La critica come fede

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

I preti che criticano i cristiani che criticano possono farlo per due ragioni nettamente diverse e contrapposte: la prima è una ragione squisitamente evangelica che il prete non può non esprimere e non testimoniare con spirito di carità nel corso della sua attività pastorale e missionaria, la seconda è una ragione perfidamente psicologica che attiene la sua sfera personale in quanto egli potrebbe essere talvolta portato ad assumere atteggiamenti preventivamente difensivi nei confronti di quanti potrebbero voler mettere in discussione il suo ruolo. In questo secondo caso il prete tende a sfogare dal pulpito il proprio malcelato fastidio polemizzando sia pure indirettamente e nel nome di un malinteso e strumentale spirito evangelico contro quei fratelli e quelle sorelle che esercitino criticamente la propria fede sia nell’ambito della propria comunità sia in quello più generale della società in cui operano, indipendentemente dal grado di correttezza o scorrettezza delle loro critiche.

Se per critica s’intende la diceria, il pettegolezzo, il semplice pregiudizio, la malizia, la calunnia, la diffamazione, e insomma tutto ciò che può confluire in quel che anche papa Francesco ha bollato come vana e infondata “chiacchiera”, da cui derivano incomprensioni, litigi, rivalità nelle parrocchie e in tutti i luoghi ecclesiali, non c’è dubbio che l’opera pastorale ed educativa del sacerdote dovrà consistere anche nell’esortare frequentemente i fedeli a non giudicare il prossimo, a non puntare troppo frettolosamente il dito verso o contro qualcuno, a non tentare di creare divisioni nella comunità, a non esprimere giudizi tassativi o definitivi ma pur sempre tolleranti e comprensivi persino nei confronti di quei presbiteri che non fossero privi di difetti caratteriali o di limiti culturali e teologici evidenti. In fondo, chi è cosí perfetto da poter scagliare la prima pietra?

Il discorso cambia invece se la critica assume il significato di visione quanto più possibile intelligente e completa, obiettiva e rigorosa, in tal senso per l’appunto “critica”, di una realtà parrocchiale o diocesana, dei modi individuali e collettivi di esserne partecipi e di agirvi, oppure della condizione complessiva della Chiesa considerata nei suoi molteplici aspetti. Da questo punto di vista, fermo restando quel basilare principio di carità cui anche l’analisi e il giudizio più severi devono potersi sempre conformare o ispirare, la critica non solo è legittima ma è anche e soprattutto evangelicamente necessaria, perché in caso contrario non sarebbe mai possibile individuare eventuali o reali errori e limiti della comunità religiosa, delle pratiche cultuali e devozionali in essa esercitate, degli stili di vita o di comportamento in essa adottati.

Se la critica, in altri termini, consiste in un ragionare pacato ma obiettivo e veritiero sulle cose della comunità cristiana, sulle cose della Chiesa e della fede, sui criteri dottrinari e spirituali che devono orientare il modo di pensare e la condotta di ogni singolo fedele, a cominciare dai presbiteri, essa non solo è lecita ma è persino doverosa, dovendosi esercitare nel nome e in funzione della stessa fede in Cristo. Se, per esempio, un parroco o un gruppo di parrocchiani si chiudono aprioristicamente all’idea di una unità ecclesiale aperta ad una ricchezza di apporti individuali e alla diversità dei carismi personali, non sarà forse questo un atteggiamento evangelicamente meritevole di essere “criticato” nel caso in cui quella ricchezza e quella diversità siano totalmente compatibili con gli insegnamenti di Gesù? Sarà possibile discutere, anche al di fuori di tanto stereotipato e sonnolento assemblearismo parrocchiale o diocesano, su come poter rendere più accogliente la Chiesa in genere, su come rendere più efficace ed attraente la Parola di Dio rispetto a talune logore e logorroiche forme omiletiche di trasmetterla o più incisiva e credibile la stessa testimonianza di fede rispetto a certo scolastico e rozzo schematismo teologico che lascia il messaggio evangelico sempre abbastanza al di fuori della complessa e travagliata vita reale degli uomini? 

Sarà possibile rivolgere ad un fratello o ad una sorella un rimprovero, una critica, non con l’intenzione di offenderlo ma con la speranza di sollecitarne una riflessione, una presa di coscienza, un ravvedimento? Sarà possibile eccepire circa una distorta mentalità clericale che contribuisce talvolta non a chiarire ma a rendere oscuro o ambiguo il senso di alcuni essenziali o decisivi passaggi evangelici come quello relativo al tema della povertà e della ricchezza oppure al rapporto tra carità e giustizia? Sarà possibile anche rovesciare di tanto in tanto rumorosamente, almeno sul pacifico piano della pubblica e schietta denuncia evangelica, i tavoli della corruzione e del potere a proprio rischio e pericolo per richiamare l’attenzione su fatti ecclesiali e sociali di pubblico e vitale interesse? O bisognerà temere di essere inquisiti, emarginati e disprezzati, tutte le volte che, per dire una verità scomoda, per denunciare il malcostume, per rompere determinati e interessati equilibri psicologici di potere, ci si vorrà assumere la responsabilità, anch’essa naturalmente cristiana, di fare luce dove vi è tenebra e di contrapporre la pace di Cristo a quella del mondo portando non pace ma spada (Mt 10, 34)?

Si può alzare ogni tanto la voce, in quanto semplice cristiani, su coloro che usano la fede come un grazioso souvenir, che parlano di Dio solo secondo le proprie convenienze psicologiche ed esistenziali o secondo usi meramente liturgici, che amano il prossimo solo a condizione di riceverne almeno una qualche gratificazione di ordine affettivo o morale, che non prendono mai una ferma chiara e intransigente posizione contro tutte le specifiche iniquità del mondo, oppure, ancora una volta stoltamente in omaggio al tanto frainteso e abusato concetto di amore cristiano, occorrerà continuare a chinare la testa per non vedere, a tapparsi le orecchie per non sentire, a inibire la propria coscienza per non rischiare di dover pensare e dover agire?

Ma siamo sicuri che il significato del comando cristiano di “non giudicare” sia sufficientemente chiaro al popolo cristiano-cattolico? E’ chiaro cioè alla comune coscienza cattolica che Gesù non intende affatto proibire agli esseri umani e ai suoi stessi seguaci di esprimere giudizi sul bene e sul male, sul giusto e sull’ingiusto, su ciò che è santo e ciò che è peccaminoso, su ciò che è lecito e non è lecito, né di opporsi, con le armi della verità della giustizia e della pace, ai prepotenti e ai violenti di qualunque specie, o più semplicemente di redarguire il fratello o la sorella che sbaglia, ma porre una precisa condizione morale e spirituale alla possibilità e alla necessità di esplicare la propria facoltà di giudizio, ovvero la condizione per cui il giudizio, il rimprovero, la critica non siano il risultato di atteggiamenti ipocriti, perfidi o maliziosi, ma di valutazioni oneste e benevoli, fatte in buona fede e in spirito di carità oltre che di verità?

L’invito di Gesù non è, irrealisticamente, a non giudicare mai, niente e nessuno, ma ad essere abbastanza limpidi spiritualmente da poter togliere sia le travi che ci portiamo nel cuore, sia anche (e solo in un secondo momento) le storture altrui che forse sono più lievi delle nostre. Come dire: fate attenzione a come giudicate, non siate troppo frettolosi, ma nel giudicare gli altri cercate di essere intanto interiormente puliti e sicuri dell’obiettività e della buona fede del vostro giudizio, e soprattutto cercate di essere benevoli persino nel giudizio più severo perché non potrete sperare che Dio nel giudicare voi non usi i vostri stessi criteri di giudizio. Noi dobbiamo giudicare solo per aiutare, non per esercitare gratuita ed infruttuosa violenza sull’altro (Mt 7, 1-5).

In altri termini, i nostri giudizi, le nostre critiche, per quanto talvolta infuocate per amore di verità e non di polemica, non possono e non devono essere definitivi e assoluti, innanzitutto perché chi giudica o chi accusa non conosce l’intera realtà umana e spirituale di una determinata persona che si esponga pubblicamente all’errore o al peccato, ma poi soprattutto perché un eventuale giudizio definitivo o assoluto di condanna o di assoluzione può spettare solo a Dio. Se è vero che non c’è carità senza verità, è vero anche che non c’è verità senza carità.

E’ importante quindi che le nostre critiche siano non solo veritiere ma, almeno implicitamente, anche misurate e anzi non prive di umanità pur se commisurate alla reale gravità dell’errore o del peccato su cui esse eventualmente vengano esercitandosi. Su questo Gesù è molto chiaro: «vi assicuro che nel giorno del giudizio tutti dovranno render conto di ogni parola inutile che hanno detto: perché saranno le vostre parole che vi porteranno ad essere condannati o a essere riconosciuti innocenti» (Mt 12, 36-37).

Tuttavia, confidando peraltro nella misericordia divina anche per le molte “parole inutili” che avremo potuto proferire nel corso della nostra vita per eccesso di zelo o per difetto di sensibilità personale, altrettanto importante è capire che Gesù non vuole affatto indurci a non giudicare, spegnendo artificiosamente la luce della nostra intelligenza e il calore del nostro cuore, ma a sforzarci di giudicare o di criticare bene con l’amore che ci ha insegnato e trasmesso, anche se dovremo fronteggiare coraggiosamente il nostro egocentrismo e le altrui incomprensioni. Ma tutto ciò è difficile da capire da parte di chi – laico non credente, credente o presbitero –, abbia recepito e recepisca il vangelo di Cristo come una specie di oppio dei popoli e delle stesse coscienze, come una fonte inesauribile di conforto intimistico, come un invito alla sottomissione immotivata e a “frenare la lingua” (Gc 1, 26) sempre e comunque e quindi in modo del tutto indiscriminato, non rendendosi conto che esso è invece ben più eversivo e rivoluzionario del “Manifesto del partito comunista”.

Ci sono preti che se la prendono sempre con quelli che “criticano” e certo avrebbero ben ragione di lamentarsi se i destinatari delle loro prediche fossero solo “i critici di professione”, i criticoni, gli amanti della critica per la critica, individui istintivi e polemici per natura e non per scelta consapevole, persone cosí autosufficienti (come autosufficienti probabilmente sono un non trascurabile numero di presbiteri) da non aver mai bisogno di accertamenti, approfondimenti, verifiche o riscontri di nessun genere finanche sullo stesso piano biblico-esegetico. Ma essi in realtà sono molto più spesso critici verso i critici solo per quieto vivere, solo per non veder minacciata la propria autoreferenzialità evangelica e pastorale nell’ambito della propria comunità, solo per un bisogno psicologico di sentirsi autorevoli e influenti almeno nel chiuso della propria chiesa, della propria sacrestia e della propria parrocchia: né più né meno che come tanti docenti disposti a fare persino carte false per diventare presidi cioé “capi” in una comunità scolastica, o come tanti docenti universitari ben fieri di esserlo pur consapevoli della loro sostanziale nullità intellettuale, o come tanti medici che vivono senza alcun rimorso benché siano diventati primari ospedalieri in modo del tutto immeritato.

Al contrario, i cattolici non possono non criticare se siano capaci di esercitare la loro funzione critica  in termini di razionalità e di integrale eticità in rapporto ai molteplici piani – personale, scientifico, sociale, economico, politico, spirituale e religioso –, dell’esistenza e della storia. Essi non possono non criticare per evitare che il cristianesimo si trasformi sempre più in un credo religioso di facciata oppure, al contrario, in una specie di filosofia protestataria ad oltranza.

Ora, il cristianesimo, specialmente in una società idolatrica come quella in cui viviamo, non può certo smarrire la sua funzione sociale, che non è mai accomodante ma tendenzialmente “eversiva”, cosí come non può ridursi ad un complesso insignificante di consuetudini sociali e di mere abitudini individuali: l’albero di Natale o il presepe, il pasquale ramoscello d’ulivo, le processioni devozionali, le ricorrenti novene, il monadico individualismo spirituale dei credenti che non può essere significativamente scalfito né dalla fredda e meccanica stretta di mano che ci si dà per scambiarsi il segno della pace durante la celebrazione della santa messa, né dalla ricorrente ma routinaria e rituale partecipazione alla cena eucaristica, né dalla recita corale di quel “Credo” di cui tuttavia non si intende generalmente il senso spirituale profondo e incompatibile con qualsivoglia etica del “compromesso” mondano.

I cattolici non possono non criticare se stessi e la propria comunità tutte le volte che si pecca di bigottismo e di vuoto ritualismo, tutte le volte che la religione viene usata per ottenere favori dal potere politico, tutte le volte che la fede viene usata in modo rozzamente strumentale e non è lotta sincera e costante contro la falsità, il razzismo, l’autoritarismo, l’intolleranza, la corruzione, la violenza o contro il lassismo, il permissivismo, il buonismo, il comodo irenismo, il vile indifferentismo ovvero contro una spiritualità a buon mercato e buona per tutti gli usi, e insomma contro tutti quei difetti o vizi che in nuce sono in ognuno di noi. La fede implica in se stessa una santa e perenne critica: non è forse una carica di criticità spirituale che viene richiesta ad ognuno di noi quando coralmente diciamo in chiesa “confesso a Dio Padre onnipotente e a voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere ed omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa e supplico la Beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i santi e voi, fratelli, di pregare per me il Signore Dio nostro”. Capiamo bene il senso di questa confessione, l’impegno che essa comporta per chiunque la reciti, o la recitiamo solo perché fa parte della prassi liturgica?

La critica non è dunque necessariamente nemica della fede ma può esserne al contrario una preziosa alleata. E’ sicuramente espressione di fede e al servizio della fede se, nell’esercitarla, si sia capaci di usare ogni precauzione per non correre il rischio di sentirsi superiori agli altri, pur nella serena lucida e riconoscente consapevolezza di aver ricevuto da Dio, malgrado la propria obiettiva pochezza e la propria reale indegnità di peccatore, qualità intellettive, morali, sapienziali e profetiche non comuni e al tempo stesso funzionali a tutto ciò che accomuna o può accomunare gli esseri umani nella materia e nello spirito. Tuttavia, quando si scrivono cose come quelle che qui sono state scritte, è alla fine inevitabile rivolgere lo sguardo verso il cielo e dire: perdonami Signore se, nel tentativo di dare una giusta testimonianza al senso originario e originale del tuo insegnamento, ho peccato ancora una volta di orgoglio!