Maria, potente rimedio contro i peccati occulti

Scritto da Marta Vez on . Postato in Articoli e studi

 

Noi possiamo sempre resistere al male in virtù del sacrificio salvifico compiuto da Cristo a nostro favore, della nostra adesione ai suoi comandi evangelici e della nostra corretta partecipazione ai sacramenti da lui stessi istituiti. Tuttavia, poiché il peccato originale ha ferito e indebolito le nostre facoltà intellettive e morali, resta pur sempre in ognuno di noi una forte inclinazione al male nella sua triplice forma dell’orgoglio, della sensualità e dell’attaccamento alle cose di questa terra (avidità e avarizia).

Di queste tre concupiscenze la più pericolosa è certamente l’orgoglio perché, se è difficile inorgoglirsi e più facile pentirsi per il peccato di sensualità e di avidità o avarizia, è molto più facile inorgoglirsi anche del bene che si fa e più difficoltoso pentirsi di questo peccato che rischia di sfuggire ad una coscienza sufficientemente vigile e di radicarsi stabilmente in essa. Il peccato carnale, sul piano sessuale e su quello dell’attaccamento illecito alle cose del mondo, è troppo evidentemente malvagio perché non lo si possa prontamente riconoscere, mentre il peccato spirituale, come l’orgoglio o la superbia, può ben camuffarsi sotto apparenza di bene o di apparente virtù. Infatti, può accadere che quasi inavvertitamente io mi inorgoglisca, per esempio, per la mia attitudine alla preghiera, per la metodicità con cui assisto alla Santa Messa e mi accosto alla mensa eucaristica, per l’approfondimento continuo che cerco di fare della Parola del Signore e per la puntuale testimonianza che cerco di dare della mia fede tutte le volte che mi sia concretamente possibile, per l’elemosina o per determinate opere caritative che mi faccio scrupolo di compiere quotidianamente.

Questi sono quelli che teologicamente sono chiamati “i peccati occulti”, vale a dire azioni apparentemente buone ma rese cattive dalla nostra cattiva inclinazione a percepirle e a viverle quasi impercettibilmente come nostri meriti o nostre conquiste spirituali sino al punto di sovrapporli alle nostre persistenti insufficienze e limiti e senza pertanto renderci conto che cosí facendo tendiamo a metterci al posto di Dio, in quanto più che per la sua gloria finiamo per agire per la nostra gloria personale, benché ci sia difficile ammetterlo e facciamo di tutto a colpi di razionalizzazione per nasconderlo a noi stessi.

Sono i peccati più pericolosi, quelli che non scuotono violentemente la coscienza avendo a che fare appunto con attività spirituali finalizzate al bene: può accadere che ci si inorgoglisca delle proprie qualità intellettuali, pur venendo esse finalizzate all’onesta ricerca della verità e del giusto; che ci si invaghisca delle proprie qualità spirituali come «il pregar molto, il predicar bene, l’essere virtuosi», per riprendere le parole di san Giovanni Climaco. Se non si è profondamente e diligentemente dediti alla vita spirituale, è difficile accorgersi di questi difetti e ancora più difficile diventa la possibilità di combatterli efficacemente.

Ecco perché giustamente il salmo 19 al verso 13 recita: “Signore mondami dai miei peccati occulti”, e perché tanti Padri della Chiesa hanno dedicato molto spazio alla trattazione dei peccati occulti. Gesù stesso ci aveva ordinato di “rinnegare noi stessi” (Mt 16, 24) e di “morire a noi stessi” (Gv 12, 24). Santa Maria Maddalena de’ Pazzi diceva che “il maggior traditore che abbiamo è l’amor proprio, il quale fa come Giuda, nel baciarci ci tradisce» (Puccini, Vita, vol. II, Firenze, 1611, parte 6, cap. 1, p. 499) e san Tommaso d’Aquino insegnava che «l’uomo veramente umile si stima inferiore agli altri, non per gli atti esteriori, ma perché  teme di compiere per orgoglio nascosto persino il bene che fa» (Summa Theologiae, II-II, q. 161, a. 3).

Che fare dunque contro peccati cosí subdoli e rovinosi, pur tenendo conto del fatto che, come scrive san Luigi Maria Grignion de Montfort, «Dio permette che i suoi più grandi Santi cadano in qualcuna delle colpe più umilianti, sia per abbassarli di fronte a se stessi e agli altri, sia per distogliere il loro sguardo e il loro pensiero da un ripiegamento vanitoso sulle grazie che Egli loro  concede e sul bene che fanno, “perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio” (1 Cor., I, 29). […]? Appena il nostro spirito si sofferma con occhio di compiacenza su qualche dono di Dio, subito questo dono, quest’azione, questa grazia si macchia e si rovina, e Dio ne distoglie lo sguardo. […]. A quante umiliazioni  e croci Dio ci manda allora incontro! In quante colpe ci lascia cadere» (Lettera Circolare agli amici della Croce, in Opere, Roma, Centro Mariano Monfortano, 1977, pp. 242-243). S. Agostino dice che «Dio sopporta meglio le azioni cattive accompagnate dall’umiltà, che non le opere buone infettate dall’orgoglio». San Gregorio Nisseno aggiunge: «Un carro di buone opere, ma tirato dalla superbia, conduce all’inferno, mentre un carro di peccati, ma condotto dall’umiltà, arriva in Paradiso» (citazioni tratte da don Curzio Nitoglia, «Et ab occultis meis munda me»,  Necessità della schiavitù mariana, 21 aprile 2013).

Che fare se non rivolgersi a Colei che, attraverso un’esperienza diretta e oltremodo ravvicinata della omniscienza di suo figlio Gesù, conosce più e meglio di chiunque altro la complessa e spesso tortuosa struttura dell’animo umano? Nessuna creatura ha amato e potrà amare mai Dio come e più di Maria. Di conseguenza, nessuna creatura potrà amare mai i suoi simili, il suo prossimo, come e più della “piena di grazia”, ed intercedere presso Dio per la loro salvezza.

In particolare coloro che a Maria si rivolgono costantemente per essere da lei aiutati a scrutare bene la propria coscienza, a controllare severamente e diligentemente la vera natura dei propri pensieri e dei propri atti, possono essere certi di ottenere la grazia di mettere sempre bene a fuoco le proprie cattive inclinazioni e soprattutto quelle più nascoste ai propri occhi carnali al fine di poterle estirpare nel modo più radicale possibile.

Quante volte ci capita in presenza di altri o parlando con noi stessi di fare affermazioni del tipo: “come vuole Dio”, “avvenga secondo la volontà del Signore”, “solo Dio ci può salvare” ecc.! Ma quante volte, in realtà, non facciamo altro che assecondare il nostro “io” che vorrebbe essere all’altezza della volontà di Dio pur non essendone affatto capace! Quante volte parliamo di santità e santificazione, sia pure come compiti inesauribili, avendo tuttavia  lo sguardo più profondo della mente e dello spirito su tutt’altro genere di preoccupazioni! E’ facile riconoscere a parole che non siamo niente, che siamo solo polvere, ma è molto più difficile rendersi conto che, nonostante i nostri buoni costumi religiosi,  tante volte noi permettiamo a Dio di agire in noi e attraverso noi molto meno del necessario.

Siamo realmente vasi molto fragili, come scrive san Paolo in 2 Cor 4, 7, ma senza l’aiuto della Madre di Dio e della Madre di ognuno di noi rischiamo di comportarci, persino nelle nostre azioni migliori, come se fosse vero il contrario. Scriveva il Montfort, eccedendo forse a sua volta in zelo religioso: «Con la luce che lo Spirito Santo ci darà per mezzo di Maria conosceremo il nostro fondo cattivo, la nostra corruzione ed incapacità di ogni bene soprannaturale […]. In seguito ci disprezzeremo come una lumaca che tutto insudicia con la sua bava […]. Insomma la Vergine Maria ci renderà partecipi della sua umiltà profonda, per cui ci disprezzeremo, non disprezzeremo nessuno ed ameremo di essere disprezzati».

Tutto bene, salvo forse per l’appunto questa troppo ostentata tendenza all’autodisprezzo personale, perché è proprio quando la pretesa spirituale è quella di non valere niente e di contare molto meno degli altri che siamo paradossalmente più esposti alla tentazione dell’orgoglio. Non bisogna strafare rispetto al comando di Cristo: “ama il prossimo tuo come te stesso”, cioè come ami te stesso, come ami te stesso anche se o quando, proprio a motivo non già di amor proprio ma di santo amor di sé, si è giustamente portati a disprezzare tutte le proprie nefandezze, i propri peccati palesi e occulti. Dopotutto, non spetta pur sempre a Dio stabilire se io sia o non sia degno di disprezzo assoluto?

Niente da dire invece su questa bellissima preghiera mariana dello stesso Montfort:  «Tenete, mia cara Madre, tutto ciò che ho fatto di bene con l’aiuto della grazia di vostro Figlio; io non sono capace di mantenerlo a causa della mia debolezza e della mia incostanza. Purtroppo si vedono tutti i giorni i cedri del Libano cadere nella polvere e le aquile che s’innalzavano sino al sole diventare uccelli notturni; “mille giusti cadono alla mia sinistra e diecimila alla mia destra”. Perciò mia potentissima Regina, mantenete e custodite tutto il mio bene perché ho paura che me lo rubino, sorreggetemi perché ho timore di cadere; io vi dò tutto ciò che ho. “Depositum custodi”. “Scio cui credidi”. So bene chi siete ed è per questo che mi raccomando e consacro totalmente a voi; voi siete fedele a Dio e agli uomini e voi non permetterete che perisca nulla di ciò che io vi confido; voi siete potente e nessuno può nuocervi né tanto meno rapire ciò che avete tra le vostre mani» (Il segreto di Maria, parte II, cap. 3, par. 5, n. 40, in Opere, Roma, Centro Mariano Monfortano, 1977, p. 460).