Coloro ai quali non perdonerete, non saranno perdonati

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Il regno di Dio è un regno di amore misericordioso e di questo amore la componente più essenziale è il perdono, ovvero la capacità di far prevalere un sentimento di amore e di perdono su un sentimento di odio e di rancore nei confronti di quanti operano in modo iniquo sia in rapporto a noi sia in rapporto alla comunità e al mondo. Questo non significa che l’amore cristiano possa essere annunciato e testimoniato anche a prescindere dalla verità e quindi dalla parola e dall’opera di Cristo. Al contrario, non si dà amore vero, proficuo, costruttivo e realmente umano se non in quanto esso sia concepito e vissuto alla luce dei santi insegnamenti di Cristo.

Sembrerebbe una precisazione ovvia, ma non lo è, se si riflette sul fatto che oggi sempre più frequentemente, anche all’interno della comunità cattolica, si vengono proponendo dell’amore fraterno o dell’amore caritatevole verso il prossimo rappresentazioni alquanto generiche e deboli che ben poco hanno a che fare con le raccomandazioni serie, esigenti, profonde e rigorose di Gesù circa il significato divino dell’amore, le sue implicazioni e i suoi modi di attuazione. L’amore infatti può essere esercitato in un modo semplicemente umano, e allora si avrà a che fare nel migliore dei casi con un amore più o meno buonista, sentimentalistico o filantropico, e può essere invece esercitato umanamente secondo la sua radice o la sua originaria valenza divina, per cui esso non potrà non tradursi in un amore mite ma intransigente della verità, in un impegno pacifico ma continuo e insistente per la giustizia, in una indefessa seppur imperfetta volontà di perseguire il bene e di evitare il male. Lo Spirito Santo si scomoda amorevolmente per ognuno di noi proprio perché siamo capaci di compiere qualcosa che per via puramente umana non saremmo mai in grado di compiere.

La stessa pace cristiana, di cui troppo e troppo a sproposito spesso si parla, non può ridursi ad una semplice espressione verbale o ad un abbraccio “fraterno” estemporaneo, non è qualcosa che si possa acquistare a basso prezzo o con una meccanica stretta di mano, perché la pace che conta è la pace di Cristo, non la pace amicale e spesso ipocrita del mondo, e la pace di Cristo presuppone i chiodi sui polsi delle mani e le ferite del costato, ovvero la pace cui si può pervenire solo attraverso una vita almeno tendenzialmente sofferta e sacrificata perché dedicata a testimoniare una verità, una carità, una giustizia, che ancor oggi per molti di noi è molto più facile confessare liturgicamente che non praticare esistenzialmente.

Anche oggi Gesù viene in luoghi che hanno le porte chiuse, per paura dei persecutori o di coloro che odiano la nostra coerente appartenenza a Dio-Cristo e per paura di noi stessi, della nostra debolezza, della nostra incapacità di poter coraggiosamente annunciare e testimoniare il vangelo di Cristo in un mondo che troppo spesso se lo mette sotto i piedi anche se finge di tenerlo in grande e rispettosa considerazione. Anche oggi Gesù viene in luoghi dove si trovano i suoi discepoli, coloro che, sia in mezzo a sacerdoti ministeriali sia in mezzo a sacerdoti non ministeriali (cioè, virtualmente ogni uomo e ogni donna), lo amano sinceramente nonostante i loro limiti e i loro timori, e, «mostrando loro le mani e il fianco», dice loro: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Come dire: il Padre mi ha mandato per salvare l’umanità dal peccato e dalla morte, essendomi io stesso offerto per tale opera di salvezza, e adesso io mando voi per cooperare alla mia opera di salvezza e prolungarla, nel mio nome e per mio conto, sino alla fine dei tempi. Chi di voi vorrà perdere la sua vita ai fini della propria salvezza e della salvezza altrui la ritroverà, molto più abbondante di beni, con me in paradiso.

Non sono dunque venuto per dirvi che la vostra sarà una vita tranquilla, priva di sofferenze e di conflitti, ma per ribadirvi che, se resterete in me e nella mia Parola, nonostante le contrarietà, le incomprensioni, le privazioni, le ingiustizie o i soprusi che dovrete patire a causa mia e a causa del vostro amore per me, io terrò sempre desta in voi, per mezzo dello Spirito Santo che ora scenderà su di voi, la gioia e la speranza di far parte del mio regno per l’eternità.

Detto questo, oggi come ieri, il Signore soffia e dice: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20, 19-23). Attraverso queste parole non si profila certo un rinnegamento del precetto divino per cui occorre perdonare settanta volte sette, cioè sempre, ma, come si può vedere, Gesù risorto non dona lo Spirito soltanto in vista della missione evangelizzatrice bensí anche in vista della remissione o non remissione dei peccati.

Il Signore qui non parla solo ai presbiteri che dovranno esercitare il sacramento della confessione o riconciliazione ma parla alla comunità cristiana da lui storicamente conosciuta cosí come in senso più generalmente spirituale continua a parlare all’intera comunità di discepoli di ogni epoca storica e alla quale, nel caso auspicabile in cui sia compatta nel recepire correttamente le sollecitazioni dello Spirito Santo e i suoi piani redentivi, viene riconosciuta non solo la facoltà ma il dovere-potere spirituale di perdonare a coloro ai quali deve essere perdonato secondo le autorevoli e vincolanti indicazioni di Cristo e di non perdonare a coloro ai quali non può e non deve essere perdonato nel caso, anch’esso previsto da Cristo, in cui essi restino recidivi nel peccato e chiusi sino alla fine alla possibilità di salvezza che lo stesso Spirito Santo prima o poi offre ad ogni creatura.

Perdonare, non perdonare. In che senso esattamente? E’ bene ribadire che il Signore non intende ribaltare il suo celebre comando di un amore senza limiti persino verso i propri persecutori, i propri nemici, i propri carnefici, e non intende quindi autorizzare i suoi seguaci a puntare il dito accusatore verso alcuno o a decretarne persino l’eterna dannazione prima che Egli stesso pronunci il suo giudizio finale. Si tratta invece di comprendere che, cosí come incondizionata dev’essere la capacità cristiana di perdonare umanamente, altrettanto incondizionata dev’essere la capacità cristiana di essere o rimanere fedeli alla complessiva legislazione divina nella forma in cui Cristo ce l’ha rivelata, per cui proprio quest’ultima capacità fa obbligo al vero seguace di Gesù di testimoniarne apertamente e senza paura, in un mondo abituato a confidare nelle certezze terrene e a vivere in orizzonti valoriali molto ristretti e transitori, anche i messaggi più scomodi ed irritanti e persino la minaccia di eterna dannazione per quanti dovessero rendersi colpevoli sino alla fine della propria esistenza di peccati reiterati, e come tali imperdonabili, contro le stesse opportunità di salvezza create dallo Spirito Santo. Nulla di particolarmente incomprensibile, dunque, anche se stupisce che buona parte del clero cattolico, perfettamente a suo agio nel riprendere e nello spiegare la prima parte della frase di Gesù, appaia stranamente imbarazzato nel prenderne in seria considerazione la seconda parte.

D’altra parte, quali che siano i motivi di un comportamento cosí reticente, il Vangelo ha un senso salvifico effettivo se viene predicato e meditato dall’inizio alla fine con uguale ardore di fede e persistente fedeltà esegetica. Ci sono dei discrimini posti da Cristo tra condotte peccaminose ancora perdonabili e condotte peccaminose non più perdonabili, sicché se uno proprio rifiuta ostinatamente di essere liberato dalla schiavitù di certi suoi peccati, inevitabilmente e deliberatamente sceglie di privarsi del perdono di Dio. Cosa ci sia di tanto strano o pericoloso in questo concetto, francamente non capisco!

Fermo restando comunque che Dio non invia lo Spirito Santo a tutti indistintamente ma, all’interno stesso della sua Chiesa, solo a coloro che, come dice san Pietro, «gli obbediscono» (At 5, 32) – e non è detto che i preti, solo perché preti e per quanto obiettivamente preziosi, gli obbediscano necessariamente o incondizionatamente –, il cristiano coerente e conseguente non è tenuto solo a predicare, a soccorrere, a pacificare, a convertire direttamente o indirettamente con la sua fede e la sua condotta di vita, ma anche a parlare con franchezza, ad ammonire, a ricordare che chi per una intera vita dovesse perseverare in una serie di peccati particolarmente gravi contro lo stesso Spirito Santo come l’impugnazione della verità conosciuta e l’invidia della grazia altrui, la disperazione della salvezza e la presunzione di salvarsi senza merito, l’ostinazione nel peccato e l’impenitenza finale, non potrà ovviamente sperare di essere perdonato da Dio.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (del Concilio Vaticano II) afferma inequivocabilmente: «La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna (CCC 1864)».

Il peccato contro lo Spirito Santo è un peccato demoniaco, satanico. Non dobbiamo credere a quelli che pensano e dicono che un giorno anche Satana, l’eterno imbroglione, sarà perdonato, e che l’inferno resterà eternamente vuoto! Non sarà mai. Almeno Satana, che non era una creatura stupida ma molto intelligente, vi resterà incatenato per l’eternità! Attenzione dunque, perché Dio è amore, ma è anche giustizia. E, purtroppo, coloro che si assoggettano alle tentazioni, talvolta molto sottili, di Satana, faranno la sua stessa fine: non saranno perdonati!

Il peccato imperdonabile è dunque quello di bestemmiare contro lo Spirito Santo. Bestemmiatori contro lo Spirito Santo erano i farisei di ieri a cui Gesù si rivolgeva e che continuavano a parlare di Dio contrapponendolo a Lui che era il Figlio unigenito di Dio. Anche oggi lo Spirito Santo provvede a sollecitare la stessa comunità cristiana al vero e al bene attraverso suoi testimoni che per grazia divina, e per quanto indegni possano essere, sono particolarmente partecipi della sensibilità redentiva di Gesù, direttamente ispirati dal Signore ed evangelicamente attendibili, ma che come Gesù vengono snobbati o respinti dagli odierni e moderni farisei che a volte tendono a parlare astrattamente di Dio ignorandone i concreti e puntuali richiami.

Il Signore parla ancor oggi cosí: «voi che, pur essendo indegni di me e timorosi sul da farsi, mi volete bene e siete disposti a prolungare con la parola e la vita stessa la mia opera di salvezza, testimoniatemi presso tutti coloro, persone o popoli, che incontrerete o a cui vi rivolgerete: coloro che accetteranno la vostra predicazione e la vostra testimonianza, ove esse siano realmente ispirate dallo Spirito Santo e non dai vostri capricci o da vostri pensieri gratuiti e fallaci, saranno perdonati ovvero liberati dai loro peccati e rinasceranno a nuova vita, mentre coloro che non vorranno trasformare qualitativamente la loro esistenza pur avendo oggettivamente la possibilità di convertirsi e cambiare vita anche sulla base delle vostre sante ed efficaci sollecitazioni, non saranno perdonati né in terra né in cielo per il semplice fatto che essi in realtà, chiusi nella loro presunzione e nella loro superbia, non avranno accettato di cambiare i loro pensieri e la loro condotta pur sollecitati dallo spirito divino che si sarà venuto loro manifestando per mezzo vostro».

La Chiesa, la gerarchia, la comunità ecclesiale, ogni suo singolo e degno membro, hanno il dovere non solo di confortare coloro che lottano lucidamente contro Satana, ma anche di aiutare coloro che sono ancora legati a Satana, pur ritenendo erroneamente di appartenere già a Cristo, a slegarsi e a rimettersi sulla via maestra; in pari tempo, proprio perché l’opera di misericordia cui sono chiamati non può essere esercitata senza uno spirito di verità interamente radicato nell’insegnamento di Cristo, essi hanno anche il dovere di opporsi risolutamente a chiunque intenda alterare o annacquare i comandi divini per andare incontro a ricorrenti ma ingiustificate esigenze di questo mondo. E, in tal senso, non potranno esimersi dal definire pubblicamente come imperdonabile in terra e in Cielo tutto ciò che tale è non in base a criteri meramente soggettivi e personali ma alla luce di una corretta interpretazione della Parola e della volontà di Dio.

Tutto questo dovrebbe essere sufficiente a farci capire che la Chiesa non è né una società umanitaria, né un’associazione filantropica, né un’agenzia diplomatica e pacifista, né una scuola di galateo, né una comunità psicoterapeutica, né una università della religione, in cui ognuno si aspetti di trovare un semplice soddisfacimento psicologico per le proprie ansie e le proprie frustrazioni o un appagamento consolatorio per le proprie e altrui paure esistenziali. La Chiesa è molto di più: è l'umile ma intransigente depositaria della verità di Cristo e delle sue vie evangeliche di salvezza che, come tali, ci si deve sforzare di intendere sempre meglio ma che non sono riducibili a verità e a vie salvifiche dell'umanitarismo di questo mondo.

Qui dev’essere chiaro che anche quei sacerdoti molto più inclini a rassicurare le coscienze che non ad annunciare il vangelo cosí com’è o per quel che è, si assumono una grande responsabilità agli occhi di Dio.

A che cosa dovrebbe servire l’assistenza dello Spirito Santo se non proprio ad evitare che gli uomini commettano peccati imperdonabili, oltre che a sostenere l’azione di quelle persone che rischiano di essere emarginati o perseguitati a causa della loro ostinata e fastidiosa attività di contrasto nei confronti di immonde e sistematiche iniquità verso cui il mondo e una falsa coscienza comune non cessano di essere tolleranti? E, infine, non sta forse scritto che «chi odia la correzione morirà» (Pr 15, 11)?