Pierre Stambul dalla parte della Resistenza palestinese

Scritto da Pierre Stambul. Postato in Contributi e testimonianze

 

PUBBLICHIAMO INTEGRALMENTE L'INTERVISTA, PUBBLICATA SUL SITO WWW.FORUMPALESTINA.ORG, DI PIERRE STAMBUL, COPRESIDENTE DELL'UNIONE EBRAICA FRANCESE PER LA PACE, SUL BOMBARDAMENTO E SUI RASTRELLAMENTI ISRAELIANI IN CORSO NELLA STRISCIA DI GAZA.

Ebrei contro il Sionismo, contro Israele, al fianco della Resistenza Palestinese

Intervista a Pierre Stambul *

 

* [pubblichiamo la traduzione di un'interessante intervista a Pierre Stambul, copresidente dell'Unione Ebraica Francese per la Pace. Al di là di una generica solidarietà "umanitaria", Stambul dice parole molto precise su ciò che bisogna fare per sostenere la Resistenza Palestinese e contemporaneamente per frenare l'antisemitismo alimentato dallo Stato d'Israele stesso...Stambul sostiene e invita tutti gli amici dei palestinesi, a prescindere dalla loro nazionalità, ad estendere contro quest'ultimo la campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni).]

 

L’attacco israeliano su Gaza ha visto una svolta drammatica col massacro di massa commesso nel quartiere di Shayjaya, che alcuni considerano un crimine di guerra. Che valutazione fa rispetto a questi avvenimenti?
Delle voci purtroppo rappresentative in Israele spingono verso il massacro di massa. Jacques Kupfer del Likud internazionale scriveva qualche giorno prima di questo massacro: “Se noi vogliamo mettere un termine alla guerra, dobbiamo radere al suolo Gaza. Gaza deve diventare un campo di rovine da dove non possono uscire altro che gemiti”. Siamo oltre il crimine di guerra. Già prima di questo massacro gli abitanti di Gaza si chiedevano: “Perché la comunità internazionale, che ha incolpato i dirigenti serbi o ruandesi, non punisce i dirigenti occidentali che ordinano di sparare sui bambini, che fanno vivere le persone in gabbia e che utilizzano armi proibite (uranio impoverito, bombe a frammentazione…)?


Abbiamo visto delle immagini scioccanti a Sderot dove degli Israeliani andavano ad ammirare i raid su Gaza. Come può una parte della società isrealiana rallegrarsi oggi della morte di centinaia di civili tra i quali molti bambini?
Nel 2008-2009, durante l’operazione “Piombo Fuso”, durante il massacro precedente, l’esercito israeliano aveva impedito l’ingresso dei giornalisti a Gaza e costoro avevano guardato da Sderot il bombardamento come se giocassero a un videogioco. L’anticolonialista israeliano Michel Warschawski ha scritto un testo superbo intitolato “Verso il fascismo” per descrivere l’evoluzione della sua società. L’insensibilità verso la morte e la sofferenza dell'“altro”, del palestinese, affligge la pseudo-sinistra sionista. Elie Barnavi ha evocato questa guerra non parlando d’altro che dei razzi tirati da Gaza mentre più della metà dei morti sono donne, bambini, vecchi palestinesi.


La Resistenza Palestinese a Gaza è sostenuta in tutto il mondo. Il lancio di razzi su Israele è una strategia efficace, data l’asimmetria delle due parti?
La popolazione di Gaza non ha scelta. E’ in gabbia. Il blocco impietoso dura da sette anni. A Gaza manca l’acqua, il cibo, l’elettricità, il carburante, il cemento, le medicine…Anche quando non reagiscono, gli abitanti di Gaza seppelliscono i loro morti: 150 contadini uccisi in pochi anni perché i loro campi costeggiano la frontiera, 11 pescatori uccisi in mare mentre cercavano solo di non morire di fame, 650 vittime di esecuzioni extragiudiziarie. Il diritto alla resistenza esiste nel diritto internazionale. Hamas non è sempre molto popolare a Gaza, ma il fatto di reagire con dei razzi ha il sostegno della maggioranza della popolazione che non vede altro mezzo per finirla con l’embargo.


A Tel-Aviv e a Gerusalemme dei cittadini israeliani coraggiosi scendono in strada per denunciare questa aggressione. Michel Warchawski, giornalista israeliano militante per la pace dice di sentire per la prima volta la paura di fronte alla “fascistizzazione” della società. Che ne pensa?
Gli israeliani anticolonialisti sono coraggiosi e formidabili. Mi ricordano il piccolo pugno di Francesi che, contro la loro stessa società, si sono battuti per l’indipendenza dell’Algeria mentre la maggioranza della popolazione tollerava la tortura e i rastrellamenti. Il sionismo non è solo un’ideologia criminale, è anche un’ideologia suicida per gli Ebrei che alimentano la paura e l’insensibilità, la quale fa credere agli israeliani che sono loro le vittime. Un giorno questa ideologia crollerà, ma purtroppo non siamo ancora arrivati a quel momento. Ad ogni modo, il fatto che Israele abbia un governo tipo l’OAS (Organizzazione Armata Segreta, gruppo paramilitare clandestino terrorista che fece numerosi attentati contro il processo per l’indipendenza dell’Algeria, n.d.T.), non è un caso. Il sionismo ha cancellato tutte le differenze ideologiche al suo interno e sono logicamente i più estremisti e i più razzisti che sono alla guida del paese.


In Francia il movimento di solidarietà con i Palestinesi ha conosciuto degli episodi violenti. A Barbès, poi a Sarcelles gli incidenti hanno caratterizzato le manifestazioni. Qual è la responsabilità del governo francese rispetto a queste violenze? Perché si rifiuta di dichiarare illegale la Lega di Difesa Ebraica (in francese LDJ, n.d.T.)?
L’atteggiamento di Hollande e del suo governo è più che vergognoso. Il sostegno garantito agli attuali crimini di guerra è superato oggi da un tentativo di proibire le manifestazioni per i diritti del popolo palestinese. Il governo riprende interamente la tesi sionista secondo la quale criticare israele è un atto antisemita. La Francia è uno dei pochi paesi in cui la LDJ, gruppuscolo razzista molto violento, non è illegale. È la LDJ che ha provocato i manifestanti a Parigi. Il governo francese, per sua attitudine, confonde volutamente ‘ebreo’, ‘sionista’ e ‘israeliano’. Il solo modo di impedire un’esplosione di antigiudaismo è di fare come l’UJFP (Unione ebraica francese per la pace, n.d.T.). Abbiamo manifestato con i nostri compagni dell’ATMF (Associazione dei lavoratori maghrebini in Francia, n.d.T.) dietro lo stesso striscione: “Ebrei e Arabi uniti per la giustizia in Palestina”. Si tratta di ripetere instancabilmente che questa guerra è coloniale, che non è una questione di razza né di comunità né di religione, che il solo obiettivo è l’uguaglianza dei diritti e la convivenza pacifica.


Secondo Lei c’è un legame tra la lobby sionista pro-israeliana e i discorsi islamofobi in aumento negli ultimi anni?
Certamente. Israele è l’alunno modello di coloro che propagandano lo “choc della civilizzazione”, la guerra del “bene” contro il “male”, laddove il male sono senza dubbio gli Arabi, i Musulmani, gli “abbronzati”. Nel momento in cui il colonialismo non è più “politicamente corretto”, Israele dà l’esempio di una “riconquista coloniale”. Per più di un secolo, l’antisemitismo è stato il denominatore comune di tutte le ideologie di estrema destra. Oggi l’islamofobia rimpiazza l’antisemitismo. I dirigenti dell’estrema destra europea sono pro israeliani e vanno a visitare la Knesset o Yad Vashem. E i nostri pseudo-intellettuali, non avendo più il diritto di dire “sporco arabo”, se la prendono nello specifico con i Musulmani o con coloro che sembrano musulmani.



Perché i media francesi, tranne qualche eccezione, continuano ad accreditare la propaganda israeliana?
Bella domanda. La maggior parte dei grandi media non è più indipendente. I loro proprietari non rappresentano l’opinione pubblica e, inoltre, il cliché secondo cui in Francia “gli Ebrei sono per Israele, gli Arabi per la Palestina e il conflitto è trasferito in Francia” gli piace. Fa sensazione e fa vendere. L’onestà intellettuale e la complessità che li obbligherebbe ad andare a Gaza, a fare inchiesta sulla violenza dell’embargo, a diffondere i rapporti quotidiani che ci arrivano tutti i giorni da Gaza, tutto questo non fa vendere.



Che bisogna fare per costringere Israele a mettere fine a questo massacro e a togliere l’embargo a Gaza?
In 66 anni di esistenza, Israele è stata sanzionata solo due volte, molto blandamente: nel 1956 per l’evacuazione del Sinai e nel 1991 quando Shamir rifiutò di aprire i negoziati. Entrambe le volte Israele ha ceduto. NIENTE CAMBIERA’ SENZA SANZIONI. La comunità internazionale al momento è silenziosa o complice. Tocca a noi, all’opinione pubblica, fare tutto ciò che possiamo per cambiare la situazione. Nel 2005, 172 associazioni della società civile hanno lanciato un appello al BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) contro Israele sulle rivendicazioni seguenti: fine dell’occupazione, della colonizzazione, distruzione del muro, fine del blocco di Gaza (la cosa più urgente oggi), liberazione dei prigionieri, uguaglianza dei diritti, diritto al ritorno dei profughi. Il boicottaggio dev’essere totale: politico, economico, commerciale, universitario, sportivo, sindacale, culturale…e consegue dei successi sempre più considerevoli. La speranza è quella: trattare lo Stato d’Israele come è stato trattato il SudAfrica all’epoca dell’apartheid.