L'Italia tra insipienza governativa e incubo europeo

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Il dibattito politico italiano è inconsistente e menzognero. E’ molto probabile che le forze politiche italiane, affette ormai da cronica cecità etica e politica oltre che da una manifesta capacità di elaborare e proporre analisi economiche sufficientemente attendibili, non abbiano dato e non diano alcuna importanza ad articoli-documento come quello molto recente pubblicato da uno studioso italiano della London School of Economics che ha annunciato cosí, con un’analisi assolutamente impeccabile per chiarezza ed obiettività, l’inevitabile declino dell’Italia: “Dell’Italia non rimarrà nulla, in 10 anni si dissolverà” (nel sito “Irib World Service”, giovedì 17 Ottobre 2013).

Ci si riferisce al dottor Roberto Orsi che, descrivendo con precisa cognizione di causa le terrificanti dinamiche in atto nel nostro Paese, prevede, a meno di radicali inversioni di tendenza oggi improbabili, lo sprofondamento dell’Italia in una condizione di decadenza civile e culturale e di estrema povertà economica al massimo entro un decennio: «Gli storici del futuro», egli afferma, «probabilmente guarderanno all'Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent'anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampante terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale». Perché?

Perché anche l’attuale governo Letta, sostanzialmente in linea con i programmi del precedente governo Monti, continua a fare tutto quello che non dovrebbe fare per poter sperare di rimettere realmente in carreggiata il nostro Paese: la supina condiscendenza ad una Unione Europea visibilmente fallimentare, e quindi provvedimenti economici totalmente insufficienti a risollevare il mondo del lavoro e il complessivo mondo produttivo dallo stato di depressione in cui sono precipitati gradualmente e sempre più pesantemente nell’ultimo ventennio. Si pensi all’aumento obiettivamente insensato dell’IVA al 22% che non può che deprimere ulteriormente i consumi, nonostante i «vacui proclami circa la necessità di spostare il carico fiscale dal lavoro e dalle imprese alle rendite finanziarie» e nonostante le ottimistiche ma false e infondate rassicurazioni circa una “imminente ripresa” dell’economia italiana.

In effetti, dopo i numerosi salassi fiscali e tributari imposti senza soluzione di continuità ai cittadini italiani specialmente nell’ultimo decennio, un qualche infinitesimale miglioramento ci sarà anche stato ma esso non può che risultare del tutto insignificante ai fini di una effettiva “ripresa”. Si può dire che, dal governo Monti al governo Letta, si sia verificata «una transizione da una grave recessione a una sorta di stagnazione», cioè qualcosa di irrilevante dal punto di vista economico e sociale. Se si pensa che, prima della crisi, l’Italia era il più grande Stato europeo subito dopo la Germania nel settore manifatturiero e che oggi ne risulta distrutto il 15% con la scomparsa di circa 32.000 aziende, ci si può fare un’idea abbastanza precisa di quali irreparabili danni siano stati arrecati da una politica economica insipiente e irresponsabile e da una politica governativa tout court che negli anni non ha mai voluto capire che «l'apertura indiscriminata ai prodotti industriali a basso costo dell'Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori».

L’altra faccia della medaglia di questa politica nazionale acriticamente favorevole alla globalizzazione di merci e denaro è consistita nella irresponsabile decisione dell’Italia di firmare i trattati sull’euro con la promessa ai partners europei di impegnarsi a perseguire politiche di austerità e ad attuare riforme che, fortunatamente o sfortunatamente, non sono mai state attuate non già per senso di responsabilità verso il popolo italiano ma solo per il timore che riforme attuate nel segno del liberismo europeista avrebbero potuto determinare sollevamenti popolari incontrollabili.

Ora, viene giustamente rilevato e ribadito senza mezzi termini, «questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell'élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione. L'Italia non avrebbe potuto affrontare l'ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori», giacché la globalizzazione, egemonizzata oggi dal grande capitalismo finanziario internazionale, non riguarda solo lo spostamento delle merci da una parte all’altra del mondo ma anche quello sempre più drammatico e frequente di masse di esseri umani (si pensi al fenomeno dell’immigrazione in particolare in Italia ma poi anche in tutte le parti del mondo in cui il capitalismo non ha ancora prodotto condizioni di totale ed irreversibile povertà), che da un lato pongono ulteriori problemi economici (specie ad un Paese di frontiera come l’Italia) e dall’altra non possono che diventare oggetto di uno sfruttamento selvaggio.

Se a queste rovinose dinamiche strutturali che agiscono anarchicamente a livello mondiale senza che siano contrastate da una volontà di restituire, rispetto alle imperanti logiche di progressiva totale espropriazione dei popoli della loro legittima ricchezza, una forte centralità alla politica e a politiche sociali fatte nell’interesse dei popoli e non dei magnati della grande finanza mondiale, si aggiunge che in Italia «un mix fatale di terribile gestione finanziaria, infrastrutture inadeguate, corruzione onnipresente, burocrazia inefficiente, il sistema di giustizia più lento e inaffidabile d'Europa, sta spingendo tutti gli imprenditori fuori dal Paese non solo verso destinazioni che offrono lavoratori a basso costo, come in Oriente o in Asia meridionale ma persino…verso la vicina Svizzera e in Austria dove, nonostante i costi relativamente elevati di lavoro, le aziende troveranno un vero e proprio Stato a collaborare con loro, anziché a sabotarli», il quadro non può non risultare terribilmente fosco per gli stessi sostenitori di un europeismo ad oltranza.

Si dà il caso che nella mente dello stesso Letta qualche dubbio cominci a sorgere se è vero che, come riportato dagli organi di stampa,  in un discorso tenuto ieri alla Sorbonne di Parigi egli abbia detto ad un certo punto: «L'Europa non è la causa della “crisi”, ma i problemi attuali come l'elevata disoccupazione vengono dalla “mancanza d'Europa”», dove però il premier italiano evidentemente non si avvede della incongruenza presente nella sua affermazione. Perché se tu ammetti che “i problemi attuali”, come “l’elevata disoccupazione”, «vengono dalla mancanza d’Europa», non dovresti poi concludere che questa Europa reale, che oltre tutto commina irrazionalmente e arbitrariamente pesanti multe o sanzioni pecuniarie anche a causa della cosiddetta eccedenza di beni alimentari preziosi come il latte o gli agrumi o dello stato relativamente fatiscente e inadeguato delle carceri, è solo fonte di guai e di immiserimento materiale e morale? Non dovresti quindi sganciarti da questa Europa per meglio tutelare gli interessi e la dignità del popolo che rappresenti e governi, salvo facendo il principio che, in quanto Paese libero e a pieno titolo sovrano e non suddito o schiavo di autorità sovrastatuali sostanzialmente indifferenti al bene dei popoli, con tutti gli Stati occorra pur sempre collaborare e istituire scambi commerciali e culturali di reciproca utilità?

Peraltro, rileva l’economista italiano della London School of Economics, il declassamento dell’Italia come nazione industriale comporta anche la drammatica conseguenza di una fuga mai cosí massiccia come quella odierna di cervelli ottimamente predisposti ad una ricerca scientifica di alto livello, per cui migliaia di giovani ricercatori, tecnici e scienziati emigrano, oltre che negli USA e in Asia orientale, anche in Paesi europei come la Germania, Francia, Gran Bretagna o Scandinavia, che sulla carta dovrebbero essere tutti concorrenti dell’Italia, dove possono disporre di trattamenti economici di gran lunga più soddisfacenti di quelli che si vedono offerti in Italia.

Tutto questo accade proprio mentre, come forse pochi sanno, l’Italia viene ceduta a pezzi come la Grecia: si pensi, come ha evidenziato il sito “ImolaOggi” il 4 ottobre 2013, alla vendita o piuttosto alla svendita proposta, con tanto di annuncio nel sito “Immobiliare.it”, di isole bellissime come l’isola di Santo Stefano, che è la più piccola isola dell’arcipelago Pontino, vicino alla storica isola di Ventotene, e di altre isole di grande bellezza ambientale-paesaggistica e di notevole richiamo turistico disseminate tra Venezia, la friulana Grado e Messina: veri e propri gioielli nazionali che potrebbero avere ricadute finanziarie notevoli e assolutamente vantaggiose per lo Stato italiano e che invece si ritiene di dover mettere in vendita: incredibile ma vero!

Ora, però, tutto lo sfascio attentamente descritto e spiegato dal nostro esperto economista, si è venuto compiendo anche nel quadro di una progressiva e sia pure tacita violazione della nostra carta costituzionale, in quanto la nostra nazione per molti, troppi anni è stata governata, scrive senza peli sulla lingua il dottor Orsi, «da tecnocrati provenienti dall'ufficio del Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d'Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell'UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica, che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell'ordine repubblicano. L'interventismo del Presidente è particolarmente evidente nella creazione del governo Monti e del governo Letta, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale».

Accusa più chiara verso Napolitano e i suoi imbelli complici di sinistra e di destra, incapaci tra l’altro di avere una visione politica a lungo termine, non poteva essere formulata, e non in modo isterico come è solito fare il comico Grillo bensí in termini di pacata e obiettiva razionalità e alla luce di dati empirici francamente inoppugnabili che solo coloro che sono in malafede o completamente soggiogati da categorie economiche ormai obsolete e da un modo totalmente sbagliato di intendere l’attività politica possono ancora ostinarsi a manipolare e a mistificare sul piano della comunicazione sociale. Tutta questa gente, dice Roberto Orsi, sta garantendo semplicemente «la scomparsa dell’Italia», anche se molti cittadini sono stati indotti e continuano ad essere indotti a pensare illusoriamente che Napolitano e compagni stiano invece lavorando al fine di salvare la nostra nazione. In questo modo il declino dell’Italia, in un arco di tempo non superiore a un decennio, è destinato ad essere veramente inarrestabile.

Tanto più inarrestabile se si pensa che, proprio in questi giorni, il Fondo Monetario Internazionale, pur smentendo formalmente talune indiscrezioni di stampa secondo cui esso starebbe già pensando ad applicare un prelievo forzoso del 10% sui redditi e sui conti correnti più consistenti dei cittadini europei e naturalmente anche italiani (ma sino a quando si continuerà a parlare ipocritamente e demagogicamente di redditi più alti dal momento che, di fatto, come dimostra il caso della Grecia, persino ceti agiati ma certamente non ricchi finiscono poi per pagare il prezzo più alto e infame di queste stupefacenti soluzioni praticate cinicamente dall’UE, dalla famigerata   Commissione Europea e dal rapacissimo Fondo Monetario Internazionale?) al fine di ridurre i debiti sovrani o l’indebitamento pubblico degli Stati europei finanziariamente più compromessi, ha tuttavia molto sinistramente precisato per bocca del suo portavoce William Murray, che in realtà il Fondo si starebbe dedicando solo ad “un lavoro di analisi” e alla elaborazione di “semplici ipotesi”, al più permettendosi di sottoporre all’attenzione dei governi nazionali europei delle “raccomandazioni”.

Solo gli sprovveduti potrebbero non cogliere qui il modo subdolo e arrogante in cui parlano questi signori della grande finanza internazionale per tentare di mascherare i loro piani criminali. Non è decisamente ora, secondo l’invito più volte espresso in questo sito, che i popoli reagiscano in modo adeguato e che i cattolici intellettualmente e spiritualmente radicati nel vangelo di Cristo entrino presto nell’arena politica?