Il buon parroco

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico


Il parroco è un custode della fede in Gesù Cristo secondo gli insegnamenti delle Sacre Scritture, della Tradizione, della Chiesa e del Magistero Pontificio e, in quanto tale, è anche il rappresentante e la guida spirituali della sua comunità ovvero il pastore delle anime che gli sono affidate in un determinato ambito territoriale. Il suo compito è di annunciare il vangelo nel modo più veritiero ed efficace possibile, è di amministrare i sacramenti con solerzia e diligenza, è di farsi carico pazientemente ed amorevolmente delle giuste esigenze e delle problematiche umane e spirituali più serie ed urgenti dei suoi parrocchiani, pur mantenendo rispetto ad essi quella doverosa distanza che ne preservi l’indipendenza psicologica e l’obiettività di giudizio.

Il parroco, evidentemente, non è il padrone della parrocchia, né delle sue strutture né delle sue coscienze, per cui egli non può imporre il suo punto di vista se non, e pur sempre in modo autorevole e composto, in materia di fede (un campo in cui egli dovrà peraltro esser sempre pronto a render coraggiosamente conto del suo operato e della sua testimonianza), né può trattare situazioni e persone secondo le sue preferenze o i suoi gusti personali ma ispirandosi sempre a criteri di buon senso, di equilibrio relazionale, di fraterna e serena predisposizione al dialogo o al confronto. Se questo è vero per il parroco, deve esserlo a maggior ragione per ogni collaboratore ed ogni fedele della parrocchia.

Il parroco deve sforzarsi di personalizzare cristianamente il più possibile i suoi rapporti con ogni parrocchiano, per conoscere i doni o i carismi di ognuno e valorizzarli adeguatamente in funzione del bene e del progresso spirituale dell’intera comunità. Guai al parroco che tema di perdere la sua centralità nell’incoraggiare questo o quel parrocchiano ad essere utile alla comunità parrocchiale secondo le sue capacità, le sue competenze o le sue attitudini: egli non ha nessun diritto di “spegnere lo Spirito” e la pluralità e diversità di doni che quest’ultimo elargisce a tutti e con cui arricchisce la sua Chiesa universale e le sue chiese locali.

Nessun organismo parrocchiale né i singoli fedeli possono decidere sul da farsi e prevaricare rispetto alla libera e responsabile decisione del parroco, anche se è dovere di tutti e di ciascuno adoperarsi coscienziosamente, disciplinatamente e responsabilmente, per assicurare lo svolgimento quanto più possibile ordinato, decoroso e ineccepibile della vita spirituale e religiosa della comunità ecclesiale.

In particolare, il parroco deve avvalersi della collaborazione e del servizio di tutti coloro che possono e vogliono offrirli, essendo sempre pronto ad estirpare, con tatto ed amore, ogni germe di conflittualità tra i suoi parrocchiani dovuta a invidie o a gelosie di qualsiasi genere, ed esercitando un controllo costante e preventivo innanzitutto su se stesso e su eventuali sue difficoltà interiori a riconoscere e apprezzare i doni altrui in modo da scongiurare per tempo il pericolo di una sua ambiguità comportamentale e relazionale.

Quasi superfluo è poi ricordare che il parroco è tenuto a vivere in modo umile e sobrio, a non dar scandalo con comportamenti superficiali o sconvenienti, a praticare una gestione lineare, puntuale e trasparente, dei beni spirituali e materiali o economici della sua comunità.  Egli poi deve essere dedito più alle attività contemplative e di preghiera che a frenetiche forme di attivismo che lo indurrebbero a trascurare la sua specifica missione sacerdotale: la sua principale funzione sacerdotale dev’essere quella della communio e non della actio, con un privilegiamento della testimonianza rispetto alla preoccupazione di gratificarsi con riconoscimenti sociali o con la conquista di determinati onori anche se solo di natura ecclesiastica.

Nessuno più del parroco è obbligato ad avere particolare zelo per la Casa del Signore e il bene delle anime, ad ammonire in spirito di carità uomini e donne della sua parrocchia che in chiesa adottino comportamenti scorretti o sconci o che si discostino non solo privatamente ma pubblicamente dai precetti divini, ad offrire la sua vita in totale continuità con il sacrificio salvifico di Cristo, a visitare e confortare ammalati anziani e vari sofferenti nel corpo e nello spirito, ad essere testimone umile ma intransigente di una fede non adulterata e non annacquata in Cristo, a stare dalla parte dei poveri e degli oppressi e infine a lottare per la giustizia e la pace nelle famiglie e nella società.

Nessuno più del parroco ha il dovere di portare le anime a Cristo senza pretendere di legarle a se stesso, di evitare forme di personalismo autoreferenziale, autobiografico, autoelogiativo, e di sottrarsi a regalíe di qualunque natura di dubbia provenienza o che non siano immediatamente e concretamente finalizzabili al soddisfacimento di oggettivi bisogni comunitari.

Infine, il parroco è un uomo che, per quanto possano essere grandi le opere benefiche da lui svolte a favore della sua comunità, deve continuare a sentirsi un “inutile servo”, cioè uno che avrà fatto semplicemente quello che doveva fare. Scriveva infatti san Paolo: «E’ forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo!» (Gal 1, 10). E papa Paolo VI, proprio rivolgendosi al parroco, cosí lo esortava: «lavora tanto nella tua parrocchia, ma in modo da essere sempre meno necessario».