente articolo, parve poi opportuno fare all’editore piemontese Portalupi un breve ma prezioso libro: Non sprecate parole. Esercizi spirituali con il Padre nostro, Casale Monferrato –Al-, 2005.

Con il Pater Noster Gesù insegna non solo ai singoli ma all’intera comunità di coloro che credono in lui a rivolgersi al Padre celeste cui ci si può rivolgere solo in lui e per mezzo di lui. A prescindere dalla persona storica di Gesù, Dio e Dio come Padre restano assolutamente inaccessibili perché l’unica via percorribile per conoscere l’unico e vero Dio, Dio come Padre celeste, è data esclusivamente da Gesù. Dire Pater Noster significa riconoscere che Dio è padre di tutti gli esseri umani, i quali di conseguenza sono fratelli tenuti ad amarsi gli uni gli altri come il Padre ama loro ed ognuno di loro senza preferenze pregiudiziali.

Bisogna però sottolineare che il fatto di rivolgersi ad un Padre comune non toglie che ognuno di noi possa sentirlo come suo Padre, come Padre che ascolta i singoli non meno che il gruppo o l’assemblea riunita in preghiera. Anzi, quanto più chiaro è nel singolo il senso di appartenenza spirituale all’intera comunità tanto più significativa è questa preghiera allorché venga singolarmente rivolta a Dio. Peraltro, il senso della recita individuale o collettiva del Pater non prescinde mai dalle particolari condizioni di spirito, dalle specifiche necessità spirituali e morali, dal determinato contesto culturale, sociale e politico, in cui si trovino in quel preciso momento la singola persona o l’intera comunità ecclesiale. Come ben spiegava il teologo Karl Rahner, Dio opera immediatamente  in me e parla al mio cuore, cerca il contatto immediato con l'anima di ciascuno, per chiedere a ciascuno una cosa che non chiederà a nessun altro.

Ecco perché il Pater Noster, per quanto venga recitato infinite volte, spesso viene assumendo o dovrebbe venir assumendo nella sensibilità degli oranti un valore e un significato sempre nuovi e misteriosi, come è del resto naturale che accada per la principale preghiera cristiana che non casualmente Tertulliano chiamava breviarium totius Evangelii ovvero preghiera evangelica per eccellenza. Se si riflette con la dovuta attenzione, essa riassume perfettamente tutto il Vangelo ed è per questo motivo che essa poteva essere recitata solo da Gesù e solo da lui essere insegnata.

Il rapporto, nella preghiera, nel ringraziamento, nella lode, con Dio-Padre, e quindi con Dio-Figlio che lo media rendendolo accessibile a noi, è il principale punto di riferimento del Pater, ma lo è anche nel senso che gli uomini chiedono di poter essere capaci di fare la volontà di Dio soprattutto attraverso un rapporto di perdono e di amore con il proprio prossimo. E, poiché Gesù è via, verità e vita, è solo nell’ambito della Chiesa visibile da lui voluta, dell’insegnamento e del magistero ecclesiale, che la recita del Pater e quanto ne consegua sul piano della condotta pratica possono raggiungere il loro più compiuto significato.

“Uno dei discepoli”, cioè uno dei tanti, non un discepolo qualificato, autorevole, come Pietro o Giovanni, alla luce dei nuovi insegnamenti annunciati da Gesù, avrebbe espresso un desiderio comune a molti chiedendogli: “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11, 1). 

Gesù, riferendo in questo caso la domanda al contenuto della preghiera, comincia a rispondere, in polemica con il modo di pregare dei pagani (“non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole”, Mt 6, 7-8), con un’esortazione: «Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate». Viene perciò criticata la preghiera che pretende di far conoscere a Dio ciò di cui abbiamo bisogno. Come dire: non pensate che la vostra insistenza puramente verbale sia magica! E fa seguire subito dopo la recita del Pater nella versione universale che tutti conoscono.

In altri termini, Gesù vuol far comprendere che la preghiera da rivolgere al Padre non dev’essere di natura meramente psicologica (la calma interiore, il raccoglimento, la concentrazione, tutte cose importanti ma non determinanti e del resto comuni anche oggi ai cultori di pratiche yoga o zen), ma innanzitutto basata su un affidamento esistenziale complessivo allo Spirito di Dio, che agisce in noi ancor prima che noi chiediamo qualcosa a Dio: ecco, Gesù ci insegna soprattutto a pregare nello Spirito, in un atto di fede nello Spirito e nella sua capacità di orientare la nostra preghiera quale che sia il nostro stato d’animo, il luogo in cui ci troviamo, le particolari situazioni in cui viviamo e operiamo. Gesù ci dice come predisporci a pregare e che cosa esattamente possiamo e dobbiamo chiedere a Dio.

In altri luoghi evangelici Gesù chiarisce le modalità della preghiera gradite a Dio: che essa non sia esibita e ostentata in pubblico ma sia recitata nel “nascondimento”, che essa sia detta con “sobrietà di parole”, che essa sia “costante” e in tal senso “insistente”, che essa sia sempre recitata avendo fiducia nel fatto che qualunque cosa accada “non resti mai inascoltata”.

Pregare il Padre significa pregare Colui che viene percepito come Creatore di tutte le cose e di tutti gli esseri umani di cui si prende cura paternamente, significa credere in una persona divina ma reale che educa i suoi figli a vivere anche in modo severo e ricorrendo talvolta a castighi che consentano loro di ravvedersi dei propri peccati e di potenziare la propria fede, significa affidare a questo Dio paterno la propria esistenza per intima spontanea e sempre nuova convinzione e non solo per educazione o meccanica abitudine, proprio come fanno istintivamente i bambini verso i loro genitori ovvero verso quelle persone che sono il loro rifugio e il loro conforto naturali.

Ma Gesù dice, e noi con lui diciamo Padre, perché in realtà il Padre ha già detto che Gesù è il suo Figlio prediletto (Mt 3, 16-17) e, implicitamente, che, dopo Gesù e in Gesù, ognuno di noi è suo figlio. Non ci può essere un Padre se il Padre non ha già riconosciuto il figlio. E’ solo perché Gesù ci dà il suo Spirito che noi, nel suo Spirito, possiamo dire “Padre, cioè Padre di Gesù e Padre mio”. Se siamo figli del Padre in e con Gesù, anche noi quando lo preghiamo gli chiediamo di insegnarci e aiutarci a fare la sua volontà e a perdonare continuamente come lui continuamente ci perdona. E, se in chiesa, la preghiera è pubblica, è corale, in quanto tutti i membri del popolo di Dio fanno professione di fede nel loro unico e comune Padre e in quanto ogni membro riconosce o chiede di essere e di potersi sentire in comunione fraterna con tutti gli altri membri dello stesso popolo di Dio, in privato ovvero “nel segreto”, come dice il vangelo, la recita del Pater riveste uno speciale valore spirituale, perché è proprio quando compiamo un gesto di perdono, di fede, di umiltà, di speranza, nel “segreto”, senza ostentazioni e strombazzamenti esteriori, e quindi senza essere visti o ascoltati da alcuno tranne che da Dio, che la paternità di quest’ultimo viene manifestandosi in maniera davvero forte e significativa.

Nel pregare un Padre che diciamo essere “nei cieli”, noi non ci limitiamo a distinguerlo dal padre terreno, ma riconosciamo soprattutto che il Padre da noi invocato è un Dio trascendente anche se presente attraverso Cristo e il suo Santo Spirito in mezzo a noi, un Dio che abita non in un mondo transeunte come il nostro ma in un mondo definitivo e privo di peccato e di morte, in cui tutto è destinato a compiersi perfettamente e in cui si danno solo vita e felicità eterne. Su questo punto non potrebbe esserci commento più felice e più autorevole di quello espresso dal cardinale Carlo Maria Martini: «Questo aspetto della preghiera mi ha sempre colmato di grande pace. Di fatto non siamo mai in una situazione chiara, viviamo sempre rasentati, sfiorati, talvolta coinvolti dal compromesso; la nostra è una situazione oscura, maligna, in cui non si sa mai bene se operiamo davvero secondo il Vangelo oppure no; siamo ogni giorno a rischio di ambiguità. Dicendo “Padre nostro che sei nei cieli”, confessiamo però che c'è un luogo dove tutto è chiaro, luminoso, limpido, dove tutto è giusto e vero. Se ci guardiamo intorno, siamo come affaticati, appesantiti e talora oppressi, dal cumulo di ingiustizie che ci circondano e delle quali, volere o no, siamo parte; proclamando “Padre che sei nei cieli” affermiamo che c'è una situazione in cui non c'è più ingiustizia, né lacrime, né amarezze, né incomprensione, né malinteso, e tutto è chiarezza, bellezza, purità. È quel Padre a cui non sfugge nulla dei nostri sacrifici, della nostra gratuità, delle nostre umiliazioni segrete, del silenzio che talora dobbiamo conservare a nostro danno per non coinvolgere altri. È il Padre che ricompensa tutto e al quale ci abbandoniamo in maniera fiduciosa e totale. È quel Padre che, secondo l'insegnamento di Pietro, ha cura di noi: “Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1Pt 5, 6-7)» (Non sprecate parole, cit.).   

Mentre invochiamo il Pater che è nei cieli noi esprimiamo perciò la nostra certezza che, benché quaggiù siamo spesso disorientati e confusi e incapaci di incidere su situazioni personali o comunitarie di violenza, di ingiustizia o di oppressione, egli conosca il significato di tutto ciò che accade e che prima o poi non mancherà di dar ragione a chi ha ragione e di fare giustizia a chi chiede umilmente giustizia. E’ questa certezza che conferisce a questa preghiera non una semplice funzione psicologica, meramente consolatoria o scaramantica, per cui la stessa fede in tal caso sarà esteriore e convenzionale, ma una ben più lucida e responsabile funzione spirituale che consente al credente di percepire, pur in mezzo a tante situazioni problematiche che però non offuscano e non rendono incerto il suo giudizio e il suo orientamento morale, le cose spirituali come cose reali e anzi come le cose più reali della sua quotidianità.

In questo senso il Pater Noster non può non dare coraggio, non può non consentirci di rimettere ordine nei nostri pensieri e di restituirci una pace interiore soprattutto nei momenti di maggiore turbolenza emotiva e di maggiore smarrimento morale. Il Padre, che viene chiesto sia santificato ovvero sia glorificato e quindi riconosciuto attraverso le sue proprie manifestazioni di potenza nella storia umana e anche attraverso la nostra stessa condotta di vita, viene in altri termini considerato, sentito, sperimentato non come un’idea, una vaga possibilità, una generica speranza, ma come qualcosa o meglio come qualcuno che, sia pure nella sua trascendenza, già qui e ora, nella caotica relatività e nella massiccia malvagità delle vicende umane, sta concretamente operando e dimostrando la sua straordinaria grandezza.

E’ poi evidente che, nel riconoscere e nel vivere l’assoluta realtà di Dio, gli si debba chiedere di concederci l’avvento del suo regno di perfetta giustizia e di metterci nella condizione di corrispondere alla sua volontà (venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà), benché su questa terra persino le sue più volenterose ed integre creature incontrino difficoltà non irrilevanti ai fini di una piena o ineccepibile osservanza dei suoi precetti. Se nella prima parte del Pater si dichiara la propria fede nella grandezza e nella santità di Dio invocandone la concreta e stabile presenza anche in questo mondo imperfetto e provvisorio, implorandolo di metterci nella condizione di ottemperare alla sua volontà con condotte di vita a lui gradite e con il cuore sempre aperto alla sua grazia e alla sua misericordia in attesa e in funzione del completo dispiegamento del suo Regno cui noi stessi siamo chiamati a cooperare (sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo cosí in terra), nella seconda parte la preghiera assume le caratteristiche della richiesta umana di benefici che solo per grazia possiamo sperare di ottenere: il pane quotidiano nel significato materiale e spirituale del termine, la remissione dei peccati (da cui non potremmo scioglierci autonomamente) con annesso e connesso impegno a fare noi altrettanto nei confronti di chi ci danneggia o ci fa del male, e infine la liberazione dal male e dal maligno che specialmente nei momenti più difficili e drammatici della nostra esistenza ci inducono a disperare dello stesso aiuto divino, che viene richiesto proprio per far fronte a questa terribile tentazione,  e insidiano costantemente la nostra salvezza spirituale.

2. Non indurci in tentazione, recita ad un certo punto il Pater: perché? Perché lo spirito è pronto ma la carne è debole (Mt 26, 41), e quindi, se tu Padre non ci proteggi, non ci assisti continuamente, è come se tu stesso ci lasciassi in balìa delle tentazioni. Perciò, ti preghiamo non solo di darci la forza di resistere alle molteplici tentazioni cui siamo quotidianamente sottoposti, ma anche di liberarci dal male: non necessariamente dai mali fisici o morali che possono valere anche come occasione di riscatto e come strumento di redenzione, ma dal male ovvero da tutto ciò che può allontanarci irrimediabilmente da te. In fondo la liberazione dal male, dal peccato, è parte integrante, sostanziale della missione di Gesù. Per questo rimette a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Noi siamo carnali, siamo fragili; in noi molte sono le contraddizioni e le zone oscure, tra noi molte sono le incomprensioni, le discordie, le divisioni. Non dobbiamo scandalizzarcene ma dobbiamo comunque cercare con tutte le forze di vivere la comunione fraterna di cui Gesù ci ha parlato e per la quale ha pregato (cf Gv 17); dobbiamo tendere all'unità in una comunità in qualche misura sempre conflittuale. Se lo riconosciamo, saremo beati e non ci spaventeremo troppo; agiremo positivamente e propositivamente, imparando che non conta il nostro sforzo né quello di Apollo o di Cefa, perché è Dio che irriga e fa crescere.

La formula “non indurci in tentazione” nei secoli alla Chiesa è sempre parsa un po’ scandalosa, giacché è difficile pensare che Dio possa indurre l’uomo a qualcosa di cattivo: lo stesso Gesù non fu forse indotto in tentazione da Satana proprio contro il suo Padre celeste? Perciò, la Chiesa ha cercato sempre di riesprimere e reinterpretare in termini più accettabili tale formula e oggi una delle traduzioni più accreditate sembra essere quella che suona “non abbandonarci nella tentazione”, sebbene, anche in questo caso, non si capisca per quale motivo il Signore dovrebbe quasi sadicamente abbandonare i suoi figli nelle prove più difficili e sfibranti. Del resto, se ci si scandalizza di questa espressione del Pater (non indurci in tentazione), forse ci si dovrebbe scandalizzare ancora di più della frase pronunciata da Gesù sulla croce “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato!”, perché è molto difficile pensare che Dio Padre possa abbandonare suo Figlio Unigenito nel momento più tragico della sua vita terrena.

Ma, come nel caso di Gesù, che non mette in dubbio l’amore del Padre ma solo non capisce in quanto vero uomo perché in quel frangente egli non intervenga a suo favore per alleggerirgli quanto meno la pena, il Padre gli fa sperimentare una condizione di totale e sia pure apparente abbandono proprio perché sia o fosse chiaro a noi tutti che lo strazio della morte di suo Figlio non sarebbe stato certo inferiore a quello di qualunque altro essere umano, cosí anche colui che recita il Pater lo prega di non indurlo in tentazione nel senso che lo prega di non chiedergli cose o atti troppo difficili per le sue forze e tali da poterlo realmente indurre nella tentazione di non confidare abbastanza nella misericordia e nella giustizia di Dio. Non tutti gli uomini, infatti, possono avere la stessa capacità di oblazione incondizionata che fu propria, ad esempio, di un Abramo (in tal senso indotto nella tentazione di non corrispondere alla volontà del Signore) o di una donna come Maria di Nazaret e naturalmente di Gesù redentore.

Gesù, dunque, ben consapevole dei pregi ma anche dei limiti umani, ci invita, con una espressione abbreviativa, a fare professione di umiltà e a chiedere al Padre di non sottoporci a prove cosí difficili e insopportabili da indurci alla fine a dubitare di Lui, della sua misericordia e della sua giustizia. Non indurci in tentazione, in ultima analisi, significa: “noi  siamo limitati, Signore, anche al di là dei limiti di cui siamo consapevoli; tu sai quali siano i nostri reali limiti, perciò ti preghiamo di risparmiarci tutte quelle esperienze, tutte quelle situazioni, tutte quelle sofferenze, privazioni, umiliazioni, che, per la loro valenza eccessivamente traumatica e sia pure apparentemente disumana, potrebbero indurci in tentazione ovvero nella tentazione di smarrire o di ridurre la fede pure sincera e profonda che abbiamo in te”.

Ecco, non indurci in tentazione, non farci trovare in situazioni troppo più grandi di noi, non sottoporci a prove troppo complicate, non voler esaltare la nostra santità troppo al di là delle nostre effettive capacità, perché altrimenti alla fine potremmo cadere nella depressione e cedere alla tentazione di non sentirti più nella nostra vita e nel nostro cuore. A Gesù hai lasciato che fosse fatto di tutto, che non fosse risparmiata alcuna umiliazione e atrocità, ma noi, pur disposti a portare la nostra croce, ti preghiamo di avere pietà delle nostre debolezze e della nostra paura di non riuscire a fare sempre e comunque tutto quello che ti aspetteresti da noi, perché noi vogliamo somigliare a Gesù ma non possiamo pretendere di essere come Gesù in tutto e per tutto né possiamo essere sempre sicuri che ogni nostro gesto, ogni nostra scelta, ogni nostra decisione e iniziativa, corrispondano perfettamente allo spirito evangelico. 

Non indurci in tentazione e quindi liberaci dal male  (quel “ma”: “ma liberaci dal male”, ha valore esplicativo, non avversativo), non dai mali, non necessariamente da questo o quel male fisico o morale, che cercheremo di utilizzare nel miglior modo possibile per la nostra purificazione e la nostra redenzione, ma dal male, da tutto ciò che può allontanarci e separarci da te, e quindi dal peccato e da tentazioni troppo violente e opprimenti che potremmo non essere capaci di superare. Se gli altri ci perseguitano non solo ingiustamente ma sistematicamente, noi potremmo stancarci di subire ed essere tentati di non perdonare, di desiderare la vendetta o di imprecare e indurire il nostro cuore; se una donna o un uomo, approfittando di una nostra condizione di solitudine e di fragilità emotiva, tentano di coinvolgerci in una relazione sentimentale o sessuale, potremmo essere tentati di cedere ai nostri istinti o alle nostre passioni per lungo tempo represse; se, tartassati da tasse e creditori oltre ogni limite di ragionevolezza e per nulla aiutati dallo Stato, ci sentiamo del tutto impotenti e disperati per noi e la nostra famiglia, potremmo essere tentati di toglierci la vita.

Per tutto questo e altro ancora chiediamo al Signore di non indurci in tentazione e di liberarci dal male, da quel male che non si esaurisce o non consiste necessariamente in singoli mali e che può indurci anche a non desiderare o a non desiderare più intimamente che sia veramente santificato e glorificato il nome del Signore, che possa il più presto e il più completamente possibile attuarsi anche su questa terra il suo regno di amore e di giustizia, che ogni nostra azione come ogni processo storico possa essere conforme alla sua volontà e agli stessi insegnamenti di Cristo. Se indotti, troppo al di là della nostra capacità di resistenza spirituale, ad esser tiepidi o indifferenti verso il Signore, noi ci troveremmo esposti alla peggiore delle tentazioni possibili: a quella di rompere la relazione d’amore e di fiducia con Dio.

A tale terribile tentazione e al devastante male spirituale che vi si trova connesso, ci si può trovare esposti in modo particolare allorché, come scrive Martini, «facendo il bene, ci troviamo in un ambiente che ci critica, ci impedisce, ci mette i bastoni nelle ruote, ci prende in giro, ci blocca. Dobbiamo allora avere molta pazienza, molta perseveranza e molta umiltà. Sovente le nostre tentazioni sono appunto contraddizioni, che magari ci vengono dalla stessa comunità cristiana, dalle persone che pensavamo più vicine, più attente e invece non capiscono, ci contrastano, ci deridono, ci smorzano» (op. cit.). Beninteso, anche per coloro che servono con maggiore generosità il Signore sussiste il pericolo di andare fuori strada e di perdere il contatto con Lui, «perché il demonio li tenta spingendoli per esempio sulla via della penitenza, dell'austerità, col pretesto della povertà, dell'autenticità, della sincerità, della giustizia, e fa compiere loro opere sbagliate. Si illudono di essere chissà chi, ma calpestano le regole più comuni del vivere onesto, appunto sotto la bandiera della purezza, del rigore, della radicalità evangelica, e vanno facilmente fuori strada» (ivi).

Infine, ci sono uomini cui accade di chiedersi in modo del tutto gratuito e stolto, semplicemente a causa di comuni seppur dolorose disgrazie subíte e persino di fatti abbastanza banali come ad esempio il mancato soddisfacimento di determinate aspirazioni personali, dove mai si nasconda Dio. Lo stesso popolo ebraico continua ancor oggi a chiedersi in modo del tutto retorico, e qui la valutazione è forse distante da quella di Martini, se non addirittura infantile e sterilmente polemico ad un tempo, perché Dio non sia intervenuto a suo favore durante la Shoà, apparentemente inconsapevole o dimentico del fatto che lo stesso destino di annientamento era toccato al più giusto degli uomini e al Figlio unigenito di Dio, da esso peraltro misconosciuto nel corso dei secoli.

Ma, specialmente in questo tempo, c’è anche una tentazione di massa che riguarda i cristiani, perché «se tutto si costruisce secondo parametri economici, politici, culturali che non tengono conto di Gesù, considerandolo al massimo un ornamento per l'albero di Natale; se l'ambito dei mass media e dei divertimenti, la vita pubblica in genere si svolge come se Dio non ci fosse, molti cristiani cedono a questa forte tentazione, che li porta a vivere una doppia vita: in parrocchia pregano, ma fuori della parrocchia è come se Gesù non ci fosse» (ivi). Ma il vangelo di Cristo non è forse, anche sul piano personale, il vangelo della gioia in un mondo travagliato e sofferente, dell’amore in una società ingiusta e superficiale, della speranza nella disperazione di tante nostre giornate e di tante realtà storico-umane?

I cristiani vorrebbero sentirsi più importanti ed influenti di quel che sono, ma non è questo, evangelicamente parlando, il loro vero destino spirituale. Il significato di quel che dicono e fanno è proprio nell’insignificanza loro attribuita dal mondo, il valore della loro testimonianza di fede non risiederà mai in un glorioso riscontro loro riservato da poteri e autorità di questa terra ma sempre e solo nella qualità della loro esperienza di crocifissi in Cristo e per Cristo.

Pertanto, Signore, liberaci dal male e soprattutto da quel maligno da cui, come tu stesso pregavi, è necessario che il Padre ci protegga costantemente (Gv 17, 15). Liberaci dal male e quindi innanzitutto da quella terribile tentazione di non sentire più la necessità di credere intimamente in un Padre celeste, che conosce i nostri bisogni ancor prima che glieli facciamo presenti e che tuttavia si aspetta che i suoi figli gli chiedano consapevolmente e amorevolmente tutto ciò di cui legittimamente necessitano, con conseguente e drastica riduzione del desiderio di santificarlo e glorificarlo con la nostra vita, di implorare l’avvento del suo Regno, di operare in ottemperanza alla sua volontà, di avvertire insomma l’impellente bisogno della sua presenza nella nostra giornata terrena e nella storia stessa degli uomini.

Liberaci dal male perché da soli, e per quanto ci si possa sforzare di seguirti fedelmente, non siamo capaci di liberarci adeguatamente dalla malvagità che ci circonda da ogni parte, che ci seduce, ci sconvolge, ci travolge, ci sollecita a lasciarci andare a parole rabbiose e ad atti inconsulti. Liberaci dal male, proprio nel senso in cui te lo chiedevano nei Salmi il malato, il prigioniero, lo sconfitto, che chiedono di essere tratti fuori dalla fossa e di non essere lasciati in balìa del nemico. Certo, Signore, noi ti chiediamo anche di liberarci, di preservarci da tanti orrendi mali ordinari di questo mondo: come potremmo non chiederti di proteggere i popoli o singole persone da guerre fratricide e sanguinose, cariche di odio e di crudeltà, o anche da finti “atti di guerra umanitari”; da stupri di massa o comunque da atti vili e gratuiti di violenza sessuale e non sessuale; da efferate azioni omicide a sfondo terroristico o a sfondo criminale; dai sentimenti ostili di chi non ama né la tua giustizia, né il tuo diritto? Ma, alla fine, ci rendiamo conto del fatto che, comunque vadano le cose, dobbiamo chiederti di liberarci principalmente dal male dei mali, ovvero dalla possibilità che noi possiamo dannarci o autodannarci, allontanandoci anche solo inconsapevolmente da te e dai tuoi santi comandi.

In rapporto a questo male assoluto, gli altri mali restano pur sempre dei mali relativi, dei mali più o meno angoscianti o scarnificanti ma relativi rispetto alla possibilità di riguadagnare tutto e di continuare a vivere felicemente dopo la morte terrena. A questo male assoluto si può giungere in diversi modi, perché le sue vittime non sono solo tra coloro che vivono da peccatori impenitenti, ma anche e persino tra coloro che si sforzano sinceramente di vivere secondo il vangelo. Come osserva acutamente il cardinal Martini, in una pagina che qui si ritiene opportuno riportare per intero:  «Soprattutto chi cammina nella via della verità e del Vangelo viene attaccato dal Maligno con la tristezza. “È proprio dello spirito cattivo rimordere, rattristare, creare impedimenti, turbando con false ragioni affinché non si vada avanti”, suggerendo che non siamo capaci, che per noi è troppo, che non ce la facciamo. È il modo di agire ordinario del Maligno con chi cerca di camminare bene, di vivere il Vangelo: rattristarci facendoci perdere coraggio, perdere quota, infondendo tristezza e malinconia.

Sant'Ignazio descrive bene questa desolazione spirituale che oscura l'anima, l'inclina alle cose basse e terrene -quasi un gusto della sensualità-, la inquieta con vari tipi di agitazioni e tentazioni -perdita di punti di riferimento, confusione, disordine-, la rende sfiduciata, senza speranza, senza amore, pigra, tiepida e come separata dal suo Creatore e Signore...È l'azione tipica dello spirito del male che ci sta agitando, ed è assolutamente indispensabile saperla riconoscere e chiamarla con il suo nome.

Altra azione dello spirito del male è quella di spaventare. Scrive Ignazio nella Regola XII: “È proprio del nemico indebolirsi, perdersi d'animo e indietreggiare con le sue tentazioni quando la persona che si esercita nelle cose spirituali si oppone con fermezza alle sue tentazioni, facendo in modo diametralmente opposto. Ma se, al contrario, la persona che si esercita comincia ad avere timore o a perdersi d'animo nel fronteggiare le tentazioni, non c'è sulla faccia della terra bestia più feroce del nemico della natura umana che persegua con maggiore malizia il proprio dannato intento”...Infatti quando uno è spaventato, titubante, incerto, viene facilmente schiacciato dal demonio.

Lo spirito del male, dunque, seduce, rattrista, spaventa; e, ancora, occulta, nasconde. “Quando il nemico della natura umana suggerisce a un'anima retta le sue astuzie e persuasioni” soprattutto sotto colore di bene, “vuole e desidera che siano accolte e tenute in segreto: mentre gli dispiace molto se questa le scopre al proprio confessore o ad altra persona spirituale esperta nel conoscere i suoi inganni e le sue cattiverie, perché si rende conto di non poter portare avanti l'opera incominciata, dal momento che sono stati scoperti i suoi inganni”» (op. cit.). 

Il Pater non è una preghiera per anime pie che facciano di un vivere tranquillo e ordinato, incentrato sugli ordinari impegni familiari e su una ineccepibile partecipazione alla vita religiosa della parrocchia oltre che sulla cura di inevitabili e a volte indispensabili relazioni interpersonali, la loro principale aspirazione. Il Pater è una preghiera per persone che non vogliono rifuggire dall’oggettiva e talvolta drammatica conflittualità della loro esistenza, che non vogliono eludere impegni e responsabilità che tocca loro di assolvere anche al di là degli schemi ordinari di una tranquilla vita domestica e di una convenzionale vita civile e religiosa. Il Pater è per chi non concepisce e non vive la propria vita come «un cammino evolutivo tranquillo» ma come una lotta continua contro un sempre risorgente desiderio egoistico e non altruistico di pace, contro un’esigenza tendenzialmente individualistica ed utilitaristica e non comunitaria e solidaristica di amore e di giustizia, contro un persistente modo soggettivistico e privatistico di intendere la propria fede e la propria religiosità.

Ma se, al di là di ogni difficoltà e di ogni pericolo, ci ostineremo a cercare la grazia di Cristo, anche noi, con lui e come lui, “vinceremo il mondo”.