Giudicare in spirito di verità e carità

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Se non esprimessimo giudizi su niente e nessuno non saremmo uomini, uomini che per vivere hanno bisogno di sapere in che modo e per che cosa bisogna vivere e che per vivere tra gli altri e insieme agli altri hanno bisogno di ispirare il loro agire a determinate regole e princípi adoperandosi anche al fine di preservarli da atti volti a violarli e a comprometterne la stabilità e la stessa esistenza.

Questo assunto è ancora più vero da un punto di vista cristiano: Gesù sapeva benissimo che il pensare umano si esercita attraverso giudizi di ordine conoscitivo e di ordine morale e che un pensare che non implicasse un giudicare e quindi un obiettare, un domandare e un valutare e infine un decidere anche praticamente di prender posizione a favore del vero e del bene e in opposizione al falso e al male, sarebbe semplicemente un non senso.

Per scegliere Cristo, l’uomo deve giudicare, per non seguire Satana l’uomo deve giudicare, per non conformarsi alle iniquità del mondo l’uomo deve giudicare, per educare i propri simili ad una sana convivenza civile l’uomo deve assumersi la responsabilità di distinguere (che è un effetto del giudicare) tra comportamenti leciti e comportamenti illeciti, per testimoniare correttamente la sua fede nella propria comunità religiosa il credente non può e non deve chiudere gli occhi su modi sbagliati di intendere la fede e su condotte personali rispetto ad essa incoerenti cosí come anche in ambito politico e sociale non può e non deve rassegnarsi ad accettare passivamente tutte quelle decisioni governative che siano manifestamente contrarie al bene comune o ad universali princípi morali.

Peraltro, a tutti quei cristiani che, sia pure con inconsapevole ipocrisia, citano le parole di Gesù sul non giudicare solo per zittire i “disturbatori”, ovvero chiunque in spirito di verità e carità ritenga di dover eccepire su abitudini ecclesiali consolidate ma errate o imperfette, su reiterate ma non irreprensibili pratiche individuali di vita, su forme personali e comunitarie di indifferenza spirituale per lo stato di povertà o di disagio materiale e morale in cui versa tanta gente abbandonata o non tutelata dallo Stato, si può replicare preventivamente che, se volessero essere proprio coerenti con il loro modo di intendere le parole del Signore, farebbero bene a tacere a loro volta e quindi a non giudicare quelli che giudicano e a non condannare quelli che condannano.

Questo solo per dire che ogni uso puramente strumentale del vangelo di Cristo è destinato irrimediabilmente a configurarsi come semplice mistificazione e come peccato contro la verità e la carità verso Dio e verso il prossimo. Qual è allora il vero o giusto senso delle parole di Gesù? Gesù con la sua esortazione cerca di educarci a non esprimere sugli altri giudizi affrettati o superficiali, a non giudicare il comportamento altrui con pregiudizio o in modo malevolo, a non giudicare in modo assoluto e definitivo persino il prossimo più manifestamente dedito ad una condotta peccaminosa, a non essere mai troppo sicuri di essere certamente migliori di colui o colei che critichiamo non potendo mai conoscerne per intero la realtà umana ed esistenziale.

Gesù vuol farci capire che, per essere corretto, il nostro giudicare dev’essere quanto più possibile oggettivo cioè veritiero e comunque in nessun caso implicitamente denigratorio o accusatorio: è certo necessario giudicare la prostituzione come un vizio individuale o una piaga sociale, ma questo non comporta un sentimento di disprezzo verso chi la eserciti; è certo doveroso da parte di chi ne abbia la facoltà o la capacità contrastare in modo severo e puntuale posizioni eretiche in materia di fede ma questo non comporta la tendenza a calunniare o ad irridere il proprio interlocutore o avversario; la nostra fede ci fa obbligo anche di ammonire, rimproverare, esortare, se necessario, i nostri stessi fratelli di fede ma a condizione che tali atti siano mossi da uno spirito di verità e di carità ad un tempo.

Sono solo esempi con cui si intende sottolineare come il precetto evangelico del non giudicare e non condannare non possa essere affatto inteso come un invito a farsi i fatti propri ma al contrario come un invito a mettere la propria capacità di giudizio e di discernimento non al servizio della doppiezza morale, dell’odio, della discriminazione, della divisione, bensí al servizio della sincerità, dell’amore disinteressato, dell’inclusione solidale e responsabile, della comunione fraterna e proficua.

Il non giudicare che sia inteso come sinonimo di indifferentismo, quietismo, neutralismo et similia, è un concetto decisamente antievangelico e anticristiano, mentre assume un’elevata valenza evangelica e cristiana ove esso sia concepito come sforzo di giudicare muovendo dalla consapevolezza dei propri limiti e insieme da un’insopprimibile esigenza spirituale di testimoniare la propria appartenenza a Cristo non in modo conformistico e ritualistico ma secondo quel «coraggioso e sereno anticonformismo», per riprendere le parole del cardinale Angelo Bagnasco, «che privilegia l’obbedienza alla verità» sia pure in un continuo esercizio di carità.

Cosí, non è vero che riprendere un fratello, foss’anche il fratello più influente da un punto di vista istituzionale o religioso, sia necessariamente un atto anticaritatevole. Esprimere per esempio una parola di doloroso stupore sul fatto che un papa “illuminato” e caritatevole come Francesco non abbia ancora ritenuto di manifestare pubblicamente la vicinanza della Chiesa di Cristo alle indicibili e sconvolgenti sofferenze e ai lutti strazianti del popolo palestinese che proprio in questi giorni viene per l’ennesima volta e barbaramente colpito dal faraone di turno, ovvero lo Stato omicida di Israele, non significa mancare di rispetto a Francesco ma manifestare un punto di vista diverso dal suo testimoniando liberamente e lealmente la propria convinzione evangelica che i cristiani debbano stare in tutto e per tutto vicini agli oppressi e ai bisognosi non in astratto, non tra una persecuzione e l’altra, non in occasione di tranquille e programmate visite pastorali, ma nei momenti più difficili e drammatici, in momenti, come quelli odierni, in cui essi sono più duramente colpiti e perseguitati.

E’ ora, è hic et nunc, che la Chiesa, senza preoccuparsi di conseguenze politiche e diplomatiche di sorta, deve mettersi apertamente dalla parte dei deboli e degli oppressi mediorientali, è qui e ora che essa dovrebbe coraggiosamente ammonire Israele a smettere di rateizzare la sua violenza genocida nei confronti di un popolo sostanzialmente inerme e relativamente violento solo per disperazione e frustrazione.

Certo, è sempre possibile che io non sia in tal caso abbastanza caritatevole verso il capo della mia Chiesa, ma sento il dovere evangelico di non far mancare ai fratelli di Palestina un segno chiaro e inequivoco anche se modesto di affetto, una parola franca anche se mediaticamente irrilevante di verità e solidarietà, un sentimento di condivisione fraterna anche se meramente ideale rispetto alle disumane iniquità cui essi sono da oltre mezzo secolo sottoposti senza che il mondo riesca a far nulla per rimuoverle.

Mi assumo non tronfiamente ma umilmente davanti al Signore la responsabilità di quel che sto dicendo, del giudizio che pubblicamente sto esprimendo, certo che esso, nonostante l’indegnità di chi lo formula, sia necessario ad una comunità cristiana i cui giudizi e le cui prese di posizione non sempre sono, per coraggio e puntualità, pienamente rispondenti agli appelli evangelici.

Dunque, prima di giudicare cerchiamo di capire, di approfondire, di fare i conti con la nostra coscienza, e soprattutto lasciamo a Dio l’ultima parola, l’ultimo giudizio, ma noi, in base alla nostra fede, non possiamo sottrarci alla responsabilità del giudizio e, se necessario, dello sdegno. In Gesù la mitezza è compatibile con giudizi duri e sferzanti anche se la sua missione fu allora quella di salvare e non di giudicare o condannare, e lo spirito di carità si coniuga perfettamente con la franchezza dei suoi moniti e delle sue minacce. A coloro che intendono a volte con una certa mollezza spirituale o con eccessiva enfasi mistica la “imitatio Christi”, va ricordato che il carattere di Gesù era un carattere energico e risoluto che quanti ne siano capaci per grazia divina ricevuta hanno non il diritto ma il dovere di non perdere di vista nell’ambito della propria testimonianza di fede.

Chi può pensare che Cristo sarebbe contento di sapere che la sua Chiesa non scomunica i mafiosi non occasionali, non ammonisce i suoi figli a tenere comportamenti quanto più possibile onesti di vita, non giudica un’aberrazione la pratica omosessuale e ogni altro genere di perversione umana, non prende apertamente posizione contro i violenti e contro gli stessi Stati violenti e dispotici, non condanna tutti coloro che perseguono sia pure in modi diversi interessi egoistici a detrimento del bene comune di una intera comunità o di un determinato popolo? Chi può pensarlo, essendo o dichiarandosi seguace di Cristo?