Natuzza e la 'ndrangheta

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista

 

Riconosco che in quel proverbio che recita “scherza con i fanti ma lascia stare i santi” sono contenuti una profonda saggezza popolare e un preventivo ammonimento a non offendere non solo le persone in odore di santità ma la stessa divinità. Il caso di Natuzza Evolo, tuttavia, non mi è mai sembrato e ancor meno mi sembra oggi un caso di acclarata e inequivocabile santità personale. Lo confesso da cattolico e da devoto di Maria Immacolata, senza supponenza e senza giubilo per i gravi fatti criminosi, risalenti al 2003, che solo recentemente si è saputo essere stati contestati al parroco don Michele Cordiano e indirettamente alla comunità religiosa di Paravati alla luce di un verbale firmato dal sacerdote citato e sottoscritto da ufficiali della Guardia di Finanza del Friuli Venezia Giulia in data 27 aprile 2003. E, poiché il Signore sa che non uno spirito di calunnia e diffamazione ma uno spirito di verità mi spinge ad esprimermi criticamente su questo argomento, confido che Egli stesso nel corso del tempo mi aiuti a confermare o a correggere il mio giudizio.  

Nel 2003 Natuzza era viva e vegeta ed è francamente impensabile che ella non abbia mai saputo nulla della trattativa intercorsa tra un soggetto della ’ndrangheta vibonese e il suo parroco ed assistente spirituale. Non essendo digiuno di fenomeni mistici né in senso teorico né in senso pratico e ben sapendo anche per esperienza diretta che alcuni di questi fenomeni sono autentici e che altri sono pure e semplici mistificazioni oppure eventi non di origine divina ma demoniaca, mi assumo, ancora una volta, dinanzi a Dio e agli uomini, la responsabilità di chiedere, in qualità di membro battezzato della Chiesa di Cristo, che si faccia sulla figura in questione, nei limiti del possibile, quella chiarezza scientifica, religiosa e di pura ricostruzione storica che per decenni e anche dopo la scomparsa della veggente di Paravati non si è mai voluta fare se non in termini agiograficamente precostituiti e secondo analisi del tutto parziali e unilaterali.

Peraltro, mi consta personalmente che non sempre Natuzza abbia azzeccato previsioni o profezie o abbia dato indicazioni realmente “miracolose”, come quella volta in cui ella disse al fratello di una malata ricoverata in gravi condizioni presso l’ospedale di Catanzaro di aver fiducia nella guarigione della sorella perché i medici di quel nosocomio “erano sulla via giusta” mentre pochi giorni dopo quello stesso uomo avrebbe visto morire la sorella, oppure come nel caso di alcune signore che salutandola in una chiesa le raccomandavano propri congiunti seriamente malati limitandosi a fare i loro nomi e ricevendo da lei come risposta la semplice ripetizione di quei nomi e il suo sguardo spaesato, o ancora come nel caso di quella sua compaesana che avendo seri problemi a un ginocchio si sentí dire che sarebbe guarita se si fosse fatta operare da un chirurgo cosentino in servizio presso una clinica privata di Catanzaro (e, pensate, operata da quel chirurgo sarebbe guarita veramente!). 

Il fatto è che è facile raccontare episodi gratificanti che riguardano Natuzza, ma molto più difficile è che qualcuno, per paura di non essere creduto o di essere scambiato per un soggetto blasfemo, si metta a raccontare i fallimenti di Natuzza che però ci sono stati e di cui nessuno sa niente. Non intendo dissacrare niente e nessuno, o almeno mi sforzo sinceramente di non farlo, ma sento che, nel clima di trionfalismo e di fanatismo religioso che si è creato intorno a questa donna, sia cristianamente necessario porre domande e formulare obiezioni cui i fans o i devoti di Natuzza fanno molta fatica a dare risposte adeguate e convincenti, preferendo chiudersi piuttosto in un indignato e sussiegoso silenzio.

All’età di 24 anni conobbi un mistico a San Vittorino Romano: si chiamava fratel Gino Burresi, anche lui portava le stimmate sulle mani o sui polsi e sembrava dotato di doni chiaramente sovrannaturali come il dono di ubiquità e di prevedere il futuro. Confesso senza difficoltà che ne restai fortemente colpito e affascinato anche per via di esperienze particolarissime che non possono verificarsi per via naturale e che invece a me accadde di fare. Oggi quel mistico è stato sospeso a divinis per abusi sessuali. Non posso stabilire se l’accusa e il successivo provvedimento che l’ha colpito siano e in che misura fondati. Ma se la Chiesa è giunta a mettere radicalmente in discussione quel caso di santità apparentemente acclarata, perché oggi, per Natuzza, e sia pure per motivi diversi, la stessa Chiesa non dovrebbe quanto meno riflettere sulla vera natura e sulla effettiva portata della sua complessiva esperienza umana e spirituale?

Lo dico con molta franchezza: a me che Natuzza, dall’alto della sua presunta santità, non abbia mai ritenuto di provare quanto meno ad evangelizzare i mafiosi della sua zona, sollecitandoli a convertirsi radicalmente ad un nuovo e diverso modo di vivere e quindi a valori cristiani di rispetto della vita e dei beni altrui, non va proprio giù: mi spiace, ma questo atteggiamento spirituale di complicità diretta o indiretta con il mondo dei violenti collide in modo stridente con l’annuncio evangelico di liberazione dal peccato e dal male e ovviamente da ogni genere di male. Tanto più se si pensa che Natuzza abbia deciso di scegliersi come padre spirituale un prete che, per costruire un santuario alla Madonna, si dichiara sostanzialmente disposto a venire a patti con dei criminali.

Trovo sorprendente che una santa possa stringere rapporti spirituali con un prete che applichi nella propria vita la scellerata massima del fine che giustifica i mezzi. Come ha scritto un altro prete, don Ennio Stamile, parroco di Cetraro e concretamente impegnato contro ogni tipo di delinquenza, nonché possibile o augurabile espressione di una Chiesa sana e non inquinata dalla corruzione e dal compromesso con i poteri del mondo, nessuno meglio di un prete dovrebbe sapere che «se il fine è buono i mezzi devono esserlo altrettanto, altrimenti ciò che si vuole raggiungere diventa sommo male. Per non parlare di quella “tutela ambientale”, che per tutti, ma ancora di più per coloro che hanno pubbliche responsabilità, non dev’essere garantita dai boss locali ma dagli organi all’uopo preposti dallo Stato» (Il santuario affida l’appalto alla ‘ndrangheta, per “tutela ambientale”. Ma non infangate tutta la Chiesa, in “Resto al Sud” del 7 dicembre 2013).

“Pubbliche responsabilità” ha avuto per moltissimi anni anche Natuzza Evolo: anche lei, lei più di altri doveva vegliare, doveva vigilare e reagire prontamente e preventivamente contro tutti coloro che a vario titolo avessero coltivato il segreto proposito di fare della casa di Dio un mercato e un mercato della peggiore specie.

Natuzza poteva avere tutti i carismi che si vuole e potrà aver fatto mille volte professione di fede in Cristo e in Maria, ma, sino a quando non si riuscirà a diradare alcune pesanti ombre che incombono obiettivamente sulla sua vita, la ragione dovrebbe suggerire ai cristiani in buona fede di sospendere criticamente il giudizio su di lei, anziché di celebrare anzitempo la sua santità, anche perché l’esistenza di quest’ultima non è garantita necessariamente dalla presenza di fatti “sbalorditivi”: c’è tanta gente, in diverse parti del mondo, che, pur riuscendo a dar luogo a fatti “sbalorditivi”, non ha niente a che fare con la santità o almeno con la santità cosí come viene intesa dal cristianesimo.    

Già nel 2009 trovavo molto singolare che tanti cristiani non avessero avuto nulla da eccepire sul fatto che, per celebrare il compleanno della “mistica” (che è parola molto più impegnativa di quel che generalmente si crede) di Paravati e raccogliere fondi per la costruzione della megastruttura religiosa richiesta esplicitamente, secondo la signora Evolo, dalla Madre di Dio, si fosse ritenuto di organizzare uno spettacolo con una showgirl da calendario, con famosi e divorziati cantanti e alcune sculettanti giovani “stelle” di Mediaset, e ancor più sconcertante era il fatto che, essendo stati destinati quei fondi anche a porre riparo ai danni provocati a tale struttura da un incendio appiccato dai mafiosi di quei posti (con il probabile intento di far lievitare poi i prezzi dell’opera), né la Natuzza né la Chiesa locale avessero ritenuto di stigmatizzare (a proposito di stimmate!) con cristiano e coraggioso spirito di verità l’ennesimo atto di violenta arroganza della ’ndrangheta vibonese.

Ci si deve chiedere come fosse e sia possibile dare torto a quei giornalisti laici che scrissero allora che a Paravati fosse andato in scena e in onda un’eclatante rappresentazione della «morale cattolica del peccato e del pentimento: la colpa si cancella con facilità». Basta davvero poco a certo popolo cattolico – un po’ di devozione mariana, una grande gara di “generosità” finalizzata alla costruzione di una chiesa in onore di Maria, la vicinanza ad una presunta santa –, per sentirsi in comunione con Dio, con la Chiesa e l’umanità intera, e naturalmente per avere anche la benedizione di vescovi e alti prelati.

Sta di fatto che Paravati si trovi nel cuore del “regno” dei Mancuso definiti da Beppe Lumia, ex presidente della Commissione Antimafia, come “la cosca finanziariamente più importante d’Europa”. E, essendo il paese di una possibile santa, una profetica testimonianza evangelica contro coloro che, per una precisa scelta di vita, fanno soldi a colpi di assassinio e di ladrocinio umanamente e socialmente devastanti, sarebbe stata non solo opportuna ma necessaria.

Com’è possibile che la signora Natuzza, sempre a contatto diretto con la Madre di Dio, non si sia mai sentita dire da quest’ultima: “Senti, rimprovera apertamente e pubblicamente i figli degeneri del tuo territorio e invitali con severo spirito materno a pentirsi, a chiedere perdono dei loro misfatti a Dio e agli uomini e ad abbandonare definitivamente una vita delittuosa e criminale che può condurre solo all’inferno”? Com’è possibile che la Madre di Dio, pur parlando con questa sua creatura dei “mali del mondo”, non l’abbia mai avvisata del fatto che nel cantiere in cui si stava costruendo la struttura da lei richiesta erano entrati i mafiosi e che si sarebbe dunque dovuta dare da fare per arrestare quella malefica e perversa contaminazione?

Eppure, questa nostra sorella, intervistata una volta dalla RAI, alla pur «prevedibile domanda sui mali della Calabria”, rispondeva citando le presunte parole della Madonna, secondo le quali “il male sono le nuove generazioni ‘sull’orlo del baratro’». Idea piuttosto generica e fuorviante, si direbbe, «in una terra dove i problemi hanno nomi e cognomi».

Anzi, per dire la verità, forse anche a nome e per conto di Natuzza, Paravati, all’indomani dell’attentato dell’aprile 2008 al Centro multifunzionale del “Cuore Immacolato di Maria”, voluto dalla “mistica”, una reazione l’avrebbe avuta per bocca del suo parroco Michele Cordiano, nonché, è sempre opportuno ricordarlo, padre spirituale della stessa Natuzza. Egli disse infatti: «il fatto è grave ma noi cerchiamo di volgere il male al bene e andremo avanti». Che cosa significava volgere il male al bene? In che senso, in che modo, insieme a chi, a favore di chi e di cosa? Cosa significava: “e andremo avanti”? Andremo avanti solo con soldi puliti o anche con soldi sporchi, ammesso che tutto questo imponente progetto religioso fosse nato da intenzioni sicuramente pulite e prive di ambiguità? Andremo avanti con l’aiuto di persone oneste, e quindi del tutto impermeabili ai falsi valori mafiosi, oppure anche con la protezione criminale dei mafiosi di vostra conoscenza? Questa è la domanda che allora formulai e che oggi mi pare più che mai fondata e attuale.  

Oggi, alla luce del verbale sottoscritto nientemeno che da agenti della Guardia di Finanza del Friuli Venezia Giulia, di cui molto tardivamente la pubblica opinione è stata informata (per quali motivi non è dato sapere), e firmato da don Cordiano molti anni prima delle  sue dichiarazioni del 2008, abbiamo una risposta incontrovertibile: non solo il parroco, mentre assisteva spiritualmente Natuzza, trattava con certo ’ndranghetista Pantaleone Mancuso, in contrasto con ogni criterio di legalità e di moralità evangelica e non evangelica, soddisfacendone le richieste criminali, ma riteneva cosí facendo di «garantire una ‘tutela ambientale’ al raggiungimento dello scopo finale della realizzazione dell’opera».

Ora, dando per scontato che nessun cristiano provi a sminuire o a ridimensionare l’oggettiva gravità di queste parole e di questo modo di pensare, preciso o ribadisco che a me questa vicenda non interessa tanto dal punto di vista giudiziario ma dal punto di vista religioso; anzi, siccome oggi il significato della parola religione è diventato multiforme e perciò molto incerto, dal punto di vista di un credente in Cristo e nel suo vangelo, benché, messo concretamente alla prova, io stesso potrei rivelarmi un don Abbondio molto peggiore del parroco di Paravati.

E, in questo senso, stupisce che valenti giornalisti impegnati contro malaffare e organizzazioni criminali di varia natura, come per esempio Arcangelo Badolati, vadano affermando in qualche televisione privata, con estrema disinvoltura, che direbbero solo “sciocchezze” coloro che pensano e affermano che anche Natuzza, volente o nolente lei stessa, abbia delle precise responsabilità in tristissime ma ordinarie vicende come questa. Qui non si tratta di accusare nessuno ma semplicemente di tentare di fare doverosamente chiarezza su fenomeni mistici o presunti tali che troppe volte, con la determinante complicità di folle ignoranti e superstiziose, si sono rivelati organici o funzionali a fenomeni di pura e semplice delinquenza o criminalità.

Non lo sapeva forse Natuzza, dopo aver vissuto per più di 80 anni nel vibonese, che in quei posti nascono mafiosi come funghi e che tanti criminali della sua zona l’hanno rispettata per tantissimi anni, chiedendole magari anche la benedizione, non già per motivi genuinamente religiosi ma probabilmente, e al contrario, per la semplice ragione che quella veggente, del tutto inoffensiva dal punto di vista di una testimonianza rigorosamente cristiana, potesse fungere da copertura e persino da volano alle loro imprese criminali? Possibile che a quella donna “umile e semplice” nessuno dei notabili della sua zona, nessun esponente delle istituzioni e della cultura calabrese, del mondo ecclesiastico, del giornalismo e del mondo multimediale meridionale, si sia mai preoccupato di far osservare una cosa del genere, sollecitandola a dire di tanto in tanto qualche parola di pubblica riprovazione?

Capisco che Arcangelo Badolati sia molto affezionato a Natuzza per quella “piccola croce” protettiva che, come lui stesso rivela, una volta ricevette dalla “mistica” in regalo, anche se tante persone si sentono ugualmente protette dal possesso e dall’uso giornaliero di una piccola coroncina mariana benedetta magari da qualche sacerdote, per cui è altrettanto comprensibile che egli affermi che una donna come Natuzza, che si definiva “un verme di terra”, abbia dato conforto a centinaia di persone, che la sua semplicità fosse “disarmante”, che invitasse tutti i suoi visitatori a fare il proprio mestiere “con il cuore”, ma le difficoltà del suo ragionamento nascono quando subito dopo dice che «La Chiesa dovrebbe costituire una certezza, un porto sicuro. In certi casi, però, è composta da uomini che hanno subìto una degenerazione morale. E' orfana di figure importanti e – a volte – non riconosce o incoraggia quelle che ci sono e che dovrebbero costituire dei fari. La 'ndrangheta  è un'organizzazione di assassini. Dovremmo batterci tutti per tenere viva la speranza di trasformare il Sud in un posto normale. A cominciare dalla Chiesa calabrese» (Intervista di Valeria Guarniera ad Arcangelo Badolati, Voce del verbo restare, in “Il Dispaccio” del 30 luglio 2013).

Infatti, a prescindere dal fatto che una frase del tipo “sono un verme di terra” non è affatto indicativa di sicura semplicità e umiltà, perché chiunque di noi, benché orgogliosissimo, potrebbe sempre pronunciarla per falsa modestia e per ostentare semmai una virtù morale completamente inesistente, Badolati dovrebbe chiedersi, senza dare per scontata alcuna risposta, perché veramente tanta gente cercasse conforto presso la santa o la santona di Paravati, che tra l’altro avrebbe avuto l’opportunità di mostrarsi inequivocabilmente umile se non avesse recriminato contro “le offese” ricevute molti decenni addietro da una trasmissione come “Samarcanda” di Michele Santoro e non avesse poi preteso un rispetto preventivo per ogni successiva intervista rilasciata; dovrebbe chiedersi più scrupolosamente se quella che egli giudica come “semplicità disarmante” non sia o almeno non possa essere piuttosto una forma di furbizia dissimulata; se sia cristianamente concepibile che un personaggio pubblico come Natuzza non abbia mai sentito il dovere morale e spirituale di dissociarsi apertamente dal malcostume criminale di tanti o di alcuni suoi conterranei, e che il suo stesso padre spirituale non abbia mai ritenuto di suggerirle di fare qualcosa di spiritualmente utile e salutare tra e per i suoi compaesani prima di concedersi come star ormai affermata del mondo religioso calabrese a tante comitive di credenti provenienti da altre parti del meridione d’Italia.

Parole come umiltà, santità, amore, devono essere prese sempre con le pinze perché ormai sono largamente inflazionate: possono significare tutto e niente nello stesso tempo. Il loro valore dipende dal contesto discorsivo ed esistenziale specifico in cui vengono utilizzate, anche se l’umiltà pubblicizzata, ostentata o esibita come una specie di trofeo non ha sicuramente niente a che fare con l’umiltà insegnata da Cristo. Laddove anche il voler apparire a tutti i costi umile potrebbe configurarsi come inquietante segno di superbia.  Badolati, che di ciò è consapevole, dovrebbe dire se è proprio certo che una donna come Natuzza Evolo, di cui tutto si potrà dire ma non certo che abbia tenuto sia pure con l’improvvido permesso dei suoi vescovi un comportamento estremamente riservato dal punto di vista sociale e mediatico, abbia davvero costituito uno dei “fari” della Chiesa calabrese e se la sua testimonianza di fede sia stata realmente significativa ai fini di quella lotta, da lui invocata e certo non secondaria, contro «la 'ndrangheta,...un'organizzazione di assassini», contro cui «dovremmo batterci tutti per tenere viva la speranza di trasformare il Sud in un posto normale» (ivi).

Non intendo sparare nel mucchio, come forse fa in modo eccessivamente individualistico il pur valoroso giudice Nicola Gratteri a proposito delle ipotetiche complicità implicite ed esplicite che con la ’ndrangheta avrebbe contratto la Chiesa calabrese nel suo complesso, benché persino Gratteri non abbia osato sinora e inspiegabilmente coinvolgere, almeno sotto il profilo morale, la stessa Natuzza nella sua veemente polemica (Chiesa collusa con la ’ndrangheta? Le polemiche dopo le parole del PM Gratteri, in “Adista”, notizie, n. 42 del 30 novembre 2013): scrivo inspiegabilmente perché uno come Gratteri che generalmente sembra non guardare in faccia a nessuno sa bene che i fatti oggi balzati all’onore o al disonore della cronaca risalgono al 2003 mentre ancora nel 2006 Natuzza in persona dava inizio ai lavori della monumentale chiesa da dedicare a Maria Immacolata con la prima colata di cemento, per cui egli più di altri, pur senza voler fare necessariamente di tutte le erbe un fascio, avrebbe forse dovuto essere più conseguente chiedendosi se sia immaginabile che, tra il 2003 e il 2006 fino al 2009 (anno della sua morte), Natuzza non abbia saputo nulla dell’incontro tra il suo confessore e il boss di Limbadi. Personalmente me lo chiedo non già, ripeto, per motivi giudiziari, ad indagare sui quali altri sarebbero eventualmente preposti, ma per motivi squisitamente spirituali e religiosi.

Subito dopo la morte della signora Evolo tanta parte di popolo cattolico calabrese chiese che la si proclamasse santa: il sottoscritto scrisse una mail al vescovo di Mileto, da poco insediatosi, mons. Renzo, e succeduto a mons. Domenico Tarcisio Cortese, per invitarlo a non cedere a quella tumultuosa e irrazionale pressione mediatico-popolare e a voler attentamente riconsiderare tutti i momenti e gli elementi della vita della persona di cui si chiedeva chiassosamente la santificazione. Non ricevetti risposta: oggi forse alla sua comunità e alla intera comunità cattolica egli sarebbe tenuto a dare ben più di una risposta. Il sottoscritto scrisse anche al giornalista Pino Nano, corrispondente specializzato di RAI Calabria per gli eventi di Paravati, esortandolo a condurre su di essi un’indagine totalmente libera da condizionamenti emotivi e a rivolgere alla stessa interessata domande più stringenti di quelle generalmente accomodanti e banali che anche lui in precedenza le aveva rivolto: ricevetti una laconica e forse sarcastica risposta di “ringraziamento”, nulla di più. Né i dubbi che avevo agitato in un mio articolo del 2009, spero in spirito di carità, su quella che continuo a considerare la non lineare santità di “Natuzza”, parvero fare significativamente breccia nei vescovi calabresi e in altri insigni esponenti laici della comunità cattolica della nostra regione, anche se quell’articolo non passò del tutto inosservato dal momento che ad oggi risulta essere stato “visitato” sul mio sito web per oltre 3000 volte.

Non so se il dato macroscopicamente “irrituale” per un prete, quale quello emergente dal verbale del 2003 di lasciarsi ricattare dalla ’ndrangheta senza denunciare alcunché e senza che i suoi parrocchiani tra cui Natuzza abbiano mai manifestato timori circa le infiltrazioni mafiose nell’opera religiosa di Paravati, possa indurre la comunità cattolica a ripensare senza pregiudizi di sorta non solo alla vicenda umana e religiosa di Natuzza ma anche a ciò che si potrebbe e dovrebbe intendere correttamente per santità cristiana. Ovviamente continuo personalmente a non rivendicare nulla, ma a mio giudizio quello che è accaduto a Paravati non dopo la morte di Natuzza bensí quando ella era ancora ben in vita non può non indurre il mondo cristiano e cattolico a riproporre la questione: fu Natuzza vera “santa” o, stigmate e carismi mai rigorosamente indagati a parte, sussiste ancora margine per riflettere più attentamente sulla sua esistenza e, di conseguenza, sul concetto di santità, sui fattori costitutivi di una santità che sia al di sopra di ogni possibile dubbio anche se non necessariamente sensazionalistica?

Oggi la comunità religiosa di Paravati protesta sdegnosamente contro le accuse ad essa rivolte di collusione con ambienti e personaggi mafiosi, ma i fatti sono fatti e non si possono negare. Io che da cristiano scrivo queste critiche mi sforzerò di essere umile e di non considerarle quindi come capi d’accusa ma solo come un fraterno contributo alla ricerca della verità e alla difesa di un’idea non adulterata della fede cristiana, sebbene forse anche la comunità di Paravati debba sforzarsi di essere umile accettando di essere esaminata o riesaminata, alla luce della nostra comune fede in Gesù, insieme a colei che ne è stata per molti decenni, nel bene e/o nel male, l’espressione più significativa.

Per quanto mi riguarda, e pur ritenendo che la fede puramente “privata” e quindi priva di pubblica esposizione personale sia in realtà solo una caricatura della fede, non posso tuttavia che recitare ancora una volta il salmo 18: dall’orgoglio salva il tuo servo, Signore.