I talenti di Dio

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Bisogna distinguere tra i doni divini genericamente intesi, quelli che Dio ha elargito a tutti gli uomini indistintamente (la vita, l’amore, la salvezza e relativi sacramenti salvifici), e i doni particolari o specifici che Dio ha donato ad ognuno di noi. Ognuno di noi è chiamato ad alimentare vita, amore, salvezza, per mezzo e alla luce delle capacità personali di cui è stato dotato da Dio attraverso i processi naturali che operano nel mondo. E’ perfettamente inutile partecipare comunitariamente degli immensi doni spirituali erogati da Dio a tutta l’umanità, se poi ognuno fa quel che fanno gli altri, quel che generalmente si fa o non si fa a seconda delle convenienze personali, senza impegnarsi in prima persona secondo gli specifici doni divini ricevuti allo scopo di farli fruttare proprio in funzione del Regno di Dio.

Rischiano di essere perfettamente inutili il battesimo, la riconciliazione, l’eucaristia, il sacerdozio, se poi ognuno di noi non si sforzi di essere fedele a Dio non già secondo modelli o schemi abitudinari e comuni di comportamento, ma secondo le proprie capacità personali, che possono essere di natura intellettiva, morale, estetica ed artistica, pratico-operativa, organizzativa, ascetica, educativa, o di qualsivoglia altra natura.

Queste capacità sono talenti divini che non possono rimanere inutilizzati o scarsamente utilizzati ma che devono essere pienamente impiegati per concorrere ad una sempre più significativa esplicazione della carica salvifica di tutti i doni spirituali e sacramentali messi dal Signore a disposizione dell’intero genere umano. C’è chi è più intelligente di altri, c’è chi è più sensibile, chi è dotato di un eloquio migliore o di una maggiore abilità nell’insegnamento, di maggiore pazienza verso i bambini, e via dicendo: indipendentemente dal fatto che tali qualità vengano o non vengano riconosciute e apprezzate socialmente, esse devono essere esercitate da chi le possieda per l’utilità e il bene degli altri in conformità ai precetti divini.

Questi talenti non bisogna tenerseli nascosti, non bisogna usarli solo per se stessi, egoisticamente o per perseguire vantaggi personali contrapposti alle altrui necessità e ad aspettative comunitarie di verità e di giustizia. Questi talenti bisogna farli fruttare a favore del nostro prossimo al meglio delle proprie possibilità e capacità. E’ perfettamente inutile inginocchiarsi davanti al Signore se usiamo i talenti per la nostra brama di ricchezza, di potere, di successo o di notorietà, e non per servire disinteressatamente e amorevolmente la comunità piccola o grande di cui siamo parte.

E’ evangelicamente insensato accostarsi assiduamente alla mensa eucaristica del Signore, se poi si continua a pensare esclusivamente ai propri interessi e alle proprie comodità, di qualunque genere siano, e a trascurare di impegnarsi alacremente a favore di quanti, nelle più diverse situazioni di vita, possano necessitare, consapevolmente o inconsapevolmente, di un apporto, di un’opera, di una parola, di un gesto, che magari solo noi personalmente potremmo essere nella condizione di offrire in maniera o in misura ottimale.

Quali che siano i talenti da ognuno di noi posseduti, essi devono essere esercitati o impiegati sempre in spirito di verità e carità, anche se o quando essi dovessero essere oggetto dell’invidia o della gelosia o dello spirito di rivalità di fratelli scarsamente in pace con se stessi e con Dio. Anzi, ogni cristiano, e in modo particolare il sacerdote, dovrebbe costantemente sollecitare i fedeli a mettere a disposizione della comunità parrocchiale e sociale i propri diversificati e ugualmente preziosi talenti personali al fine della costruzione di un Regno divino ontologicamente già presente e compiuto ma suscettibile, per volontà stessa di Dio, di arricchirsi continuamente delle opere più intelligenti, più virtuose, più belle, più giuste e più caritatevoli di ogni singola creatura.

Con Dio non si può barare. Il ricco non potrà seguirlo se, avendo un ruolo sociale come quello di Zaccheo, non sarà capace innanzitutto di spogliarsi di una considerevole parte dei suoi beni per andare incontro alle necessità dei più poveri, o se, avendo una specifica aspirazione discepolare e apostolico-ministeriale come quella del giovane ricco, non sarà capace di rinunciare integralmente ai suoi beni. Il sapiente non potrà confidare nella misericordia divina se farà della sua sapienza semplice motivo di vanto o di orgoglio personale e non la userà soltanto per glorificare l’infinita sapienza di Dio. Anche il sacerdote non sarà un giorno riconosciuto dal Signore se non sarà stato capace di interpretare correttamente la sua vocazione, talento certamente preziosissimo,  ad essere semplice ed inutile servo di tutti, con una parola sobria e non retorica o insignificante, con una disponibilità ad ascoltare e a cogliere il reale vissuto di ciascuno, con atti mai volti a suscitare simpatia o consenso verso la propria persona ma esclusivamente diretti a testimoniare, talvolta anche in modo impopolare, la verità, la misericordia e la giustizia di Dio.

Il Signore “ci ha creato con diverse abilità, ma ci chiede di metterle al servizio dei nostri fratelli. Non ci parla di cani o gatti, ci parla di uomini e donne, persone che soffrono, gente che ha bisogno di noi”. Egli non ci vuole inoperosi e sfaccendati, interessati tutt’al più a far fruttare i talenti che abbiamo per il nostro tornaconto personale. Egli ci chiama ad essere persone responsabili, e quindi innanzitutto a non essere ignavi, pigri, indifferenti a ciò che è bene e giusto. Egli si aspetta che ognuno di noi, con i suoi particolari talenti, concorra al perfezionamento della creazione stessa di Dio spingendola sempre verso il bene e mai verso il male e sforzandosi di rendere più umana, più vera, più bella e più giusta la vita dei suoi fratelli nel corso della storia.  

Ed è in questo senso che Egli giudicherà ognuno di noi non solo o non tanto in base alla nostra capacità di osservare determinate regole morali e religiose ma anche e soprattutto in base alla nostra reale volontà di rendere quanto più possibile funzionali i talenti ricevuti al bene altrui e al progresso materiale e spirituale dei nostri simili senza pretendere nulla per sé ma solo confidando nell’amore di Dio.  Quindi, il fatto di essere più intelligenti, più sensibili, più ricchi o dotati di capacità particolarmente elevate, lungi dal dover sollecitare in noi sentimenti di superbia e di sciocca vanità e dal doverci indurre nella tentazione di sfruttare le abilità ricevute in senso prettamente individualistico ed utilitaristico, deve semmai spronarci a renderci utili agli altri e a considerarci come indegni ma umili strumenti dell’amore di Dio verso tutti i suoi figli.

Alla fine, a chiunque avrà dato il meglio di sé nel cooperare attivamente con Dio attenendosi alle sue leggi e alla sua volontà, non solo saranno riconosciuti i suoi meriti ma saranno dati per l’eternità dei premi aggiuntivi e altamente gratificanti, mentre coloro che avranno trascurato o usato male i talenti divini non solo non guadagneranno nulla ma saranno privati persino della vita. Non saranno peraltro i nostri ruoli sociali ad essere oggetto del giudizio finale di Dio ma il modo e i motivi in cui e per cui essi saranno stati esercitati.

Nel giudizio divino non ci saranno persone aprioristicamente “rispettabili”, “autorevoli”, “illustri”, secondo criteri o valutazioni meramente terreni, che partiranno avvantaggiate rispetto a una massa di persone mondanamente anonime, ma persone che, con o senza ruoli terreni importanti, saranno giudicate solo per le loro capacità spirituali di fare qualunque cosa, pur tra limiti e incertezze, per amore di Dio e non del mondo, per fedeltà alle cose celesti e non alle cose umane, per la gloria di Cristo e non per la gloria di sé.   

A non essere perdonati saranno soprattutto i comportamenti reiteratamente omissivi, a causa dei quali i talenti del Signore non vengono investiti adeguatamente in utili, disinteressate e necessarie opere di carità, di fraternità, di continua disponibilità a prendersi cura dell’altro. Ognuno di noi deve essere strumento dell’amore di Dio e della sua carità per gli altri. Anche la nostra opera deve essere, in Cristo, concreta opera di salvezza per gli altri. Ecco perché «a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha» (Mt 25, 29) e perché quanta più grazia sarà stata ricevuta dall’alto tanto maggiore dovrà essere l’impegno personale, sia pure in mezzo a difficoltà ed ostacoli oggettivi rilevanti, al fine di arricchire sempre più il mondo di luce e giustizia divine, in spirito di sacrificio e di umiltà: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più», recita significativamente Luca (12, 48).