I fanatici dell'evoluzione in Italia

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio punto di vista


Il cattolico Francisco Ayala, autorevolissimo biologo molecolare evoluzionista di fama mondiale, ritiene che scienza e religione, e nella fattispecie teoria evolutiva e teologia, non siano affatto alternative o incompatibili, in quanto i giudizi o le spiegazioni puramente descrittivi forniti dalla biologia evoluzionista anche sui modi in cui l’uomo avrebbe acquisito la facoltà di esprimere giudizi morali sulla realtà, non hanno nulla a che vedere in modo determinante con un’indagine sul valore della vita e sul senso del mondo o sul rapporto tra persona e Dio, non essendo e non potendo essere la scienza creatrice di valori. Ayala pensa che Darwin, che da giovane voleva farsi prete e non coltivava alcuna ambizione accademica, e la sua teoria della selezione naturale non implichino un materialismo metafisico e non mettano in discussione né l’esistenza di Dio né i valori e la moralità, essendo chiaro come nella sua “Origine delle specie” egli non ponga l’evoluzionismo in antitesi al creazionismo o il meccanicismo biologico in contrasto con il finalismo o teleologismo ma tenda a considerare i due termini come propedeutici o almeno come non conflittuali ai fini della comprensione della realtà.

L’importante è per lui che il biologo, nella sua attività osservativa, descrittiva, avalutativa e ove possibile specificamente sperimentale, non sia tentato anche solo implicitamente di delegittimare, per mezzo di indebite inferenze, la riflessione teologica e la stessa fede, e che d’altra parte l’uomo di fede non pretenda di utilizzare quest’ultima per interferire in modo altrettanto arbitrario nel libero e autonomo dibattito scientifico, salvo facendo il diritto soggettivo di ognuno di trovare nelle conoscenze scientifiche supporti utili alle proprie convinzioni personali, quali che siano. Va in altre parole evitato ogni rischio di fondamentalismo scientifico o religioso e il duplice e contrapposto pericolo di un’ideologia scientista e di un’ideologia teologica o religiosa.

Nulla da dire dunque, sul piano formale, se qualche tempo fa il quotidiano cattolico “Avvenire” pubblicava, proprio a commento di un libro di Ayala (Il dono di Darwin alla scienza e alla religione, San Paolo, 2009), un articolo dal titolo significativo, “Meno male che c’è Darwin”,  per rilevare che non c’è alcuna incompatibilità tra evoluzionismo e fede cristiana, anche se esso era vagamente canzonatorio nei confronti di certi presunti filosofi-biologi nostrani che, dall’alto della loro cattedra universitaria, si ergono ad altezzosi paladini di un presunto significato ateistico della stessa teoria della evoluzione, pur essendo essi «incommensurabilmente meno autorevoli e importanti di Ayala», sebbene con malcelata falsa modestia, a differenza dello scienziato spagnolo, giudichino «il neodarwinismo» bisognoso «di aggiornamenti e di importanti revisioni», giusto per sottolineare presuntuosamente che il darwinismo sarebbe ancora oggetto di un immane lavoro scientifico e non già di semplici «aggiornamenti routinari», e a dispetto del fatto che la biologia non sia ancora una “scienza esatta” o almeno non lo sia nella stessa misura in cui lo sono scienze più consolidate come la matematica o la fisica.

Se gli epigoni italiani di Darwin tendono già a forzare in senso ateistico l’ineccepibile distinzione logico-metodologica ayalana tra scienza e religione, essi appaiono animati da una vera e propria furia anticattolica quando devono fronteggiare studiosi cattolici che, talvolta in modo preconcetto ma spesso a ragion veduta, mettono in discussione la scientificità di buona parte della stessa teoria evolutiva.

La verità è che in Italia l'evoluzionismo, particolarmente quello neo-darwiniano, nonostante le numerose e legittime critiche ad esso frequentemente rivolte anche da parte di personalità scientifiche largamente riconosciute a livello internazionale, seguita a sedere tranquillo sugli scranni del sapere e a far mostra di sé sulle targhe di molti convegni nazionali e internazionali. Con esso è invalso negli ambienti scientifici italiani uno stile accademico elusivo e manicheo e una mentalità tutto sommato contorta oltre che scolastica e schematica, che sono andati a detrimento di tutta la scienza.

W. H. Thompson, studioso eminente dell'evoluzione e per molti anni direttore tra gli anni ’50 e ’60 del Commonwealth Institute of Biological Control di Ottawa, nonché incaricato di stilare l'introduzione a una edizione centennale dell' “Origine delle Specie” di Darwin, una volta scrisse persino in riferimento al cattivo costume dei neodarwiniani in genere di utilizzare in modo del tutto strumentale la teoria dell’evoluzione e della selezione naturale: «Questa situazione in cui degli uomini si uniscono per difendere una dottrina che non sono capaci di definire scientificamente, e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico, tentando di accreditarla presso il pubblico attraverso la soppressione delle critiche e l'eliminazione delle difficoltà, è anormale e indesiderabile nella scienza…Il successo del darwinismo ha avuto come corollario un declino della probità scientifica».

Grosso modo negli stessi anni il dr. T. N.Tahmisian, fisiologista presso la Commissione per l’Energia Atomica dell’Unione Europea (EURATOM), dichiarava: «Gli uomini di scienza che vanno di qua e di là ad insegnare che l’evoluzione fa parte della vita, sono grandi scienziati? Essi non sono altro che dei grandi truffatori, e la storia che raccontano è forse la più grande mistificazione mai conosciuta».

Nel corso degli anni ’80, l’astronomo americano Robert Jastrow, a proposito della discussione sull’origine della vita, scriveva: «Per loro grande dispiacere, queste domande [degli scienziati] non hanno risposte precise, dal momento che i chimici non sono mai riusciti a riprodurre gli esperimenti della natura sulla creazione della vita a partire dalla materia non vivente. Gli scienziati non sanno come ciò sia avvenuto». E aggiungeva: «Gli scienziati non hanno prove che la vita non sia stata il risultato di un atto di creazione».

Ma già nel secolo di Darwin, un genio come Mark Twain, ammiratore della scienza moderna e del metodo scientifico, nonché miscredente e anticlericale,  aveva scritto ironicamente nella sua opera “Vita sul Mississipi”: «Vi è qualcosa di affascinante nella scienza: vi si ottengono cosí importanti profitti in congetture partendo da un misero investimento di fatti reali…Io sono convinto che non c’è alcun campo della scienza in cui ciò maggiormente si verifichi quanto nella cosiddetta “scienza” dell’evoluzione».

Naturalmente l’elenco di insigni scienziati e personalità della cultura internazionale che si sono espressi sfavorevolmente sull’evoluzionismo è molto lungo e significativo, ma qui si è voluto solo fare qualche esempio di come, checché ne pensino certi istruiti ma stolti teorici del neodarwinismo italiano, si possa essere dottamente critici verso i paradigmi darwiniani pur senza essere affetti da cieco fideismo e da intollerante spirito clericale. E’ come se persino le obiezioni più serie e attendibili formulate verso Darwin e soprattutto verso gli indebiti usi che ne sono stati e ne sono fatti frequentemente, oggi anche e soprattutto in Italia, rimbalzassero e tornassero indietro non già perché validamente contraddette e confutate ma solo a causa di quel fanatico muro mentale di gomma che viene eretto dai cattivi apostoli dell’evoluzionismo per semplice partito preso e per puerili ragioni di visibilità accademica.

Tra le tante obiezioni qualificate del mondo cattolico penso ad esempio a quelle espresse, con un tono molto cortese, da Laura Gotti Tedeschi che ha recensito il libro “La creazione senza Dio”, scritto appunto da uno di questi professori italiani dell’evoluzione. Tedeschi osserva che l’autore neodarwiniano del libro commette lo stesso errore di Darwin pur riconoscendolo, nel senso che, pur rilevando come il suo metodo fosse analitico-osservativo e basato su una solida impostazione empirica, il ricercatore inglese avrebbe finito tuttavia per compiere un passaggio metaosservativo traducendo «il concetto di libero arbitrio in caso, il pensiero in secrezioni cerebrali e le emozioni e gli istinti in fatti animali» (L. Gotti Tedeschi, La “Creazione senza Dio” - 2006 -, in “www.filosofionline.com", maggio 2014).

Accade però che «l’Autore sposa in toto questo travalicamento del seminato scientifico-descrittivo, e come egli stesso afferma all’inizio del libro, ritiene il darwinismo “qualcosa di più che una teoria scientifica”, considerandolo addirittura come un sistema filosofico che sarebbe in grado di dimostrare “le origini materiali del nostro corpo e della nostra mente”, e sarebbe finalmente capace di far cadere “i fondamenti non soltanto della fede, ma anche della morale e della convivenza umana”. L’Autore mostra come lo studioso inglese si mise alla ricerca di un principio causale non solo capace di spiegare scientificamente la realtà dell’evoluzione, ma anche capace di dimostrare l’inutilità di una spiegazione soprannaturale del perché del mondo. Cosí facendo, egli assume l’atteggiamento che lui stesso critica successivamente nei neocreazionisti, sintetizzabile nel principio secondo cui “l’assenza di prove non è la prova di un’assenza”» (ivi).

Secondo questo principio, infatti, «non sarebbe valida la critica neocreazionista secondo cui senza prove scientifiche accertate a sostegno della teoria evoluzionista non si possono trarre conclusioni sull’inesistenza di un Disegnatore Intelligente. All’Autore però sfugge che tale principio potrebbe essere usato anche a favore della posizione neocreazionista: il fatto che i neocreazionisti non abbiano trovato prove scientifiche a sostegno della teoria dell’Intelligent Design non significa che l’Intelligent Designer, ossia Dio, non esista. Le due posizioni si troverebbero, dunque, in una situazione di parità di mancanza di prove che imporrebbe forse il silenzio e la continua ricerca più che il conflitto e l’accusa di a-scientificità….L’Autore sembra dimenticare che lo stesso evoluzionismo non è dimostrato scientificamente e che quindi non è sufficiente a condurre a conclusioni ateistiche come lui sembra forzare a fare. E anche nel caso in cui l’ipotesi evoluzionista trovasse prove scientifiche» inoppugnabili, «questo fatto non sarebbe incompatibile con una visione sovrannaturale e non giustificherebbe dunque una conclusione ateistica» (ivi).

E’ forse ancora lecito logicamente affermare che sia possibile spiegare la natura umana senza ricorrere ad un’entità trascendente, mentre è del tutto arbitrario, come fa questo neodarwiniano, asserire che Dio non c’è, al fine di sostenere la possibilità laica del naturalismo, vale a dire la possibilità di pensare la specie umana «come il frutto di un’evoluzione biologica e culturale unica ma non trascendente, e proprio per questo capace di assumersi le proprie responsabilità e di darsi regole etiche e sociali di convivenza senza alcun bisogno di ricorrere a un fondamento sovrannaturale» (ivi).

Come si vede, emergono qui contraddizioni, incongruenze e limiti non trascurabili sia sul piano scientifico sia su quello filosofico ed epistemologico, anche se poi questi teorici dell’evoluzionismo laico italiano, pur sostenendo tesi tendenzialmente preconcette e dogmatiche e solo unilateralmente fondate “sullo scetticismo sistematico” oltre che volte a dimostrare un’irriducibile incompatibilità tra mentalità scientifica e mentalità religiosa, sono soliti fare talvolta ai loro nemici cattolici (non a tutti i cattolici ma solo a quelli che sono in grado di confutarne sistematicamente e validamente gli assunti) talune concessioni dialettico-argomentative al fine di apparire più credibili nella loro fanatica lotta contro una concezione cristiana della vita e del mondo.

Che siano in errore quegli intellettuali cattolici che non riconoscono o che sminuiscono il valore “scientifico”, seppur relativo, dell’opera di Charles Darwin, è abbastanza evidente, cosí come è evidente l’imperizia e la malafede di quegli studiosi intelligenti ma stolti di Darwin che, sempre protesi verso una ricerca affannosa di visibilità nel mondo filosofico-scientifico, non esitano ad usare maldestramente alcune significative tappe della storia del pensiero scientifico per scopi antireligiosi e anticristiani che nulla hanno a che vedere con una corretta metodologia critico-scientifica e con un modo adulto di esercitare la critica filosofica.

Galileo Galilei, padre della scienza moderna, che dovette sopportare l’ostilità di una comunità scientifica e di un mondo cattolico troppo prevenuti e intolleranti, non pensava affatto che la scienza lavori contro la fede, perché, come splendidamente notava, la fede spiega come si vada in cielo, mentre la scienza spiega come vadano i cieli ovvero come funziona l’universo. Ma nel nome di Galilei si sono venute montando storicamente delle ignobili gazzarre accademiche a difesa di un sapere laico talmente esasperato da superare non di rado e non di poco i limiti stessi di certo fanatismo cattolico medievale e moderno. Lo stesso è accaduto e accade, sia pure in un ben diverso contesto storico-culturale, per Darwin che, pur non rinnegando mai esplicitamente la sua giovanile fede cristiana, forse predispone lo studioso, dato l’impianto materialistico o naturalistico della sua ricerca, ad una lettura areligiosa e in tal senso laica della vita, ma che non per questo può o deve privarlo di una serena capacità critica di porre nel giusto rapporto la scienza e la fede.

C’è chi pensa che per comprendere l’uomo non sia affatto necessario porsi il problema di Dio e di Dio rivelatosi nella persona storica di Gesù Cristo, e c’è chi, come il sottoscritto, non esita a far proprio un bel pensiero del sacerdote e teologo cattolico Romano Guardini: «comprende l’uomo soltanto chi conosce Dio». Per questo penso che non solo l’evoluzionismo darwiniano non sia in antitesi alla fede in Cristo e nel suo vangelo, ma sia del tutto legittimo criticare Darwin proprio per amore di verità “scientifica” e senza che per questo si debba essere dei “bigotti”.

Condivido alcuni passaggi di un interessante articolo del contestatissimo (ma solo in alcuni ambienti scientifici italiani) Giuseppe Sermonti, che tuttavia può vantare di essere stato, nel corso della sua lunga carriera scientifica, docente universitario di Genetica, presidente dell’Associazione Genetica Italiana e vicepresidente del XIV Congresso Internazionale di Genetica tenutosi a Mosca nel 1978, e inoltre direttore del settore genetico del Centro Ettore Majorana e direttore responsabile dei corsi di Microbial Breeding presso l’International School for General Genetics. Infine, dopo aver lasciato l’università nel 1986 per intraprendere l’attività di scrittore, ha fondato, insieme ad altri illustri biologi, matematici e fisici, l’Osaka Group for the Study of Dynamics Structures o “Gruppo di Osaka” al fine di elaborare una biologia “strutturalista” ovvero non meccanicistica e non riduzionista.

I passaggi sono questi: «l'Evoluzionismo è una revisione del Genesi, o, sul piano religioso, una eresia biblica. Il Genesi proclama: "Dio disse: Vi sia luce. Vi sia un firmamento. Le acque si ammassino. La terra verdeggi. Vi siano luminari. Le acque brulichino. La terra produca esseri viventi. Facciamo l'uomo". Darwin conclude il suo Origin of Species inneggiando alla Vita "con le sue diverse potenze, infuse (breathed) originariamente dal Creatore in poche forme o in un’unica forma". L'ateismo è un predicato posteriore e non necessario del darwinismo…».

E poi: «Essendo il sommo di tutti i misteri, Iddio dovrebbe essere tenuto fuori dalla controversia, dalle discordie tra fossili e molecole, e l'evoluzione dovrebbe divenire una materia seria, discutibile e problematica, lontana dalle leggende metropolitane, dalle cellule politiche, dalle sacrestie. Tanto il Genesi che la teoria della Selezione Naturale vanno collocati al loro posto nella Storia della Scienza antica e recente…Una cosa seguita a offendermi: che scienziati della statura di Cuvier, di Von Baer, di Driesh, di Rosa, di D'Arcy Thompson, di Waddington, di Thom, di Portmann, di Loevtrup, di Imanishi, di Lima-de-Faria, di Varela, di Paterson, di Sibatani, per citarne alcuni, siano liquidati con supponenza dagli ultimi epigoni del darwinismo come ingenui fondamentalisti religiosi. Ho frequentato le riunioni degli Strutturalisti di Osaka, negli anni Ottanta-Novanta, e quelle dei sostenitori del Disegno Intelligente, quest'anno. Di religione non ho sentito parola» (Chi critica Darwin non è un bigotto, a differenza di certi darwinisti, in “Il Foglio” del 20 settembre 2005).

Quello che lamentava Sermonti poco meno di dieci anni or sono continua a ripetersi anche oggi soprattutto in Italia per effetto delle smisurate ed insane ambizioni neoprometeiche di piccoli spiriti che vorrebbero trasformare Darwin in un simbolo di emancipazione intellettuale rispetto a qualsivoglia concezione religiosa e più segnatamente cattolica dell’uomo e dell’universo e che vorrebbero imporre in Italia la teoria dell’evoluzione come una bibbia laica, come un catechismo per bambini e per di più sostitutivo di quello cattolico.

I cattolici non solo di cuore ma anche di ragione faranno del loro meglio, con l’aiuto di Dio, perché ciò non accada, anche in considerazione del fatto che le verità di una siffatta bibbia laica sarebbero incommensurabilmente inferiori a quelle contenute nelle sante e sacre Scritture.