Credere come Maria

Scritto da Giulia Manto on . Postato in Articoli e studi

 

L’aver fede comporta anche il credere che il Signore ci chiede determinate cose, come amare il prossimo e persino i nemici, l’onestà del cuore e della mente, lo spirito di abnegazione e la perseveranza nella preghiera, perché si fida di noi. Egli ci ordina di obbedire ai suoi insegnamenti non di malavoglia, ma con lo stesso affetto e la stessa prontezza con cui si obbedisce alle richieste di un padre, di un amico carissimo o di una persona molto considerata. E si aspetta che noi obbediamo non secondo criteri rigidi o astratti ma secondo le nostre forze e nei limiti delle nostre reali capacità di discernimento. Insomma, Dio ci tratta come suoi confidenti, come suoi intimi, per cui quel che ci comanda ce lo comanda con amore, con tenerezza paterna, e si aspetta che noi, percependo questa intimità e questa amorevole tenerezza, ci comportiamo di conseguenza: non come persone che vengono semplicemente o freddamente invitate a svolgere determinati compiti o a soddisfare le esigenze sovrannaturali di una lontana entità divina, ma come persone amate, che si sentono amate e che obbediscono non tanto o non solo per timore ma soprattutto con e per amore.

Alla fine, effettivamente, o obbediamo per amore, che naturalmente costa impegno e sacrificio, oppure non obbediamo affatto, illudendoci al più di obbedire. Il fatto è che Dio si è incarnato storicamente duemila anni or sono, in quel meraviglioso prototipo di fede confidente, di umana accoglienza, di filiale disponibilità ad obbedire, che è stato Maria di Nazaret, ma poi ha continuato e continua ancor oggi ad incarnarsi spiritualmente in tutti coloro che si mettono sulla stessa lunghezza d’onda di Maria, di colei che paradigmaticamente ha saputo plasmare i suoi pensieri, i suoi affetti, le sue speranze e le sue stesse rinunce katà lògon, secondo la Parola. Egli continua ad incarnarsi ancor oggi in chi lo aspetta, in chi lo percepisce presente nel suo mondo e attento ai suoi problemi, in chi sente intimamente il bisogno di essere salvato dai poliedrici non sensi dell’esistenza umana. Maria lo aspettava con ansia, lo cercava con trepidazione ogni giorno della sua vita, lo invocava con l’ingenuità di una ragazza che ha bisogno di essere protetta e sostenuta rispetto alle molteplici insidie del mondo. Maria era innamorata di lui d’amore purissimo e per questo non avrebbe potuto amare gli altri se non attraverso il riverbero potentissimo di quel rapporto d’amore che aveva instaurato con lui.

Eppure, Maria era una di noi: per farlo nascere tra noi, per farlo incarnare per noi, non fu dotata sin dall’inizio di facoltà sovrannaturali. Come creatura credette, come creatura accolse, come creatura obbedì, come creatura volle essere per amore la serva di Dio e Dio proprio quest’amore avrebbe contraccambiato facendosi parola incarnata per la salvezza integrale degli uomini. Ecco perché Dio è con noi, in noi e per noi, solo se cerchiamo di credere come Maria, se come lei rifuggiamo dai mille allettamenti del mondo, per confidare unicamente nella potenza e nella misericordia di Dio, sentendolo sempre vicino ai nostri bisogni e alle nostre sofferenze. E se ci capita di sentire che Dio si è incarnato realmente nella nostra vita, dobbiamo capire che questo è accaduto non solo per noi e per la nostra speranza di averlo sempre con noi, ma anche e principalmente, cosí com’è accaduto per Maria, per testimoniare Dio agli altri, per trasmetterlo alla loro sensibilità con il nostro parlare e la nostra condotta, per renderlo percepibile come fonte di speranza per tutti coloro che incontriamo. Certo, come è capitato a Maria, anche a coloro che si fideranno realmente di lui e a lui si apriranno sino ad offrire tutto di sé potranno toccare momenti di disperata solitudine, ma al tempo stesso essi, chiamati di e da Dio cui hanno dato il proprio assenso, saranno sempre capaci di superare le difficoltà proprio in virtù del consenso ottenuto da Dio. Sí, perché il Dio di quelli che oggi si rendano eventualmente emuli di Maria, pur in una condizione spirituale più misera di quella della madre di Gesù, è un Dio che non abbandona mai coloro cui si è fatto intimo e tratta come amici coloro dai quali sta per esigere obbedienza.

Più noi riusciamo a dare la nostra vita, pensieri, atti, speranze, al Signore, più lui dona la sua vita a noi, e siccome la sua vita è eterna, quella vita divina che entra in noi può farci vivere, oltre la morte, per l’eternità. Anche se non dobbiamo mai essere soggetti alla tentazione di pensare che, facendosi cosí vicino a noi, egli finisca per essere a nostra portata di mano. Maria docet: Dio, per quanti servizi ella gli avesse reso, a cominciare dall’averlo accolto nel suo grembo, non potè mai essere, nel corso della sua vita terrena, suo totale possesso o a sua completa disposizione. E con Maria oggi restiamo consapevoli del fatto che, potendo aiutare il Signore a reiterare la sua missione di salvezza nel mondo solo servendolo con amore, potremo continuare ad avere un rapporto di familiarità con lui soltanto se noi, fuori di ogni retorica, non ci stancheremo di vivere servendo. Certo, noi resteremo sempre e comunque inadeguati rispetto alla grandezza divina e ai compiti che da essa ci vengono affidati, ma «riconoscere la nostra inadeguatezza, come l’obiezione di verginità che fece Maria, non è ostacolo sufficiente per un Dio che vuole incarnarsi in noi e, per mezzo nostro, nel nostro mondo: tralascerà di contare su di noi solo quando mancherà la nostra ubbidienza. Il nostro mondo scarseggia di Dio, concreto e amabile, perché il nostro Dio scarseggia di chiamati che lo servano davvero, secondo il metodo mariano» (J. J. Bartolomé, «Beata colei che ha creduto. Il pellegrinaggio di fede di Maria», Torino, Elledici, 2007, p. 19).