Che cos'è il Battesimo

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico


Il santo Battesimo viene impartito sulla base del presupposto che chi lo riceve voglia (direttamente se adulto e indirettamente, attraverso un’assunzione di responsabilità dei genitori e dei patrini, se neonato o bambino) convertirsi a Cristo, credere al suo vangelo e rinascere quindi a nuova vita attraverso la cancellazione del peccato originale e dei peccati personali. Essere battezzato con l’acqua nel nome di Gesù Cristo, mediante l’azione dello Spirito Santo, significa morire al peccato e rinascere alla grazia, significa essere lavati dalla colpa originaria e da ogni possibile colpa, significa essere purificati, santificati e giustificati. Se l’acqua toglie ogni lordura, lo Spirito Santo predispone spiritualmente ad orientare la propria vita verso Cristo e verso il bene da lui stesso insegnato.

Il Battesimo è santo appunto perché è un dono di Dio, ma un dono che impegna a far crescere la fede con esso richiesta, a voler santificare anche soggettivamente la propria vita con la concreta adesione alla volontà del Signore, e quindi a non stancarsi mai di continuare a morire con Cristo sino all’ultimo giorno di vita terrena al peccato sempre insorgente per poter risorgere ancora e sempre con Cristo già in questa vita ma soprattutto e compiutamente nella vita che è di là da venire.

Il Battesimo, che è un vero e proprio “sigillo” divino per l’eternità, rende santi in quanto i battezzati sono santificati, ma da quel momento in poi sta ai battezzati il voler mantener fede alla loro promessa di conformarsi quanto più fedelmente possibile a Cristo sia attraverso l’obbedienza ai precetti suoi e della sua Chiesa sia attraverso una condotta virtuosa e irreprensibile. In questo senso, il battesimo è solo la radice della santità, non già una santità compiuta e perfetta. Se Dio non ci rendesse santi, non avremmo alcuna possibilità di purificazione, ma, in quanto Dio ci rende santi ovvero capaci di santificare la nostra esistenza, il nostro compito, per nulla semplice e scontato ma oltremodo severo e faticoso, è quello di lottare sino alla morte contro ogni forma di male che è dentro di noi per meglio e più efficacemente lottare contro ogni forma di iniquità che è anche al di fuori di noi.

Il Battesimo ci chiama dunque ad evangelizzare sempre meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo e operiamo, a testimoniare al meglio delle nostre possibilità e capacità, con la parola e con opere concrete, la nostra reale appartenenza a Cristo, per cui, ove non fossimo capaci di reiterare coerentemente le promesse battesimali, noi non potremmo ottenere l’eterna salvezza.

D’altra parte, la Chiesa equipara al battesimo sacramentale, necessario anche se non sufficiente per la salvezza, il battesimo di sangue (martirio) e il battesimo di fuoco (carità perfetta), graditissimi a Dio sia in presenza del battesimo sacramentale sia anche in sua assenza ove ciò non dipenda da cattiva volontà ma solo da particolari contingenze esistenziali o da vera e propria impossibilità.

Ma il punto su cui bisogna insistere è che, per il cristiano, non si tratta semplicemente di ascendere verso una santità sempre maggiore dal momento che comunque santo lo è già diventato con il battesimo, ma di comportarsi in modo tale che quel dono in sé pur irreversibile che ci ha elargito il Signore sia onorato adeguatamente in spirito di verità  e di carità, pena lo scivolamento in uno stato di ingratitudine nei riguardi del Signore medesimo e di ineluttabile ed eterna separazione da Lui.

Se è vero quindi che la santità è un dato di partenza della nostra vita, è altrettanto vero che essa non necessariamente sarà anche un suo punto di arrivo;  nel battesimo si dischiude ma non si esaurisce la santità per ogni essere umano che vi si sottoponga e anzi una condotta postbattesimale disdicevole di vita o non conforme al significato profondo di tale sacramento non può che spingere chi se ne renda responsabile verso un’opposta condizione di empietà.

Come diceva bene Josemaria Escriva, «perché il Signore operi in noi e per mezzo di noi, dobbiamo dirgli che siamo disposti a lottare ogni giorno, anche se ci vediamo deboli e inetti, anche se percepiamo il peso immenso delle nostre miserie personali, della nostra indigente debolezza. Dobbiamo ripetergli che confidiamo in Lui, nella sua assistenza: se è necessario, come Abramo, contro ogni speranza (Rm 4, 18). Lavoreremo cosí con rinnovato impegno e insegneremo agli uomini a reagire con serenità, liberi da odio, da sospetti, da ignoranze, da incomprensioni, da pessimismi, perché Dio può tutto».

Come si legge su “Avvenire” del 27 settembre 2013,  «la santità come compito (“essere santi”), procede dalla santità come dono (“santificati”). Il dono suscita e alimenta il compito, cosí che nessuno – per quanto piccolo, debole, peccatore – possa sentire estranea e impossibile la vocazione alla santità. “Dio – ci fa consapevoli san Paolo – ci ha scelti per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità” (Ef 1,3-4). Ed ancora: “Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (1Ts 4,3). Una scelta e una volontà inclusive, che portano il Concilio Vaticano II a parlare di “vocazione universale alla santità”, per  “tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado”».

E, nell’Udienza Generale del 23 novembre 1993, il papa Giovanni Paolo II precisava: «Il grado di santità personale non dipende dalla posizione occupata nella società e nemmeno nella Chiesa, ma unicamente dal grado di carità vissuta (cf. 1 Cor 13). Un laico che accoglie generosamente la carità divina nel suo cuore e nella sua vita è più santo di un Sacerdote o un Vescovo che l’accolgono in modo mediocre».

Con il battesimo siamo fatti “figli di Dio” e “figli della luce”, per cui noi stessi siamo posti in condizione di portare santità e luce nel mondo, ma in definitiva è solo sulla base di tutto il  nostro cammino terreno che Cristo ci giudicherà o non ci giudicherà degni “figli di Dio” e “della luce”.