Sulla questione ebraica e palestinese

Scritto da Angela Iazzolino. Postato in Contributi e testimonianze

 

Da un punto di vista storico non si danno popoli eletti e superiori e popoli incapaci e inferiori, quantunque anche in un’ottica religiosa bisognerebbe capire bene il senso di questa distinzione, ma solo popoli che approdano a livelli di maggiore civiltà per un complesso e talvolta fortuito concorso di cause e popoli che per questo stesso motivo fanno più fatica a perseguire, pur percorrendo strade diverse, la propria liberazione umana e la propria emancipazione economica e politica. Da un punto di vista storico di solito succede che, indipendentemente dai successi e dalle sconfitte, dai progressi e dai ritardi cui ogni popolo è soggetto, tutti i popoli indistintamente aspirino al proprio avanzamento. Tale aspirazione appare moralmente legittima e civilmente proficua quando essa viene espressa in sintonia con il naturale e positivo impulso del genere umano a camminare verso una prospera ma pacifica ed equa unificazione. In questo senso, se il mondo contemporaneo non può fare a meno del ritrovato popolo di Israele, a maggior ragione deve evitare che l’umanità, a cominciare da quella palestinese, sia minacciata da nuovi olocausti e ancora più devastanti di quello novecentesco –  

«Fin dalla sua nascita durante la guerra del 1948, lo Stato israeliano è stato caratterizzato da cambiamenti continui e rivoluzionari: la sua popolazione è cresciuta di nove volte, da circa 700.000 persone agli attuali sei milioni; i suoi confini hanno subito continui cambiamenti, ampliandosi e restringendosi durante ciascuna guerra (1956-57, 1967, 1973, 1982-85, 1994-95). I suoi governi sono passati da un’impostazione socialista di sinistra favorevole alla pace, a una di destra ed espansionista; e il suo ethos nazionale, già ideologicamente orientato verso i valori collettivi, è ora in linea con la generale impostazione liberale, laica e individualista dell’Occidente». Cosí Benny Morris nel suo volume 1948. Israele e Palestina tra guerra e pace (Milano, Rizzoli, 2004, p. 11), in cui non appare registrata l’ultima guerra del 2002. La prima guerra arabo-israeliana del 1948 «portò alla fondazione dello Stato di Israele e alla disgregazione della società palestinese» (Ivi, p. 12). Morris cinque anni or sono pensava che «i palestinesi, a giudicare dal loro comportamento nel 2000, mirino in realtà a molto di più che alla loro liberazione» (Ivi, pp. 12-13), pur senza notare, in coerenza con la sua analisi storica, che questo incremento di ardore patriottico e nazionalistico palestinese potesse essere dovuto precisamente al fatto che Israele, tra «continui cambiamenti» ovvero tra continui ampliamenti e relativi restringimenti territoriali, fosse venuto nel frattempo espandendosi in misura notevole ed inopinata (tanto che, dal ’48 ad oggi, la sua popolazione, che conta oggi circa otto milioni di abitanti, è cresciuta di ben dieci o undici volte), provocando nell’animo dei palestinesi un risentimento del tutto comprensibile.

D’altra parte, pur ritenendo che solo la creazione di uno stato palestinese, e l’esistenza quindi sia di uno stato israeliano sia di uno stato palestinese potranno «condurre alla pace», pena «una guerra perpetua finché uno dei due popoli rivali verrà gettato in mare o nel deserto» (Ivi, p. 13), questo studioso sembra sorvolare sui modi in cui si dovrebbe giungere all’agognata coesistenza interstatuale, fingendo altresí di non sapere che, data l’evidente disparità delle forze belliche in campo, ad essere «gettato in mare o nel deserto» di qui a poco potrebbe essere quasi certamente il disperato popolo palestinese e più segnatamente quello della striscia di Gaza.

Non è che arabi e palestinesi siano innocenti per vocazione, ma come non capire che gli arabi e gli stessi palestinesi potrebbero accettare lo stato israeliano solo se questo fosse capace di proporre proporre una politica realmente distensiva e pacifica, non fondata su una schiacciante supremazia militare ed eventualmente su qualche antica remora di tipo etnico e/o razzistico ma su concrete offerte economico-finanziarie nitidamente percepibili come effettivo volano dello sviluppo complessivo dei popoli arabi e in particolare del popolo palestinese? Ma c’è una domanda più radicale: perché il mondo arabo dovrebbe accettare oggi o domani, in assenza di contropartite sufficientemente appetibili e vantaggiose e di prospettive dignitose di vita, ciò che, imposto unilateralmente dalle potenze occidentali, non ritenne di poter accettare nel 1948? Cosa impedisce agli israeliani, che in fin dei conti mancavano dalla Palestina da ben duemila anni, di coinvolgere arabi e palestinesi in un vero e convincente processo di cooperazione interetnica che potrebbe solo giovare all’intero medio oriente e fare proprio di Israele il paese portante e più rispettato di un grande processo di trasformazione di tutta quell’area? Cosa impedisce loro, in altri termini, di guadagnarsi la fiducia e il rispetto di arabi e palestinesi, se non, quali che siano gli specifici punti del contendere sotto il profilo politico-territoriale, un’intelligenza e una sensibilità politiche del tutto insufficienti ad interpretare e ad avviare a soluzione le gravi e particolari istanze di pacificazione e convivenza chiaramente presenti nell’attuale tempo storico? Anzi, per dirla con tutta franchezza, ci si deve chiedere sin dove si spingerebbe lo stato d’Israele con le sue efficientissime armate (cosí efficienti da permettersi persino, attraverso gli scrupoli umanitari di un certo numero di suoi ufficiali, taluni momenti di pentimento e di apparente generosità) se, imperante la civiltà massmediatica, non sussistessero evidenti ragioni di immagine e di decenza politica internazionale che hanno sin qui impedito il pieno esplicarsi della potenza e della volontà distruttive israeliane, le quali tuttavia tendono non di rado a debordare in modo spaventoso come sta obiettivamente a dimostrare la recente strage di massa compiuta a Gaza.   

 Può anche darsi che, tra i fattori che alimentano l’odierno efficientismo politico-militare della nazione israeliana, vi sia anche l’inconscia ed arcaica frustrazione di un popolo che sa che militarmente fu molte volte incapace in passato di difendere la propria indipendenza: nello scontro con assiri, babilonesi, greci, romani (cfr., per esempio, M. Clauss, Israele nell’età antica, Bologna, Il Mulino, 2003). Ecco: l’ultima volta che Israele aveva dovuto soccombere sul campo di battaglia era stata con la potenza imperiale romana poco dopo la metà del primo secolo dopo Cristo, prima a Gerusalemme e poi a Masada. Organizzatosi Israele, dopo la tragica esperienza dell’Olocausto, in Stato militarmente invulnerabile, almeno all’apparenza, può darsi che anche la memoria di quella storica inferiorità militare abbia inciso ed incida sulla sua condotta politica e militare, anche se non è ancora chiaro a tutti che lo stato israeliano si comporta oggi verso i palestinesi esattamente come, circa duemila anni or sono, i romani si erano comportati contro i patrioti ebrei contemporanei di Gesù. Non averne coscienza, non ammetterlo, significa coltivare o quanto meno cercare maldestramente di nascondere una logica di guerra e di sangue e non una logica di pace e di vita, una logica di odio e di violenza che però, lungi dal risarcire il popolo ebraico di tante sofferenze storicamente patite, non può non attirare forse su esso nuove antipatie e nuovi odi. Il fatto che molti siano i caduti israeliani non dimostra che le responsabilità degli eccidi siano in egual misura da una parte e dall’altra. Al tempo di Gesù diversi romani venivano colpiti a morte da quei nazionalisti ebrei che erano gli zeloti ma ciò non toglie che i romani fossero occupanti o invasori e gli ebrei fossero gli oppressi e le vittime.

Trattative di pace, nonostante tutto, vengono reiterate tra governo israeliano e riconosciute autorità palestinesi, ed è sempre sperabile che, fra non molto, possa dirsi che è bene quel che finisce bene, ma sin qui Israele ha fatto davvero in senso negativo tutto quel che poteva: muri e filo spinato, distruzione sistematica di case e di edifici di pubblica utilità, arresto preventivo di centinaia e centinaia di persone, creazione di campi di concentramento ipocritamente chiamate zone di sicurezza e di controllo, un dispotismo inaudito e tuttavia tollerato dalle stesse potenze occidentali europee su tutti gli aspetti pubblici e privati di alcuni milioni di persone. A ciò bisogna aggiungere che, tutto sommato, sappiamo ancora ben poco delle restrizioni o delle torture cui sono sottoposti i prigionieri palestinesi, dell’entità dei maltrattamenti esercitati verso donne bambini e vecchi, solo per fare riferimento ad alcune vistose problematiche, e insomma di veri e propri crimini contro civili palestinesi. Purtroppo, ci sono intellettuali israeliani che, pur rendendosi conto delle responsabilità della classe politica e dell’inefficacia delle politiche sin qui adottate dai diversi governi di Israele, sembrano prendersela con i loro dirigenti non tanto per lo spirito di oppressione e di persecuzione di cui spesso è vittima il popolo palestinese quanto soprattutto per i contraccolpi inevitabili ma prevedibili che esso determina all’interno dei confini israeliani. Scriveva infatti sarcasticamente David Grossman, alludendo ad Ariel Sharon: «Quindi, o Cesare, continua a combattere fino all’ultima goccia del nostro sangue perché, cosí facendo, verserai anche il sangue dei nostri nemici. Come un sol uomo noi ti gridiamo: muoia Sansone con tutti i palestinesi. Se lo meritano. Talvolta però, dobbiamo ammetterlo, ci sentiamo un po’confusi. Scusaci per questo. Quando ascoltiamo i discorsi di alcuni tuoi ministri che chiedono di inasprire le azioni militari, di rioccupare tutta la Cisgiordania, di esiliare quattro milioni di palestinesi e cosí via, uno stupore ingenuo, candido, si risveglia nei nostri cuori: il tuo piano è cosí scaltro e ingegnoso da contenere anche le risposte alla situazione che si creerà se quelle proposte verranno accettate? Oppure, per raggiungere i tuoi scopi, hai preso la decisione strategica di spostare il campo di battaglia non in territorio nemico, come si è soliti fare, ma in una dimensione diversa, assurda, nell’autoannientamento assoluto in cui né noi né loro esisteremo?» (La guerra che non si può vincere. Cronache dal conflitto tra israeliani e palestinesi, Milano, Mondadori, 2003, p. 160), dove pare di capire che, malgrado tutti i distinguo e le precisazioni che si vuole, le maggiori riserve sulla e sulle politiche di Israele debbano venire dai troppi morti di nazionalità israeliana che la guerra con i palestinesi ha mietuto, non da altro, non per esempio dal fatto che, come una elementare saggezza politica vorrebbe, un paese potente e prospero come Israele dovrebbe esser pronto a rilevanti sacrifici di carattere politico-territoriale pur di apparire al vicino mondo arabo ed islamico interlocutore credibile o più credibile.

Non è che si voglia ideologicamente Israele sempre “perdente” e mai “vincente”, non è quindi che gli si voglia assegnare il ruolo di agnello sacrificale della storia, né dunque si intende dire che esso non debba essere dotato di una forza militare proporzionata alle sue necessità di difesa, ma bisogna pur comprendere che oggi è obiettivamente faticoso distinguere tra le sue reali necessità di difesa e i suoi programmi espansionistici ed imperialistici, tra il diritto ad esistere e la sia pur inconfessata volontà di esercitare una funzione egemonica non basata sul consenso dei popoli limitrofi ma sulla forza. Gli israeliani non comprendono che, se essi non potranno mai considerarsi risarciti dell’olocausto solo perché messi in condizione, più di mezzo secolo fa, di organizzarsi ed esistere statualmente, ancor più i palestinesi dovranno disconoscere la ragionevolezza di specifici accordi di pace sino a quando non sembrerà loro di doverli accettare o subire per una questione di pura e semplice sopravvivenza e a condizione di dimenticare per sempre che essi e non gli ebrei sono stati almeno negli ultimi due millenni i legittimi e gli unici proprietari della terra chiamata Palestina. Da queste considerazioni non si può prescindere. La stessa politica internazionale, se vuol rendersi davvero utile e proficua, non potrà essere interessata a costruire semplicemente con Israele rapporti quanto più organici possibile, non potrà non capire questi aspetti cosí delicati e decisivi della questione palestinese e medio-orientale (critiche molto severe ma non sempre ingiustificate su questa organicità di rapporti tra ebrei di Israele e del mondo e mondo occidentale ha espresso A. Asor Rosa, La guerra, Torino, Einaudi, 2002, in particolare pp. 97-102).

Su un punto è indispensabile intendersi pregiudizialmente: uomini e donne di origine o fede ebraica non possono pretendere di legittimare l’esistenza dello stato ebraico in Palestina con motivazioni di ordine religioso, perché, come è stato autorevolmente rilevato e dimostrato sulla base di una fonte non sospetta  (ovvero il giudizio storico-religioso del rabbino David Meyer), «l’idea…di “promessa incondizionata” sulla terra di Israele non esiste» (A. Gresh, Israele, Palestina. Le verità su un conflitto, Torino, Einaudi, 2004, pp. XI-XII), giacché, come viene ricordato nell’opera appena citata, il quarto capitolo del Deuteronomio, uno dei libri biblici più antichi, recita testualmente con riferimento ai figli di Israele: «se farete ciò che è male agli occhi del Signore vostro Dio per irritarlo, io chiamo oggi in testimonio contro di voi il cielo e la terra: voi certo perirete scomparendo dal paese di cui state per prendere possesso oltre il Giordano. Voi non vi rimarrete lunghi giorni, ma sarete tutti sterminati».

Quindi, nessun “diritto religioso”, neppure sul piano critico-testuale, è possibile invocare a sostegno della causa ebraico-israeliana, a prescindere dal fatto che nell’odierno popolo di Israele sia forse possibile riscontrare l’esistenza di un diffuso ateismo o di un notevole disinteresse religioso. Semmai, per chi voglia affrontare il problema in un’ottica religiosa, dovrebbe esser chiaro che Dio benedice i perseguitati e che, nella fattispecie, terrorismo o non terrorismo, i perseguitati sono sicuramente quei bambini palestinesi che ogni giorno, con la disperazione negli occhi, non sanno come fare ad opporsi all’occupazione militare israeliana. Che non significa implicitamente avallare il motto suggestivo ma dotato di assai incerto valore religioso: «Gerusalemme araba», anche se è comprensibile che, al pari del «”sionismo” degli ebrei, il “sionismo” palestinese» abbia trovato «ispirazione nella memoria, nel mito della città perduta e nell’amarezza della dispersione e della sconfitta» (A. Elon, Introduzione a Gerusalemme. I conflitti della memoria, Milano, Rizzoli, 2000, pp. V-VI).

Studiosi, esperti, teologi, semplici uomini e donne di fede di diversa confessione religiosa ma animati da sereno e profondo spirito di verità, dovrebbero poter stabilire una volta per sempre che, sacri testi alla mano, Gerusalemme, la città del Santo, non potrà mai essere proclamata legittimamente né città degli ebrei né città degli arabi e dei palestinesi. Essa fu prescelta da Dio non perché dovesse diventare “capitale” di questo o di quello stato  o popolo ma perché, essendo capitale del diveniente e attuale regno di Dio, fosse la capitale di un sempre più profondo internazionalismo spirituale e religioso, e dunque sede privilegiata di incontro tra tutti i popoli e le fedi del mondo.

Bisogna tuttavia osservare che, nel 47, quando le potenze occidentali, condizionate da un evidente senso di colpa verso gli ebrei, vollero la spartizione della Palestina e la nascita dello stato israeliano, per porre in qualche modo riparo alla precedente persecuzione antiebraica, non vollero rendersi conto che, cosí facendo, avrebbero dato luogo ad una nuova e non meno vergognosa ingiustizia, quella per cui i palestinesi sarebbero stati spietatamente cacciati dalle loro case, specialmente nel 1948-50, «dalle milizie ebraiche e poi dall’esercito israeliano», come testimonia eloquentemente il cosiddetto “revisionismo storico” israeliano, ovvero “i nuovi storici di Israele”, che hanno fatto piazza pulita di tanti luoghi comuni che inducevano a pensare che i palestinesi, nel periodo indicato, avessero preso volontariamente anche se un po’ a malincuore la decisione e la via dell’esilio. 

Visto che, specialmente da parte ebraica, si invoca continuamente «il dovere della memoria», sarebbe forse il caso di coltivare coerentemente questo dovere della memoria anche per ricordare la «grande ingiustizia fatta ai palestinesi», non potendosi occultare questa dimensione morale dalla quale «dipende» la possibilità stessa di una riconciliazione tra israeliani e palestinesi (Gresh, Israele, Palestina, cit., p. XIII), e per contestare energicamente l’immagine falsa ma accreditata in molti ambienti politici internazionali di uno stato israeliano sempre nemico del terrorismo altrui e sempre costretto alla difesa armata della propria sicurezza, giacché precisi ed inequivocabili atti di terrorismo, compiuti dagli israeliani ai danni non solo degli arabi di Palestina ma degli inglesi e delle Nazioni Unite, sono già alla base della fondazione del loro Stato (cfr., tra tanti altri, la ricostruzione proposta da H. Küng, Ebraismo. Passato, presente, futuro, Milano, Rizzoli, 1999, pp. 319-346).

Non è che l’intera società israeliana sia incapace di capire o di riconoscere il nocciolo del problema, anche se, in occasione dell’ultima e devastante occupazione militare di Gaza, la stragrande maggioranza degli israeliani, come hanno riferito tutti gli osservatori internazionali, si è mostrata assolutamente favorevole all’intervento armato contro i palestinesi. Nella società israeliana si sentono certo voci consapevoli, voci critiche, voci apparentemente solidali con le troppe ed innocenti vittime palestinesi, e non ha mancato in passato, meno di recente, di manifestarsi un dissenso piuttosto aspro nei confronti delle politiche militariste costantemente e più o meno uniformemente perseguite dai diversi governi israeliani. Tuttavia, una delle fondamentali peculiarità di questa stessa società è stato ed è il ruolo che vi svolge in modo pressoché indiscusso l’esercito (C. Klein, Israele, lo stato degli ebrei, Firenze, Giunti, 2000, pp. 45-61). Si tratta di un esercito  onnipresente basato sul sistema dei riservisti, com’è quello adottato in Svizzera, con la sostanziale differenza che naturalmente qui si ha a che fare con una forza militare mai realmente impegnata ed attiva mentre l’esercito israeliano opera in uno stato di continua ed efficiente mobilitazione bellica. Ed è senz’altro vero che, in un certo senso, il civile israeliano «non è altro che un militare in permesso» (Ivi, p. 37), cosí come si capisce facilmente che, se un popolo si sente sempre attaccato, non potrà fare poi a meno di sentirsi perennemente in guerra. L’esercito è perciò un sicuro elemento unificante della volontà del popolo ebraico pur nella diversità delle sue componenti e articolazioni, ma uno dei problemi di fondo è proprio quello di capire se e come si riuscirà a coniugare concretamente questa esigenza di autodifesa, che è legittima se non è esasperata e non è pretestuosa, con una avvertita e non velleitaria volontà di pace e di pacificazione.

La stessa democrazia non può non risentire in senso autoritario di un ruolo cosí marcato dell’esercito, il quale, pur avendo contato molto in Israele, a partire dal periodo immediatamente successivo all’assassinio Rabin è venuto talmente accentuando la sua funzione da trasformarsi in «un vero e proprio potere autonomo rispetto al governo» (M. Warschawski, A precipizio. La crisi della società israeliana, Torino, Boringhieri, 2004, p. 113 ma anche pp. 110-114). Se a ciò si aggiunge il deleterio ruolo politico dei partiti religiosi integralisti, per i quali è legittima non la legge dello Stato ma solo la legge divina (interpretata alla luce di una tradizione religiosa ristretta e unilaterale), e dei partiti russi, per i quali «la democrazia e la libertà individuali sono un lusso superfluo e la causa prima di quella che essi considerano la debolezza morale e politica di Israele», e se si precisa che i primi e i secondi sono accomunati da «un razzismo antiarabo senza limiti» (Ivi, pp. 113-114), non si può affatto escludere che la società israeliana resti continuamente esposta a pericoli di involuzione democratica. Militarismo nazionalista, integralismo religioso, razzismo antiarabo, oltranzismo impregnato di messianismo anche nelle sue forme più laiche: ecco, l’insieme di questi elementi «rientra in una paranoia generale che porta a considerare il mondo intero come una minaccia mortale per l’esistenza stessa degli ebrei, nel Medio Oriente e altrove» (ivi, p. 114).

Ce n’è abbastanza quanto meno per temere che il continuare ad agitare un antisemitismo ancestrale e viscerale al fine di giustificare l’odierna politica interna ed estera di Israele, significhi in realtà sollevare semplicemente una cortina fumogena nella quale ogni specifica responsabilità dello stato ed eventualmente dello stesso popolo israeliani finisca per non poter mai essere avvistata ed identificata. Cosí come poco utile al perseguimento della verità storica e della pace è l’enfatica insistenza sul fatto che negli «ultimi tempi persino la legittimità stessa dello stato ebraico, e non solo la sua linea politica, è stata messa in discussione dai suoi oppositori» (A. B. Yehoshua, Antisemitismo e sionismo, Torino, Einaudi, 2004, p. 26). Perché può darsi benissimo che «la paura degli ebrei» sia «la causa principale e determinante dell’antisemitismo» (Ivi, p. 32), anche se probabilmente questa paura ha per oggetto specifico un culto come quello ebraico storicamente mai equilibrato o mitigato bensí sempre esasperato ed ossessivo della propria diversità, ma in definitiva è nel modo contemporaneo di essere ebrei, è nella mentalità ebraica odierna, è nel modo ebraico di oggi di pensare la politica e il rapporto con gli altri popoli, è cioè nel modo in cui concretamente pensano e agiscono molti ebrei di questo tempo che molti non ebrei, dai cristiani ai musulmani e a non pochi laici di orientamento religioso o agnostico, colgono criticamente i segni di una supponente e fastidiosa volontà di separatezza, di una volontà non di apertura e di fattivo dialogo ma di chiusura e di sostanziale isolamento spirituale.

Di questo occorre prender atto, di qui occorre muovere e non da luoghi comuni o da giudizi stereotipati per cercare di capire la vera natura di un dissenso civile contemporaneo antiebraico (che spesso non ha niente a che fare con l’antisemitismo) persistente e non necessariamente dissennato. E’ sui fatti che bisogna misurarsi e non su altro e i fatti indicano inequivocabilmente che a Gaza Golia parla ebreo (A Gaza, Goliath parle hébreu), per dirla col titolo di un articolo apparso su “Le monde diplomatique” all’inizio del 2009 a firma di Tom Seguev, il quale ha osservato che una grande maggioranza di israeliani ebrei hanno approvato la guerra portata contro Gaza manifestando ben poca pietà per la sorte di migliaia di vittime. Sí, ormai è accaduto, senza possibilità di smentite, che il racconto storico di David e Golia venisse rovesciato giacché non c’è dubbio che uno dei più potenti eserciti del mondo rende letteralmente la vita impossibile, e non da oggi, ad un popolo sostanzialmente inerme e indifeso, che non ha né stato né milizie regolari ed è comprensibilmente soggetto a quella disperazione terroristica che mai si potrà approvare e che funge tuttavia da estremo mezzo di difesa di una dignità nazionale e personale infinite volte offesa ed umiliata (Shlomo Sand, David et Goliath ou le mythe historique inversé, in “Le Monde diplomatique”, febbraio 2009).

Nel 1099 i crociati cristiani avevano dato sfogo al loro insano furore antigiudaico vendicandosi ferocemente, prima di entrare trionfalmente in Gerusalemme, degli ebrei (cfr. P. Citati, La guerra santa dei cristiani, in La Repubblica, 21 maggio 2004, p. 51). Forse un giorno i “nuovi storici israeliani” escluderanno che possano trovarsi in una situazione analoga i palestinesi di oggi nel quadro della loro «cattività israeliana», ma al momento, anche alla luce di taluni documenti giornalistici e televisivi, nulla può escludersi aprioristicamente. D’altra parte, invece di sollevare generiche e consuete polemiche di ordine moralistico e pseudoreligioso, al fine di giustificare la propria aggressività, sarà il caso di rispondere alle critiche di qualche degno figlio di Israele: è vero o non è vero che Israele punta ad una non dichiarata pulizia etnica antipalestinese e antiaraba? E’ vero o non è vero che la comunità internazionale concede ad Israele, per crimini da esso commessi e realmente accertati, una impunità che non è solo «un diniego di giustizia per le vittime della sua aggressione permanente…ma una delle ragioni della degenerazione interna» della sua vita sociale? E’ vero o non è vero che il programma nucleare israeliano noto come «Opzione Sansone» prevede che Israele sia «pronto a distruggere, insieme a se stesso, coloro i quali ne vogliono la distruzione»? E’ vero o non è vero che in Israele agisce potentemente una mortifera combinazione di democrazia nominale e di barbarie reale e che non esiste «un movimento realmente laico e democratico» capace di opporsi efficacemente a questo stato di cose, ad eccezione di quei pochi «dissidenti israeliani…i quali sanno che, difendendo il diritto – in primo luogo, quello dei palestinesi, ma anche il diritto come fondamento della società in cui vivono – lavorano per la salvezza della loro esistenza sovrana» (M. Warschawski, A precipizio, cit., pp. 106-125)?

Non è possibile riconoscere nella storia israeliana del secondo novecento anche quei «due fattori che percorrono la storia del ventesimo secolo e si presentano in varie forme nelle sue manifestazioni totalitarie» e che un matematico di fiera origine ebraica quale Giorgio Israel attribuisce esclusivamente ai nemici di Israele, ovvero «l’ideologia razziale e la pretesa di una gestione scientifica pianificata della società» (G. Israel, La questione ebraica oggi. I nostri conti con il razzismo, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 145)? La costruzione israeliana del “muro” in Palestina ha a che fare con «ragioni di sicurezza» o proprio con un’«ideologia razziale» e con un’idea angustamente nazionalistica ed intollerante di società? Israele è odiato da tutti o è Israele che non perde occasione per manifestare il proprio sospetto o odio inconfessato verso tutti coloro che, sia pure a diverso titolo, osino formulare nei suoi confronti delle critiche? Se Obama, cambiando un po’ la tradizionale linea politica americana, non dovesse più dare un appoggio incondizionato ad Israele, cosa si dirà: che l’America si sarà messa a fomentare il terrorismo o che Israele deve cominciare a prendere coscienza dei limiti della sua politica estera ed internazionale?

Una seria analisi storica e politica dovrà partire da specifiche domande come queste se il suo compito vorrà essere o restare quello di contribuire ad un rigoroso e non opinabile accertamento della verità e ad una giusta risoluzione della tragedia mediorientale. Anche chi, in quanto ebreo giustamente orgoglioso di esserlo, ammonisce a non considerare gli ebrei esseri diversi e separati dai «comuni mortali», proprio mentre tuttavia, non senza una qualche plateale ed ambigua precisazione, afferma decisamente che, né sotto un profilo teologico né sotto un profilo politico e morale gli ebrei possono «chiedere scusa per il fatto stesso di essersi mantenuti ebrei» (A. Luzzatto, Il posto degli ebrei, Torino, Einaudi, 2003, pp. 72-73), non può pensare di eludere tali interrogativi ove voglia offrire un serio e costruttivo contributo ad un vero dialogo di pace tra la comunità ebraica ed altre comunità umane.

Un’altra domanda specifica e inevitabile anche se ormai di natura prevalentemente accademica, a cui bisognerà pur dare una risposta convincente, è quella che, alla fine del secondo conflitto mondiale e in relazione alle imminenti decisioni politiche internazionali sul nuovo assetto della Palestina e quindi sulla nascita dello Stato ebraico di Israele, poneva il reggente dell’Arabia Saudita al presidente americano Roosevelt: se si pensava che gli ebrei dovessero essere risarciti per ciò che avevano sofferto, «questo non doveva essere chiesto ai paesi dell’Asse» piuttosto che agli arabi (T. G. Fraser, Il conflitto arabo-israeliano, Bologna, Il Mulino, 2002, p. 27)?. Se questa obiezione non fosse stata sottovalutata e alla fine ignorata dalle potenze occidentali, probabilmente oggi non esisterebbe un conflitto arabo-israeliano né una problematica medio-orientale cosí pesante come quella che grava invece sul mondo intero. Le potenze occidentali si posero o non si posero il problema di quali effetti avrebbe potuto produrre l’accoglimento di una obiezione-proposta come quella araba? E comunque se, a risarcire gli ebrei, fossero stati «i paesi dell’Asse», quale sarebbe oggi la situazione storico-politica europea e mondiale? Capire gli ebrei è doveroso, ma capire i palestinesi, gli islamici, il mondo arabo nel suo insieme e gli stessi cristiani che vivono in Palestina, è altrettanto doveroso e urgente.

(articolo aggiornato ma pubblicato in “Bucinator” , 7, 2005)