Tra perbenismo e trasgressione

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Occorre evitare luoghi comuni del tipo: “oggi la vera trasgressione è essere normali”, per il semplice fatto che tante volte l’essere normali coincide con l’essere soggetti “normalizzati” o “perbenisti” e quindi il più delle volte anche ipocriti e conformisti. Ma bisogna diffidare anche di certi maestri laici che fanno consistere la vera libertà nella capacità personale di trasgredire non solo sul piano intellettuale ma anche e soprattutto sul piano morale e sessuale, non perché questa posizione sia in sé necessariamente falsa e pruriginosa ma perché, ove non venga adeguatamente articolata e motivata, può essere recepita in modo cosí generico e ambiguo da produrre effetti semplicemente banali o dannosi in sede di critica comportamentale, morale e sociale. 

Da una parte e dall’altra abbiamo a che fare con posizioni che possono essere valide solo in alcuni casi e in situazioni personali o comunitarie ben definite e circoscritte, ma non sempre e in senso generale.

E’ vero che oggi si fa spesso a gara a chi riesce ad essere più trasgressivo e quindi più spregiudicato e furbo rispetto ad un sentire e ad un agire comuni almeno formalmente in linea con precetti tradizionali di morigeratezza personale e di integrità etico-civile, e quindi di correttezza e rispetto verso l’altro e verso regole scritte e non scritte di convivenza, e che alla fine un tale modus vivendi produce solo danni oggettivi a chi ne resti vittima e alla stessa collettività. Ma a questo non può contrapporsi come infallibile correttivo morale la tesi ancora perbenista per cui sarebbe trasgressivo nel senso più virtuoso del termine colui che, contro tutti e tutto, sia capace di ottemperare fedelmente a determinati e canonici doveri morali, sociali o religiosi, come se quest’ultimi non fossero in nessun caso da cambiare, da correggere o da integrare, e soprattutto come se a pubbliche virtù non potessero accompagnarsi in realtà limiti o vizi privati nascosti, sempre suscettibili di far emergere il vuoto o l’aridità esistenziale di determinati comportamenti e del tutto incompatibili con pratiche umane realmente degne di lode.

D’altra parte, non è che un uso critico dell’intelligenza e un sapiente e generoso esercizio della propria sensibilità morale, pur spingendo chi ne sia capace oltre i limiti della sua personalità e verso assetti interiori sempre più equilibrati e maturi e tali pertanto da accrescere considerevolmente la libertà spirituale del suo o dei suoi beneficiari, renda ermeticamente immuni da pesanti cadute. Questo sarebbe certo un bel modello di trasgressività non debole ma forte e valorialmente non infima ma pregevole. Tuttavia, come l’esperienza stessa insegna, anche una siffatta trasgressività “positiva”, se la si vuol qualificare cosí, non rende certo immuni da violente turbolenze di ordine pulsionale ed emotivo che, radicate nel proprio inconscio e in esso magari sonnecchianti  per lungo tempo o apparentemente sopite, possono sempre esplodere nella vita personale ben al di là di ogni possibilità di controllo soggettivo.

Anche nel caso del trasgressivo virtuoso che potrebbe risultare ben compatibile con l’uomo evangelico sempre proteso alla ricerca di Dio e al compimento di un compito spirituale infinito, sussiste la possibilità di comportamenti, scelte, atti irrazionali e irresponsabili, cristianamente evitabili o superabili solo attraverso l’assidua preghiera, la consapevolezza della propria vulnerabilità e delle proprie specifiche debolezze, l’umile e addolorato pentimento, la frequente pratica della confessione o riconciliazione, l’abituale partecipazione alla celebrazione eucaristica.

Il giovane che desideri affrancarsi dall’“autorità degli adulti” è un giovane giustamente trasgressivo in quanto è del tutto legittimo il bisogno di autonomia, di indipendenza, senza cui sarebbe molto difficile diventare realmente “adulti” ed esercitare pienamente la propria libertà. Ma se tale bisogno sfocia poi nell’assunzione di abitudini dannose per la sua salute fisica e psichica, come per esempio il rientrare a casa sempre a tarda notte, l’ubriacarsi spesso, l’assumere droghe, oppure una condotta marcatamente egocentrica e avida, un’autostima più ostentata che reale, un’inclinazione ad usare gli altri solo come oggetti o come strumenti di soddisfacimento di desideri illeciti, è evidente che tutto questo non avrà più nulla a che fare con una sana idea della trasgressione.

Ma è altrettanto chiaro che anche quei soggetti giovanili o già adulti dediti in forme composte ed equilibrate allo studio, al lavoro, all’impegno e alle attività parrocchiali o diocesane, ad un’ordinata gestione della vita familiare, e perfettamente osservanti di tutte le principali norme sociali e giuridiche oltre che dei precetti religiosi, non sono immuni da critiche, soprattutto da un punto di vista spirituale e religioso, se questo comportamento apparentemente ordinato si trovi ad essere strettamente intersecato con una ricerca affannosa e spregiudicata di ricchezza o di profitto; con la tendenza a farsi sempre e comunque i fatti propri per non avere grattacapi di nessun genere; a non guastarsela mai né per sé né per altri con persone influenti indipendentemente dal fatto che abbiano ragione o torto; ad avere dei poveri, dei non abbienti, delle persone svantaggiate o disabili, una concezione prettamente paternalistica e odiosamente pietistica e fatta quindi ben più di commiserazione e di “carità pelosa” che non di condivisione materiale e spirituale da una parte, e di avversione etico-politica verso strutture e comportamenti iniqui di potere economico e politico che sono all’origine di tanta miseria diffusa e di tanta ingiustizia sociale, dall’altra.

Qui si ha a che fare, come facilmente può comprendersi, con persone che pur godendo di rispettabilità sociale e potendo vantare indubbi titoli di merito dal punto di vista delle consuetudini familiari, etico-sociali e religiose, in realtà vengono praticando da un lato un’etica della convenzione e della convenienza più che della convinzione e della responsabilità e, dall’altro, vengono coltivando una fede sostanzialmente ipocrita o bigotta che, salvo il formale rispetto di alcuni essenziali princípi dottrinari, producono effetti spirituali e pratici molto limitati ed inefficaci.

Il cristiano talvolta, senza forse rendersene conto, è vittima di una mentalità perbenistica che di solito presenta una duplice articolazione: una è quella che riguarda la febbrile attività da lui svolta in campo professionale o istituzionale, in campo sociale ed economico, dove sono spesso in gioco interessi finanziari e prestigiose cariche di varia natura o più semplicemente significativi e gratificanti riconoscimenti di ordine psicologico e retributivo, l’altra è quella che caratterizza tendenzialmente in senso egoistico e privatistico la complessiva attività professionale e sociale ed etico-religiosa da lui svolta.

D’altronde, se si trasgredisce solo per noia, per mancanza di emozioni e progetti, per mettersi alla prova e sentirsi giovani, per stupire o per emulazione, e quindi per sentirsi vivi, unici o importanti, francamente si è in presenza di una trasgressione priva di creatività e di significativa originalità. Solo se la trasgressione non è quella di una massa di individui e non è quindi una specie di regola sociale che in quanto tale non abbia proprio niente di trasgressivo, ma è una trasgressione “unica” e dunque la “tua” trasgressione che si sceglie di compiere in un lucido stato di scienza e coscienza, si può parlare di sana trasgressione, di una trasgressione sempre soggetta al controllo personale di chi l’ha compiuta e pertanto non suscettibile di mettere a rischio la propria vita o la propria dignità e quella degli altri.

La trasgressione non sarà solo il risultato psicologico di un capriccio o di una bravata o di un momento di profonda frustrazione, ma potrà presentare una significativa valenza spirituale se non cederemo alla tentazione di mettere la nostra esistenza in continua “corsia di sorpasso”, perché in tal caso il rischio sul piano esistenziale sarà simile a quello di chi è al volante di una vettura tenuta appunto costantemente in “corsia di sorpasso”: si pensi a cosa possa accadere nell’ambito della sessualità o dell’amministrazione dei propri beni o dell’esercizio della propria professione. 

Da un punto di vista strettamente psicologico e non ancora in senso patologico, la trasgressione è importante per la crescita di ogni individuo. In fondo, come diceva Jung, essa è una “legge del proprio essere”, nel senso che in ognuno di noi c’è una spinta a guadagnarci la nostra vera identità nonostante difficoltà interiori o circostanze esterne che sono spesso fonte di forti conflittualità psichiche. Essa quindi, intesa come atto diverso dal consueto modo di agire, può a volte esercitare una funzione catartica e quindi liberatoria rispetto ai conflitti che tendono a bloccarci o a paralizzarci. Tuttavia, anche qui la trasgressione potrà evitare di avere implicazioni negative o patologiche solo se essa resterà sotto il vigile e solerte controllo critico del suo autore o della sua autrice, solo se l’eros (da intendere qui nel senso di pulsioni in genere) non prenda mai decisamente il sopravvento sul logos, sulla coscienza, sulla capacità di bloccaggio morale e spirituale. Ovviamente, per i cristiani il logos non può essere altro che il logos di Cristo: il suo vangelo, il suo insegnamento e la sua opera.

Si può dunque tentare di dare una definizione cristiana di trasgressione: ogni atto di trasgressione che comporta una crescita della libertà spirituale, una capacità di tendere criticamente ma non esasperatamente o fanaticamente alla verità delle cose attraverso un continuo e corretto confronto con la Parola di Dio e con sane o virtuose forme di saggezza ed esperienza umane, un potenziamento della propria autonomia morale e spirituale e della propria volontà di lotta contro strutture soggettive ed oggettive di peccato, un affrancamento sempre più veritiero e più completo da giudizi conformistici di massa e da riprovevoli stili di vita pur largamente condivisi, una testimonianza non meccanica di fede ma rinnovata quotidianamente attraverso un continuo esercizio di combattiva umiltà e fiduciosa sottomissione alla volontà del Signore, può essere ben definito un benefico atto cristiano di trasgressione.

Ma purtroppo le forme moderne e contemporanee della trasgressione sono generalmente molto diverse da una trasgressione cristianamente intesa. Esse, infatti, quasi sempre appaiono completamente sganciate da ogni sia pure residuale sentimento di pudore, perché in esse lo sguardo intellettuale ed emozionale viene esercitato ormai senza alcun limite e si incita alla liberazione da qualunque ostacolo al desiderio individuale, lecito o illecito che sia. In questo modo, il pudore sembra non avere più casa, per cui c’è sempre meno differenza tra il desiderare qualcosa e soddisfare il desiderio, segno preoccupante del fatto che, come dicono gli psicoanalisti, è ormai decisamente in via di estinzione l’antica e necessaria figura del Padre e forse persino quella del mitico e rivoluzionario “inconscio”. Ma senza pudore non può esserci libertà, non in senso moralistico ma semplicemente perché senza un qualche significativo paletto di liceità e illiceità ogni nostro atto può essere esercitato solo per necessità e non per libertà, come per necessità e non per libertà esercitiamo gli atti quotidiani del bere, del mangiare, del defecare o del respirare.

Il nostro tempo presenta una vasta gamma di realtà in cui tra desiderio e soddisfacimento del desiderio intercorre un confine cosí sottile da apparire il più delle volte insussistente: la globalizzazione delle merci e delle persone ridotte a merci, la cosiddetta deregulation neoliberista per cui in sostanza ad affermarsi o a sopravvivere economicamente sono sempre i più forti, la società omnipervasiva dello spettacolo con annessa e connessa spettacolarizzazione della politica che trova il suo principale scopo nel potere personale, un giovanilismo di massa, l’esibizione della ricchezza come testimonianza di affermazione sociale, un abbigliamento sempre più striminzito e talvolta men che adamitico specialmente in ambito femminile.

In questo senso non c’è più differenza tra trasgressione e perbenismo, non solo perché molti “perbenisti” sono attivamente e freneticamente partecipi di tutte queste pratiche postmoderne pur illudendosi di custodire intimamente antichi valori di integrità personale, onestà professionale o imprenditoriale, rispetto del prossimo e dell’ambiente, sano amor familiare, di pubblica moralità e di indifferenza alle mode del momento, ma anche perché chi trasgredisce in realtà non trasgredisce trasgredendo tutti nello stesso modo e perché quindi i trasgressori finiscono alla fine per condividere perfettamente talune rilevanti esigenze quietistiche, individualistiche ed utilitaristiche, materialistiche ed edonistiche, proprie dei perbenisti, sia pure forse in forme più appariscenti e vistose.

Non che il cristiano coerente possa sottrarsi sistematicamente a tutti i condizionamenti di quello che è pur sempre il mondo sociale in cui si trova necessariamente a vivere, ma egli non dovrebbe conservare quanto meno uno sguardo critico verso un mondo cosí caotico e lontano da un modello di vita sobria e solidale, ancora capace di governare la mercificazione e non di subirla massivamente a tutto danno della dignità personale di tutti e di ognuno? Egli non dovrebbe darsi da fare, secondo le sue possibilità e capacità, per contrastare piuttosto che per avallare una società fondata irreversibilmente sull’apparire, sull’avere, sul potere e non su valori reali e alternativi che possono realmente rendere più bella e più giusta questa nostra comune esperienza terrena?

Ma un cristiano siffatto, a ben vedere, non potrà essere né perennemente perbenista, in quanto prima o poi insofferente verso ogni modus cogitandi e vivendi fondato sulla menzogna e sull’ipocrisia, né radicalmente trasgressivo, in quanto egli potrà sempre andare oltre ogni regola e norma umane, oltre ogni autorità politica e giuridica, oltre ogni modello culturale vigente, oltre ogni determinato assetto economico-finanziario, ma solo ed esclusivamente alla luce e in funzione dell’immutabile e insuperabile legge di Dio, di una eterna e inviolabile verità di giustizia e di amore che ha Cristo per nome. Alla fine, chi riuscirà a concludere la sua avventura umana in Cristo, non sarà stato né perbenista né trasgressivo ma semplicemente un chiamato alla vita contemporaneamente regolare e irregolare dei santi.