Molti non riusciranno ad entrare

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico


«Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (Lc 13, 24-26). Se Gesù dice che molti non riusciranno a salvarsi passando “per la porta stretta”, noi, pur comprensibilmente inclini a volerci sentire rassicurati, non abbiamo alcuna buona ragione per forzare il senso della misericordia divina e per dire quindi che le sue parole abbiano solo la funzione pedagogica di spingere il maggior numero possibile di persone a convertirsi e a mettersi sulla giusta via che conduce in cielo. Le sue parole non hanno solo questa funzione, ma anche un preciso significato profetico-predittivo la cui veridicità trova misteriosamente fondamento nella prescienza e nell’omniscienza della divinità.

L’offerta salvifica di Gesù è certamente universale e ed è pertanto rivolta a tutti indistintamente, ma egli sa che non tutti vorranno o sapranno accoglierla. D’altra parte, nell’istituire il santo rito eucaristico Gesù, sulla base dei testi greci evangelici di Matteo (26, 28), che usa l’espressione perì pollòn (tradotto in latino con pro multis e in italiano per molti), e di Marco (14, 24), in cui compare l’espressione perì pollòn resa nuovamente da san Girolamo con pro multis, mentre in Luca l’espressione adoperata è solo upèr umôn (cioè per voi), dice testualmente che il suo sangue è stato versato “per molti”, laddove è da notare, in opposizione ad una esegetica scaturita dal Concilio Vaticano II che ha voluto rendere il pro multis con “per tutti”, che questa distinzione tra “per molti” e “per tutti” esiste anche in aramaico e in ebraico, perché in aramaico “molti” si dice saggi’án e “tutti” si dice Kol o kollà oppure kol bisrá, che significa “ogni uomo”, mentre in ebraico “molti” si dice rabbìm e “tutti” si dice kol o kol basár che come in ebraico si traduce con “ogni carne” o “ogni uomo”.

Quindi, non è vero – come si sostenne dopo il Concilio a giustificazione della sostituzione che si volle operare nel messale latino della tradizionale espressione “per molti” con l’espressione “per tutti”–, che in aramaico o in ebraico non esiste la suddetta distinzione per cui Gesù avrebbe detto “molti” per significare “tutti”, perché al contrario, anche in aramaico e in ebraico, Gesù, se avesse voluto, avrebbe ben potuto evitare, sotto il profilo linguistico-lessicale, qualsiasi equivoco. La verità, invece, è che egli intese proprio dire che il calice del suo sangue sarebbe stato versato “per voi e per molti”, cioè “per voi che mi seguite” (e per la comunità cristiana che celebra la santa messa) e per “le moltitudini” che accoglieranno il mio messaggio salvifico, e non indiscriminatamente “per tutti”.

Intendiamoci: non è che Gesù non volesse o non voglia la salvezza “per tutti”, ma non sono necessarie troppo sottili disquisizioni teologiche per comprendere o per postulare come egli potesse essere, sia pure misteriosamente, ben consapevole del fatto che non tutti avrebbero aderito alla sua offerta salvifica o ne avrebbero messo sinceramente e coerentemente in pratica gli insegnamenti. Peraltro, già in Isaia 53-12 si legge: «il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini», dove non c’è dubbio che “molti” e “moltitudini” stiano per umanità e totalità dei popoli, per numero sterminato di esseri umani, ma non appunto genericamente per “tutti”.

Anzi, che nostro Signore abbia inteso specificare che il suo sacrificio di salvezza sarebbe stato compiuto per le moltitudini umane del mondo, per molti di noi o forse anche per la maggior parte di noi e dell’umanità, ma non esattamente per tutti, quasi che tutti dovessero essere necessariamente disposti a riconoscere il valore salvifico di quel “sangue versato” o dovessero rendersi ineluttabilmente capaci e degni di onorare con la vita più che con le parole quel “sangue versato”, appare già chiaro in un altro passo molto significativo del vangelo di Luca (2, 34-35) in cui Simeone dice a Maria: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l'anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

Gesù, pertanto, è ontologicamente un “segno di contraddizione”, e di conseguenza di possibile salvezza ma anche di possibile rovina o condanna per i membri dell’universale famiglia umana. Chi è disposto a seguirlo sul serio, chi è disposto a pentirsi dei suoi peccati e a convertirsi continuamente e sinceramente alle sue parole di vita, chi è disposto a fare del suo meglio per testimoniare la propria fede in Cristo, si salva e può godere della vita eterna; chi invece resta indifferente o “tiepido” al suo messaggio salvifico, si danna. La questione, per chi voglia intendere e non pretenda di essere più misericordioso di Gesù stesso, è molto più semplice di quanto possa apparire.

Ecco perché poi Gesù, con un realismo non allarmistico ma certamente sano e misurato, dice: «molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno». Molti, che non sono tutti come non sono necessariamente la maggior parte degli esseri umani, non riusciranno né ad entrare né a salvarsi! Non è dato sapere se questi “molti” siano di più o di meno rispetto a coloro che invece saranno ritenuti meritevoli di salvezza. Gesù non lo precisa, probabilmente anche per non alimentare né facili ottimismi né eccessivi pessimismi, ma egli già ci fa sapere che il numero di coloro che non potranno entrare in Cielo non sarà né piccolo né trascurabile. Che è quanto basta non già a deprimerci e a scoraggiarci, ma semmai a rafforzare il nostro impegno spirituale e la nostra speranza di salvezza.

Le cose stanno cosí e sarebbe opportuno che la Chiesa tutta e i suoi numerosi fedeli ormai se ne convincessero senza voler continuare ad arzigogolare sul vero significato delle parole pronunciate da Cristo e in se stesse chiarissime in rapporto al grande tema della salvezza. Aver fede in Cristo significa o non significa pur sempre aver fede in tutto ciò che egli ha detto a cominciare dalle cose meno gradevoli e meno rispondenti a certe aspettative psicologiche ben radicate nell’animo umano? Non è forse vero che persino i suoi discepoli si rifiutassero in un primo tempo di accettare l’idea che Cristo dovesse morire o che si  meravigliassero circa il monito rivolto a quel giovane ricco che avrebbe voluto seguirlo senza spezzare il rapporto con le sue molte ricchezze? Ecco: cerchiamo di non commettere lo stesso errore nel pensare che a salvarsi possano o debbano essere per forza tutti, perché la portata universale del piano salvifico di Cristo cresce e non si riduce in ragione della sua natura non deterministica.

Specialmente quelli che si sono consacrati alla vita religiosa e assolvono a diversi livelli funzioni presbiterali o diaconali o comunque di specifico servizio spirituale nei vari ambiti della comunità ecclesiale, lo tengano ben presente, perché anche tra essi ci sono coloro che, pur illudendosi di dedicarsi con umiltà e abnegazione alle cose di Dio, finiscono spesso e più o meno inavvertitamente per sentirsi i primi o tra i primi della classe e per assumere atteggiamenti cosí autosufficienti o sussiegosi da allontanarsi gradualmente dalla grazia di Dio e da una reale prospettiva di salvezza: costoro sono coloro che fanno gli umili senza esserlo, che si dicono pronti ad ascoltare ma per rimanere più ermeticamente chiusi nell’angusta cella delle proprie limitate conoscenze e delle proprie presunte certezze, che si accostano frequentemente alla mensa eucaristica come celebranti o come semplici fedeli con una percezione limitata o insufficiente dei profondi significati del mistero eucaristico, che testimoniano la loro fede più per educazione o abitudine che per effettiva e sempre rinnovata convinzione interiore.

Ma dobbiamo fare e devo fare attenzione, perché anche in questo caso valgono le parole profetiche di nostro Signore: «vi sono ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi» (Lc 13, 30)! Sforziamoci di comprendere in modo non superficiale che Dio non concede la sua grazia a buon mercato e che, come ammonisce san Paolo, dobbiamo attendere alla nostra salvezza «con timore e tremore» (Fil 2, 12). Mi è capitato qualche giorno fa di leggere una giusta osservazione: «Raggiungere il Paradiso non è una passeggiata, una gita fuori porta, un semplice pellegrinaggio con pullman gran turismo. E’ un impegno la cui riuscita non è assicurata a tutti. Molti non lo raggiungeranno. Resteranno fuori…Se la salvezza eterna è data a tutti: giusti e ingiusti, santi e peccatori, pii ed empi, veri adoratori di Dio ed idolatri, operatori di misericordia e spietati uccisori dei loro fratelli, sfruttati e sfruttatori, povera gente e usurai, lavoratori onesti e rapinatori, senza neanche chiedere loro il pentimento, la conversione, il cambiamento di vita, che senso ha ancora predicare il Vangelo, mantenere in vita la Chiesa, lavorare per la Buona Novella e subire per essa il martirio? Tutto diviene senza senso, se questa parola di Gesù non è verità assoluta».