Per testimoniare evangelicamente Cristo

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Il cattolicesimo occidentale, per opera di papa Francesco e di buona parte dell’attuale gerarchia ecclesiastica, continua a predicare il rispetto di tutte le religioni, il diritto alla libertà religiosa, il dialogo interreligioso, come se tutto questo fosse parte essenziale e costitutiva del vangelo di Cristo. Confesso apertamente di ritenere una criticità dell’attuale pontificato, cui vanno peraltro riconosciuti molti meriti, questa ostinata ricerca di dialogo religioso e teologico in un contesto storico in cui è sempre più evidente che ognuno usa il dialogo solo per portare acqua al proprio mulino. Penso altresí, come tanti altri credenti e insieme ad eminenti personalità della Chiesa e della teologia cattoliche, che l’ostinata insistenza con cui viene continuamente ribadita la legittimità di questi temi ai fini della pace nel mondo non derivi tanto da princípi dottrinari quanto da preoccupazioni pastorali, fermo restando che dal punto di vista dottrinario non c’è nulla, non solo sul piano specificamente evangelico ma in tutta la tradizione della Chiesa (ivi compreso il Concilio Vaticano II che una parte di clero cattolico tende purtroppo ad interpretare arbitrariamente e soggettivisticamente), che autorizzi a cercare a tutti i costi un dialogo interreligioso o a rispettare, ben oltre la forma, la fede altrui persino se si sia coscienti che quest’ultima sia manifestamente erronea.

Senonché, anche le preoccupazioni pastorali, che sembrano ispirare l’odierna politica religiosa della Chiesa in rapporto alle religioni altre del mondo, non pare abbiano sinora prodotto buoni risultati ovvero conseguenze favorevoli ad un reale processo di integrazione interreligiosa o a rapporti più sereni e pacifici tra la nostra religione e religioni come ebraismo, islamismo, induismo, solo per citare le maggiori.

Infatti, per ciò che si riferisce ad Israele, esso limita notevolmente l’attività delle chiese cristiane imponendo un regime rigoroso e discriminante in materia di visti per i religiosi cristiani e, d’altra parte, i pochi cristiani residenti nello Stato d’Israele non vivono in condizioni adeguate di sicurezza né sono realmente partecipi della vita pubblica: quel poco che concede loro lo Stato democratico israeliano è più per motivi di opportunità e di visibilità politiche, in quanto esso tiene a fregiarsi del titolo di avamposto dell’Occidente e ha evidenti interessi pratici nel mantenere un rapporto almeno formalmente aperto con la Chiesa cattolica, che non per intima attitudine a rispettare princípi universali della civiltà occidentale come quello che si riferisce alla natura aconfessionale dello Stato, alla libertà e al pluralismo religiosi, alla uguaglianza giuridica e sociale di tutti i cittadini indipendentemente dalla loro fede religiosa.

In questo senso, limitazioni ancora più accentuate devono subire probabilmente gli stessi israeliani di origine araba, ma questo sta solo a comprovare in modo inequivoco che il dialogo interreligioso interessa agli israeliani e agli ebrei di tutto il mondo, animati da un forte spirito nazionalistico, non come valore in sé ma solo per gli usi strumentali che possono farne a fini politici e per i vantaggi esclusivamente utilitaristici che possono trarne nella strenua difesa dei loro presunti interessi nazionali.

Peggiore è il quadro dei rapporti tra mondo cattolico e mondo musulmano, nonostante che a quest’ultimo siano rivolti i maggiori sforzi di dialogo da parte della Chiesa. Ciò dipende da un dato storico-politico inoppugnabile, vale a dire dal fatto che, mentre sulla religione ebraica il cristianesimo ha avuto nettamente la meglio nel corso dei secoli, con la religione islamica il suo percorso risulta storicamente ben più accidentato e persino caratterizzato da periodici e violenti conflitti armati. La Chiesa cattolica, pur sapendo di avere a che fare con una gravissima e irriformabile eresia religiosa, ritiene attualmente, nel mondo globalizzato della multimedialità, per motivi pastorali opinabili e del tutto indipendenti da una rigorosa osservanza dei contenuti dottrinari della fede in Gesù, di poter controllare e contenere il tradizionale antagonismo islamico più attraverso una continua ricerca di dialogo e di pacificazione che non attraverso una reiterata, franca e doverosa affermazione della assoluta regalità di Cristo nella storia dell’umanità.

Come figlio della Chiesa, che sa non solo di appartenere alla Chiesa ma di essere egli stesso Chiesa al pari di ogni altro battezzato in Cristo, dissento da questa linea di politica religiosa oggi perseguita da papa Francesco e ieri anche non da Benedetto XVI ma da Giovanni Paolo II. Mi chiedo come sia possibile ignorare che i maggiori crimini nei confronti dei cristiani residenti in medioriente siano venuti alquanto accentuandosi proprio quando la Chiesa ha cominciato a mostrarsi particolarmente interessata a dialogare con il mondo islamico, o meglio con i suoi assetti istituzionali anche in sede teologica, più che con i popoli islamici, visti nella loro concreta e sofferta esperienza di vita e indipendentemente dal loro credo religioso. Abbiamo oggi a che fare non solo con le feroci persecuzioni anticristiane dell’Isis in Iraq e in Siria o nelle regioni africane devastate dagli eccidi sanguinari di Boko Aram, ma anche con persecuzioni anticristiane non meno efferate non di rado poste in essere in Paesi islamici come la Turchia o il Pakistan. Quali sarebbero dunque i vantaggi derivanti alle comunità cattoliche non occidentali e sparse per il mondo dalla ostinata ricerca di un dialogo interreligioso da parte della Chiesa gerarchica ed istituzionale di questo momento storico?

Stesso ragionamento vale per l’India induista in cui anche di recente si sono registrati casi di violenta persecuzione anticristiana e anticattolica, benché nella costituzione di questo Paese siano previsti chiaramente la libertà di culto religioso e il diritto di ognuno di professare liberamente la propria fede. Il problema è che, come già molto chiaramente si rilevava sul sito “AsiaNews.it” in data 6 agosto 2O12, in aperta contraddizione con la Costituzione indiana, «in molti Stati indiani, soprattutto in quelli guidati dal Partito Nazionalista indù Bharatiya Janata Party (Bjp), i cristiani “non godono di tutti i diritti” e di una piena libertà religiosa». Sono infatti frequenti «gli attacchi contro fedeli e luoghi di culto e…l’attuale scenario di “laicità” della nazione viene spesso disatteso nei fatti» e ad un punto tale che «il carattere laico della democrazia indiana è in serio pericolo» (N. Carvalho, Libertà religiosa: per gli attivisti indiani è in “serio pericolo”).

Le cose stanno cosí. Da un punto di vista pastorale, dunque, papa Francesco, posto che la sua intenzione sia solo quella di proporre una linea pastoralmente efficace anche e soprattutto ai fini di garantire maggiore sicurezza e maggiore libertà religiosa ai cristiani residenti in infide o ostili regioni del mondo e non coincida con una malaugurata e malcelata mancanza di coraggio evangelico, dovrebbe prendere atto che il cosiddetto dialogo interreligioso risulta ampiamente fallimentare e che il problema pertanto sarebbe ormai quello di cambiare strategia facendo collimare il più possibile la ratio pastorale con la ratio dottrinale, anche perché le modalità di attuazione del messaggio di Cristo sono certo importanti ma a condizione che esse contribuiscano a renderlo più presente nel mondo e non ad indebolirne la forza di incidenza e di penetrazione spirituale.

La Chiesa non può fare a meno di annunciare continuamente al mondo in tutti i modi e le forme possibili, e quindi anche ad ebrei musulmani e induisti, che l’unico vero Dio della storia degli uomini è solo il Dio di Gesù Cristo e che chiunque aspiri onestamente alla verità e alla salvezza è esclusivamente a questo Dio che deve sforzarsi di tendere. Questa è l’unica direzione di marcia assegnata da Gesù alla sua Chiesa. Non vi sono, come purtroppo qualche alto prelato cattolico ritiene, altre direzioni da seguire, come per esempio quella di una fede cristiana che sarebbe tenuta a porsi il problema di come coesistere con altre fedi e religioni presenti e operanti nell’umanità. Spiace perciò dover dissentire dal pensiero molto confuso e ambiguo, e persino pasticciato sotto l’aspetto linguistico, del cardinale Tettamanzi: «Penso che dal Vangelo nasca un appello a conoscere e a vivere la propria specifica "identità" rendendola sempre più convinta, certa e matura: non dunque un'identità che si configura come un rifiuto o comunque un ostacolo nei riguardi delle più diverse forme di religiosità di altri popoli e gruppi e persone, ma come un invito e un rilancio per una "uscita" abituale, continua e rispettosa della fede cristiana verso l'incontro e il dialogo con le altre fedi e religioni. In questo senso l'adesione alla propria fede e religione non costituisce un valore soltanto per se stessi, ma diventa un dono presentato agli altri, un vero e proprio servizio alle altre fedi e religioni» (Intervista di Z. Dazzi a Tettamanzi, All’Expo il mondo globale la libertà religiosa è un diritto e il rifiuto è contro il Vangelo, in “La Repubblica” del 25 febbraio 2O15).

In realtà, l’identità cristiana è un’identità vocazionalmente portata ad annunciare in modo pacifico ma non indolore che al regno di Dio si può accedere solo attraverso la fede proclamata e vissuta nella morte e nella risurrezione dell’uomo-Dio Gesù Cristo; è un’identità che non pretende certo di sopprimere popoli gruppi e persone che professino una fede e una religione diverse ma che li invita al tempo stesso a prender coscienza dell’erroneità o della parzialità o addirittura della abnormità del proprio credo e infine a convertirsi a Cristo. E’ altresí un’identità che predispone ad ascoltare gli altri e a condividerne sofferenze, bisogni e speranze, a prescindere dalle loro idee religiose, ma non già per lasciarli nell’errore della loro falsa visione religiosa considerandola opportunisticamente legittima bensí per sollecitarli sia pure amorevolmente ad indirizzare la propria fede verso il Dio giusto e misericordioso del vangelo cristiano. L’annuncio e la testimonianza cui è tenuto il cristiano non presuppongono alcun confronto, alcun dialogo, se non in via subordinata e in forma inessenziale, e soprattutto non necessitano costitutivamente di speciali dialettiche interreligiose volte unicamente ad accreditare come veritiere, in modo ipocrita e strumentale, quelle che altro non sono se non menzognere rappresentazioni di Dio.

Questo e non altro ci impone la nostra fede in Cristo. Il dialogo tra popoli e individui di fede diversa sarà sempre possibile e necessario sotto l’aspetto politico ed economico, non certo sotto quello religioso, perché, come ha scritto bene don Nicola Bux, «per conseguire la pace, Gesù non ha chiesto agli Apostoli di costituire una “comunità ecumenica mista” (cosa che i musulmani considerano apostasia dalla loro religione), come faceva Paolo Dall’Oglio il gesuita scomparso in Siria, ma di fare la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. A noi cattolici non è consentito di andare oltre questo mandato, presumeremmo di essere più grandi di Gesù Cristo. Dunque: “Il grande problema, posto davanti al mondo resta immutato — come disse Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Vaticano II — o sono con Cristo e con la Chiesa sua oppure sono senza di Lui, o contro di Lui, e deliberatamente contro la sua Chiesa”» (Mai più guerra? La soluzione non è il pacifismo, nel sito “La Nuova Bussola” del 29 luglio 2O14).

La Chiesa, piuttosto, anziché reclamare sterilmente un dialogo interreligioso non richiesto né dalla fede che professa né da uno schietto spirito evangelico di carità, può e deve chiedere a gran voce che sia la comunità politica internazionale a farsi finalmente e concretamente carico delle esigenze di sicurezza personale e di libertà religiosa manifestate al mondo intero, con angosciosa ma vana insistenza, da tutte le comunità cristiane mediorientali oggi perseguitate. Alla luce del vangelo è del tutto legittimo, e anzi moralmente e religiosamente doveroso, che a Cesare e quindi allo Stato, ai singoli Stati, alla comunità politica di tutti gli Stati ovvero all’Onu, venga chiesto di portare stabilmente soccorso, anche per mezzo delle strutture militari di cui dispongono, a tutte quelle comunità umane e religiose i cui elementari diritti alla vita e alla libertà religiosa siano ingiustificatamente e brutalmente calpestati.

Una volta san Paolo non si appellò alla comunità religiosa giudaica per essere giudicato ma, in quanto cittadino romano, a Cesare. Anche noi cattolici, in quanto cittadini della civiltà occidentale, abbiamo il diritto di chiedere giustizia a Cesare per tutto ciò che riguarda la tutela temporale delle nostre vite, dei nostri beni e delle nostre libertà, senza doverci sottoporre al placet di questo o quel gruppo religioso non cristiano e confidando sempre e comunque nella superiore giustizia di Cristo, unico e definitivo re del mondo.