Ferramonti: una storia di umanità collettiva.

Scritto da Bruno Zeviano. Postato in Contributi e testimonianze

 

Giustamente Anna Foti, nelle sue “Memorie” del 6 febbraio 2013 sul campo di concentramento “Ferramonti” di Tarsia, annota che «esiste un luogo in Calabria in cui l’Umanità è sopravvissuta al delirio di onnipotenza, alla follia distruttiva imperante in Europa durante la Seconda Guerra  Mondiale; in cui il coraggio e la nobiltà di animo di uomini, ufficiali ma anche cittadini del luogo, hanno illuminato il cammino di uomini, donne e bambini che in altri campi di concentramento sarebbero stati brutalizzati ed uccisi…Qui il destino di migliaia di persone è stato strappato alla violenza ed alla morte. Ma in molti hanno realizzato solo dopo cosa stesse accadendo negli altri lager in Europa, l’orrore della Shoah, mentre loro vivevano dentro il campo calabrese».

Quando i circa 2700 internati che si trovavano nel più grande campo di concentramento fascista e tra cui erano un buon numero di ebrei insieme ad antifascisti e militanti comunisti non solo italiani ma anche greci e slavi oltre che apolidi, furono liberati dagli Alleati il 14 settembre del 1943, fu un momento di grande gioia collettiva anche se molti di essi, non sapendo dove andare o dove far ritorno nell’immediato, vollero rimanere nel campo sino alla sua chiusura che avvenne l’11 dicembre del 1945, ma tutti gli internati, quando vennero a sapere successivamente cos’era accaduto a milioni di loro simili nei famigerati campi di concentramento tedeschi, non potettero probabilmente non considerarsi fortunati anche perché, dall’inizio alla fine della loro prigionìa e non solo, come sostiene tendenziosamente lo storico Capogreco, solo a partire dal 1943 in occasione dell’arrivo liberatorio dell’esercito alleato, furono circondati costantemente dalle premurose attenzioni della popolazione esterna.

Il campo di concentramento, peraltro, era sempre stato gestito in modo non vessatorio ma abbastanza civile dai suoi responsabili. E’ significativo che, come risulta da attendibili ricostruzioni storiche che muovono dalla relazione stilata dalle autorità inglesi in data 1 ottobre 1943, nessun prigioniero fu deportato da Ferramonti per essere spedito nei lager tedeschi, né vi furono decessi causati da eventuali atti di violenza del personale di sorveglianza. Vi furono solo quattro morti violente (di una donna e tre uomini) dovute però ad una raffica di mitragliatrice sparata da un caccia alleato nel corso di un combattimento aereo con i nazisti.

Esiste una documentazione fotografica di matrimoni celebrati nel campo, di classi di ragazzi che studiavano, di lezioni di musica e di partite di calcio, di persone che uscivano dal campo per lavorare con i contadini locali sempre molto prodighi nell’offrire loro, all’insegna di una schietta solidarietà, cibo e beni di prima necessità da portare e consumare nel campo stesso.

Insomma, nonostante il fascismo e le leggi razziali, in quel campo per tutti gli internati fu possibile vivere: da reclusi, certo, ma come persone di cui sempre si cercò di salvaguardare nel miglior modo possibile la dignità. Questo, scrive la giornalista Foti, fu possibile anche «grazie ai vertici illuminati, uomini sensibili, coraggiosi e magnanimi, a capo del campo posto sotto la responsabilità del Ministero dell'interno (Direzione generale della Popolazione e della Razza) e la cui sorveglianza esterna era stata affidata alla Milizia volontaria per la salvaguardia nazionale. Nonostante un rigido regolamento, la comunità del campo di Ferramonti si era dotata di una struttura democratica che fu ‘tollerata’ dalla direzione.

La Circolare ministeriale n. 442/12267, emanata l'8 giugno 1940 ed avente ad oggetto la prescrizione per i campi di concentramento e le località di confino, portò all’emanazione anche a Ferramonti del regolamento disciplinare.
Sottoposti a 3 appelli giornalieri, agli internati era fatto divieto di uscire dalle baracche prima delle 7.00 e dopo le 21.00, di superare i limiti del Campo senza uno speciale lasciapassare, di occuparsi di politica, di leggere, senza autorizzazione, pubblicazioni estere e di intrattenere corrispondenza, di detenere ed usare apparecchi fotografici e radiofoniche e carte da gioco. Nessun obbligo di lavorare, con la possibilità di ricevere un sussidio governativo.
Divieti che non divennero ostacolo per la vita democratica all’interno del campo. A segnare, infatti, la rottura con le brutalità degli altri lager (il campo di Ferramonti infatti era come una piccola cittadella, una comunità munita di scuole, sinagoghe, biblioteche, asili, un tribunale) furono il direttore Paolo Salvatore, commissario di Pubblica Sicurezza, ed il comandante Gaetano Marrari che consentivano agli internati di scrivere e di lavorare fuori, di vivere come una comunità soggetta a regole democratiche. Ufficiali che non dimenticarono di essere uomini e che rischiarono la loro vita, salvandone altre. Lo stesso direttore Paolo Salvatore venne sollevato dall’incarico agli inizi del 1943 perché troppo ‘umano’ con gli internati».

Certo, la vita degli internati non era priva di stenti e di bisogni primari: cosí, ricorda Maria Cristina Marrari, figlia dell’eroico maresciallo Marrari, «”chi sceglieva di lavorare veniva accompagnato dagli agenti fuori dal campo affinché aiutassero i contadini. Al rientro portavano legna ma sotto quella legna in realtà vi erano beni di prima necessità che gli internati erano riusciti a comprare o a barattare e che sarebbe stato vietato introdurre dentro il campo stesso". La vita dentro era dura ma per quanto possibile si respirava ‘aria di libertà’. Il comandante Marrari consentiva recite e concerti ai quali partecipava con la famiglia. Un’umanità palpabile è nelle parole delle lettere che gli internati gli scrissero dopo la liberazione e che ancora la famiglia conserva gelosamente. Poi quell’episodio, che per il maresciallo Marrari rappresentò il massimo rischio. Per evitare l’ingresso dei Tedeschi giunti al campo per prelevare internati e deportarli ai lavori forzati o alle camere a gas, issò la bandiera gialla per segnalare una epidemia di colera. I tedeschi della corazzata di Hermann Goering non entrarono in quel campo per controllare e quelle vite furono salvate».

Non si può qui tralasciare di ricordare il pressante interessamento del Vaticano per la condizione degli internati. Esso infatti intervenne insistentemente sul governo fascista perché fosse evitata qualunque deportazione. Sulla prima pagina dell’“Osservatore Romano” del 24 dicembre 1941 fu data notizia della costruzione di una cappella cattolica a Ferramonti e papa Pacelli fece recapitare in dono agli internati uno speciale organo per musica sacra.

Ovviamente ci sarebbe tanto altro da dire, da raccontare, ma del campo di concentramento di Ferramonti questo è oggi l’essenziale: che nel fosco quadro di una complessiva storia nazifascista di barbarie ci fu spazio anche per significative storie di umanità collettiva, come quella per l’appunto di Ferramonti di Tarsia.  Non è un caso che lo storico ebreo inglese Jonathan Steinberg abbia definito questo campo come «il più grande kibbutz del continente europeo» e che esso figuri nelle relazioni degli ufficiali inglesi che vi entrarono nel 1943 non già come un campo di concentramento ma come un piccolo villaggio con una sua vita sufficientemente ordinata e dignitosa.