Le regole divine della libertà umana

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

 

Dio disse agli ebrei: vi ho liberato dalla schiavitù egiziana, ora vi dò delle regole, dei comandamenti che vi consentiranno di restare liberi e di non ricadere in una schiavitù ancora peggiore, anche se gli uomini sono portati ad illudersi che non ci sia schiavitù peggiore della schiavitù fisica o materiale. A questo vi serviranno i 10 comandamenti: a ricordarvi quel che non dovete pensare e non dovete fare per onorarmi e per avermi sempre presente nella vostra esistenza di persone non più schiave ma responsabilmente libere. I comandamenti non sono catene con cui Dio voglia limitare la libertà umana, ma sono doni, strumenti di liberazione da quegli impulsi naturali o da quegli interessi immediati dell’uomo che possono trarlo facilmente in errore spingendolo a commettere atti apparentemente gratificanti e liberanti ma sostanzialmente contrari non solo alla possibilità di essere o rimanere nella grazia di Dio ma anche e soprattutto alla propria felicità.

Rispettare i comandamenti significa rispettare le condizioni che consentono ai credenti di imparare a camminare con Dio. E’ come se Dio dicesse: alla luce dell’esperienza storica del popolo ebraico, sei consapevole da che cosa io ti ho liberato? Ecco, i comandamenti che ti dò hanno la funzione di indicarti tutto ciò che ti ha oppresso per tanto tempo e che ora tu stesso devi evitare di fare per evitare di allontanarti da me e da uno stato di vera libertà: non credere in altri dei al di fuori di me, non nominare il nome di Dio in modo strumentale o inopportuno, non trascurare di pregare il Signore e di glorificarlo adeguatamente anche in periodi particolari dell’anno, non trascurare i tuoi genitori, non rubare, non coltivare desideri e propositi impuri o insani, non calpestare i diritti del tuo prossimo. Evitare di violare questi comandi significa non già rinunciare ad essere liberi ma rinunciare a forme errate e oltremodo dannose di comportamento che mettono in pericolo la libertà personale e collettiva degli uomini.

La privazione di libertà sollecita legittimamente l’uomo a lottare per acquistare la libertà necessaria alla sua realizzazione integrale di uomo, ma l’abuso di libertà, lungi dal rendere l’uomo esistenzialmente e spiritualmente libero, ne accresce solo la solitudine e la separazione dai suoi simili e da Dio. Per il credente la libertà non è mai un punto di arrivo ma sempre un punto di partenza, non è mai definitiva ma sempre parziale, incompleta e suscettibile sia di regredire che di ampliarsi in modo indefinito.

Non c’è altro Dio al di fuori di me significa che non bisogna assoggettarsi alle idolatrie del mondo come potere, possesso e piacere. L’idolatra tende a perdere progressivamente il proprio senso di umanità pur ritenendosi non soggetto ad idolatrie di sorta e potendo fare atto formale ed ipocrita di sottomissione al Signore. Troppo spesso accade che i cristiani dell’Occidente, pur facendo professione di fede nel Dio uno e Trino, ripongano la loro fede, indipendentemente dalle loro posizioni ideologiche e politiche, soprattutto nel Dio-quattrino e nel continuo incremento di benessere materiale che può derivarne. Qui non c’è né destra né sinistra, né laici né cattolici, né cattolico progressista né cattolico conservatore: il culto del denaro, del successo, della carriera, coincidente ovviamente con un illecito culto del proprio ego, livella tutti senza distinzioni di sorta. Naturalmente, non si tratta di demonizzare i criteri e i valori economici che sono in se stessi parte integrante del mondo e delle molteplici attività umane che vi si svolgono, ma di chiarire che il comandamento divino ammonisce il credente a non subordinare il rispetto dei princípi divini di dignità personale, di onestà e carità verso il prossimo, di solidarietà verso i deboli e gli oppressi al perseguimento di interessi e di vantaggi personali.

Non nominare il nome di Dio invano significa che non bisogna fare usi impropri del nome di Dio, che è da invocare solo per implorare il suo perdono, la sua grazia, la sua salvezza. Quante volte facciamo violenza al prossimo e muoviamo guerre spaventose oltre che ingiustificate contro determinati popoli nel nome di Dio? Quante volte questo nome viene usato temerariamente solo come copertura di interessi illeciti o di scopi disonesti o semplicemente per giustificare paternalisticamente le differenze economiche e sociali esistenti tra i poveri e i ricchi e tra persone libere e persone asservite sin dalla nascita a determinati gruppi e forme di potere? Quante volte abusiamo del nome di Dio per dare più forza al nostro tentativo di legittimare le ingiustizie del mondo e le prevaricazioni dei poteri costituiti? Persino certi credenti, all’apparenza irreprensibili, tendono ad identificare la rappresentazione di Dio con la rappresentazione della propria idea di Dio, senza mai interrogarsi sulla liceità oltre che sulla veridicità di questa operazione personale, e a non avere sufficientemente chiara la profonda differenza che passa tra la volontà di Dio e la propria volontà, le proprie aspettative, i propri desideri.

Bisogna poi ricordarsi di santificare le feste perché non esiste solo il lavoro, che anzi può essere fonte sia di guadagno sia di alienazione, ma anche il santo e salutare obbligo di celebrare e ringraziare pubblicamente oltre che privatamente il Signore e di ritrovarsi altresí in comunione con tanti altri fratelli che sono stati anch’essi “liberati” da Dio e da Cristo, cosí come, nonostante tanti fatti di segno contrario anche nell’attuale fase storica, è sin troppo facile comprendere che i figli non possono sentirsi liberi nel momento in cui non si prendano cura adeguatamente, e comunque al meglio delle loro possibilità fisiche e affettive, dei propri genitori, donde appunto il comandamento di onorare il padre e la madre.

Seguono poi i comandamenti più antichi preposti a proteggere la vita (non uccidere), il matrimonio (non commettere adulterio) e la proprietà (non rubare).

Nessuno può farsi giustizia da sé in modo indiscriminato e versando sangue umano a proprio piacimento. Nel rapporto tra uomini non può valere solo l’istinto che regola invece il rapporto tra animali. Un torto subíto deve essere punito ma secondo criteri morali e giuridici ben precisi: il famoso e cosí spesso equivocato precetto ebraico dell’ “occhio per occhio, dente per dente”, lungi dal denotare una particolare sete di vendetta, intendeva essere originariamente una misura efficace contro reazioni e ritorsioni esagerate rispetto al male ricevuto, contro quindi un’escalation di violenza e di atti vendicativi, anche se poi Gesù suggerisce di fare ancora meglio: porgi l’altra guancia, ovvero cerca di restare sempre sotto il livello di violenza del tuo avversario, e amatevi reciprocamente come io vi ho amato, ovvero non in modo ipocrita e sdolcinato ma secondo verità e ponendovi sempre gli uni dal punto di vista degli altri o più esattamente dal punto di vista del vissuto degli altri.

Nel corso della storia ebraica, sarebbe stato altresí elaborato un ordinamento giuridico, sottoposto in un secondo tempo all’autorità dello Stato e capace di prevedere le punizioni da infliggere, anche per tutelare la sicurezza e la coesione sociali, per ogni tipo di delitto: in tal modo i meccanismi di repressione dei reati commessi venivano liberati gradualmente da un’intenzione primordiale e soggettiva di vendetta per assumere un valore normativo impersonale e necessario a rendere possibile la costruzione di un sistema giuridico, di origine umana ma di ispirazione divina, sempre più universale e socialmente indispensabile ad un ordinato svolgimento della vita sociale.

E’ da notare che per i profeti l’uccisione di un uomo poteva anche avere il significato di sfruttarlo economicamente sino a privarlo di ogni dignità, di opprimerlo socialmente e giuridicamente sino a privarlo di ogni possibilità di realizzazione e di difesa personali. I profeti definiscono significativamente simili comportamenti con il termine accusatorio di “assassinio” (come si può vedere in Osea 4, 2 o in Isaia 1, 15-17) e addirittura il profeta Michea accusa i ricchi che sfruttano i poveri di “cannibalismo”: “Divorano la carne del mio popolo e gli strappano la pelle di dosso, ne rompono le ossa e le fanno a pezzi come carne in una pentola” (Mi, 3, 3).

Naturalmente, per uccisione si intendeva come si intende l’uccisione intenzionale e volontaria, non legata quindi a ragioni di necessaria o legittima difesa per sé e soprattutto per gli altri. E’ opportuno precisarlo, per evitare che non solo questi precetti ebraici sul divieto di uccidere ma gli stessi successivi precetti di Gesù sullo stesso argomento siano oggetto di interpretazione banale, ipocrita e ancora una volta farisaica. Infatti, quando Gesù arriverà a condannare “chiunque si adira con il proprio fratello”, chiunque “gli dice stupido”, chiunque “gli dice pazzo” (Mt 5, 22), egli muoverà dal presupposto che il motivo conscio o inconscio per il quale ci si adira con il fratello o gli si dia dello stupido e del pazzo consista in una irragionevole e gratuita volontà di prevaricazione nei confronti del prossimo, in un’intenzione più o meno premeditata di colpire psicologicamente e di annientare moralmente chi, con le sue parole o il suo comportamento, abbia messo o metta in crisi le nostre false o apparenti certezze e abbia evidenziato o evidenzi anche solo allusivamente le nostre ambiguità e la nostra pochezza se non addirittura i nostri propositi disonesti o malvagi. Se non fosse questo il senso del passo evangelico citato, cosa dovremmo dire allora del fatto che Gesù abbia dato a Pietro addirittura del Satana?

Inoltre, non uccidere significa anche non disinteressarsi a chi sta uccidendo o potrebbe uccidere; fare in modo, nei limiti delle proprie possibilità, che qualcuno non compia atti violenti e omicidi o semplicemente lesivi della dignità altrui. Se si vede che qualcuno sta per uccidere un innocente o persone inermi e indifese, bisogna fare qualcosa perché il delitto non sia posto in essere, e se per impedire un delitto, una strage o un genocidio, non c’è altro mezzo se non il ricorso alla forza o alle armi, può risultare persino doveroso uccidere l’empio, il criminale, o chiunque intenda nuocere agli altri, per neutralizzarne l’azione omicida.

Il divieto di uccidere, quindi, comporta anche il divieto di restare indifferenti a tutte le possibili forme di uccisione che possono essere esercitate nei confronti di persone umili, inermi e giuste. Come infatti recita Esodo 23, 7: “Non far morire l’innocente e il giusto”. Chi può credere che Gesù approverebbe il comportamento di chi, pur potendo evitare un attentato, un eccidio o uno sterminio, sparando qualche colpo di pistola, di fucile o di cannone, se ne rimanesse angelicamente in disparte magari proprio nel nome dell’amore e della pace evangelici? Almeno personalmente, sono fra coloro che non ritengono possibile l’approvazione da parte di Gesù di un simile comportamento.

Gesù diceva spesso ai suoi discepoli: “attenti a come ascoltate, attenti ad usare correttamente il vostro intelletto!”. Non bisogna giocare con le parole, specialmente con le parole pronunciate da Gesù, che per violenza intendeva tutti quei pensieri e quegli atti che recano offesa alla vita contro ogni principio di buon senso e di ragionevolezza morale. Se l’uso di pratiche più o meno violente può servire a difendere la vita contro azioni violente originate da una sete incontrollata di dominio e di ricchezza, da una volontà del tutto arbitraria e irresponsabile di sottomettere o schiacciare il prossimo, da regimi politici totalmente dispotici e volti a sopprimere ogni più elementare diritto di libertà e uguaglianza, tale uso è da considerare evangelicamente non solo legittimo ma doveroso.

E, proprio perché non si può e non si deve giocare con le parole di Gesù, che non esitò ad usare relativa violenza contro coloro che platealmente recavano offesa al suo Padre divino, dev’essere anche chiaro, contro il political correct di questo nostro tempo, che si può uccidere anche per mezzo di pratiche largamente tollerate dal mondo odierno come l’aborto, il divorzio, l’eutanasia. Dev’essere molto chiaro: il quinto comandamento non si presta ad usi strumentali e, se può essere legittimamente invocato per ottenere una mitigazione delle pene inflitte ai malfattori, oppure il riconoscimento dell’obiezione di coscienza o ancora l’adesione ad una lotta civile contro l’inquinamento dell’ambiente, contro aberranti forme di tortura o contro sviluppi particolarmente pericolosi della tecnologia contemporanea, esso ha altresí la funzione di sottolineare la natura potenzialmente omicida di tutti quegli atti gravemente calunniosi e provocatori, di tutte quelle critiche ingiustamente pungenti o acuminate che possono distruggere moralmente il prossimo o un intero popolo. Insomma, anche in questo caso: chi vuole intendere, intenda!

La stessa teoria cristiana della guerra giusta, che molti a torto ritengono incompatibile con l’idea biblico-evangelica della pace, può e dev’essere vista in una prospettiva d’amore, di pacificazione e di giustizia. Premesso che è stata e può essere a tutt’oggi sfruttata in modo cinico e immorale, in realtà essa ha la sua precisa ragion d’essere in uno sforzo realistico di umanizzare quanto più possibile lo stesso deprecabile fenomeno della guerra, in uno sforzo umano e religioso di limitare o contenere gli eccessi di ogni conflitto basato sull’uso spesso arbitrario della forza e della guerra. Se di fatto nel mondo o in certe particolari regioni del mondo c’è chi pensa di massacrare impunemente intere comunità etniche o religiose, la preghiera sarà pur sempre un fondamentale strumento di lotta contro l’intolleranza e la malvagità umana, ma il perseguimento della giustizia e della pace, almeno in casi di aggressione sistematica e completamente ingiustificata, non potrà non comportare talvolta, a scopi per l’appunto difensivi, anche  l’uso organizzato della violenza e delle armi.

Sesto comandamento: non commettere adulterio. Perché non bisogna commettere adulterio? Per proteggere il matrimonio e quindi la famiglia, che è cellula primaria e vitale della società. Se il matrimonio non dura nel tempo e non è fonte di serenità, di protezione e di amore, non solo sarà fallimentare la vita di coloro che l’abbiano contratto ma anche i figli difficilmente potranno crescere e svilupparsi come persone equilibrate, mature e spiritualmente libere: ne risentirà verosimilmente la loro umanità e la loro socialità. Come Dio è sempre fedele all’alleanza stipulata con gli uomini, cosí l’uomo e la donna, nonostante possibili e più o meno gravi incidenti di percorso (incomprensioni, crisi, rotture), sono chiamati ad essere reciprocamente fedeli e uniti nel matrimonio, in modo che poi la stessa società possa strutturarsi secondo rapporti interpersonali non di divisione e di odio ma quanto più possibile di comprensione e cooperazione fraterne.

Uomo e donna sono tenuti assieme certamente da una reciproca attrazione di natura erotico-sessuale ma, se nel loro rapporto la componente erotico-sessuale è o diventa esclusiva o determinante ai fini del mantenimento dello stesso rapporto matrimoniale, essi non solo commettono un fatale errore esistenziale di giudizio e di comportamento, ma si assumono la responsabilità di concepire in senso egoistico e non altruistico e caritatevole il vincolo matrimoniale: il sesto comandamento è lí ad ammonire a non dissolvere una comunione matrimoniale tra uomo e donna che dev’essere intesa non come semplice comunione di corpi ma soprattutto come eminente comunione di anime o di spiriti.

Sarebbe sbagliato pensare che con il settimo comandamento, Non rubare, il Signore abbia voluto schierarsi dalla parte di ricchi proprietari contro poveri e diseredati, portati a desiderare di condividere la ricchezza dei primi. Sarebbe sbagliato perché è esattamente il contrario: Dio qui intende ammonire principalmente coloro che, per larghezza di mezzi o per agevole accesso a determinati strumenti di potere, possono facilmente quanto indebitamente appropriarsi di beni umani o materiali i cui proprietari o destinatari siano persone semplici e modeste. In origine questo comandamento implicava due specifici divieti: il non rapire persone che appartengono ad altri e il non appropriarsi dei beni materiali altrui. Esso dunque è concepito a tutela della libertà del prossimo, in primis del prossimo più debole ed indifeso. Peraltro, già nell’Antico Testamento, la proprietà privata non è considerata sacra e inviolabile. Essa è solo un dono, un prestito che il vero e unico proprietario di tutto l’esistente ovvero Dio ha fatto al suo popolo perché questo sia in grado di utilizzarlo per il benessere di tutti e di ciascuno.

I profeti veterotestamentari usano parole di fuoco contro i ricchi che accumulano ricchezza attraverso il metodico sfruttamento dei poveri. Se la proprietà non è solo uno strumento finalizzato alla propria sicurezza e ad una dignitosa realizzazione di sé ma è o diventa, a diversi livelli, strumento di potere per dominare sugli altri o più semplicemente per costringere i più ad assecondare desideri o disegni finalizzati a vantaggi di qualcuno o di pochi e non di tutti, essa viene configurandosi come un furto, come prodotto di un furto, che tende a privare molti di una quota più o meno ampia di sicurezza e di libertà per il beneficio di uno o di pochi individui.

Nel “Siracide” (34, 21-22) si legge chiaramente: “Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio. Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio”. Le finalità sociali della proprietà sono sottolineate nella Bibbia e quindi anche nel vangelo in modo esemplare e ogni contemporaneo tentativo teologico di rassicurare i ricchi circa il fatto che, in quanto tali, non devono temere il giudizio di Dio, sono completamente privi di fondamento, giacché il Signore condanna la ricchezza tutte le volte che essa viene usata o anche soltanto pensata per scopi sostanzialmente egoistici e non per il soddisfacimento delle primarie necessità esistenziali della collettività e dei soggetti più bisognosi. Qui è perfettamente inutile arzigogolare: l’occhio infinitamente profondo di Dio conosce ogni più intimo recesso della vita di ognuno di noi e non potrà sfuggire al suo severo giudizio chiunque abbia coltivato sulla ricchezza e sul denaro, al di là delle sue dichiarazioni di principio e di qualche suo sporadico o apparente atto di beneficienza, idee e propositi essenzialmente edonistici, ponendo in essere condotte grettamente individualistiche e materialistiche anche se mascherate da una sobrietà di facciata. Ogni forma di indifferenza o di insensibilità verso il prossimo in genere e verso quello più indigente in particolare, mai seguita da un moto di profondo pentimento e di vera conversione, in Dio non troverà alcuna indulgenza.

Uno spirito religioso non può essere disinteressato alla proprietà altrui, perché in un modo o nell’altro ne siamo sempre corresponsabili. Procurare, in modo deliberato o per semplice negligenza, dei danni al prossimo, facendo finta di non saperne niente, è un peccato molto grave perché esso consegue dalla violazione dell’amore per il prossimo cosí come è formulato biblicamente: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Come recita il Deuteronomio al versetto 22, 1-4: “Se vedi smarrito un capo di bestiame grosso o un capo di bestiame minuto di tuo fratello, non devi fingere di non averli scorti, ma avrai cura di ricondurli a tuo fratello. Se tuo fratello non abita vicino a te e non lo conosci, accoglierai l'animale in casa tua: rimarrà da te finché tuo fratello non ne faccia ricerca e allora glielo renderai. Lo stesso farai del suo asino, lo stesso della sua veste, lo stesso di ogni altro oggetto che tuo fratello abbia perduto e che tu trovi. Non fingerai di non averli scorti. Se vedi l'asino di tuo fratello o il suo bue caduto lungo la strada, non fingerai di non averli scorti, ma insieme con lui li farai rialzare”. Il fingere di essere onesti agendo in realtà da disonesti è uno dei peggiori peccati che si possano compiere contro gli uomini e contro Dio.

Anche oggi esistono modi molto legali per mandare in rovina o arrecare danni alla povera gente o a persone oneste che, proprio perché oneste, tante volte vengono colpite da quanti vivono di imbrogli o di traffici illeciti. Non ci si illuda: chi è abituato a vivere di espedienti e mezzucci volti ad assicurare il tornaconto personale a scapito di sacrosanti diritti altrui e non è disposto a cambiare le sue abitudini di vita, non si salverà né l’anima né il corpo osservando epidermicamente feste comandate e sacramenti. Su costui il castigo di Dio, più che la sua misericordia, è sempre incombente.

Bisogna anche notare che l’antico Israele, pur applicando la pena di morte per molti delitti, tra cui l’idolatria, l’adulterio o il rapimento di persone, non prevedeva tale pena per il furto di beni materiali. Perché? Perché, non essendo esente da tale reato anche molta povera gente, la comunità israelitica tendeva a giudicarlo con molta comprensione. Per dire della profonda saggezza che ispira la complessiva concezione etico-politica di origine biblica!

Ma qui è ancora il caso di sottolineare un aspetto non secondario dei 10 comandamenti: e cioè che essi sono espressione di un Dio che ama tutti senza eccezioni ma anche di un Dio che non ama tutti allo stesso modo, che non ama allo stesso modo carnefici e vittime, sfruttatori e sfruttati, giusti ed empi, ove, nel corso di una vita, non siano mai intervenute o non intervengano momenti di significativa e radicale conversione.

Ottavo comandamento: non pronunciare falsa testimonianza. E’ chiaro a tutti che una falsa testimonianza può essere molto nociva per il prossimo, sia dal punto di vista giudiziario sia anche da un punto di vista etico e sociale. Specialmente quando il potere giudiziario non sia ancora indipendente dal potere politico, come ai tempi dell’antico Israele, la falsa testimonianza è alla base di sentenze cosí false e arbitrarie da stroncare completamente la vita di persone innocenti. Ecco perché i profeti sono durissimi verso i giudici disonesti o proni a qualunque tipo di potere umano. Isaia dice: “guai a coloro che assolvono per regali un colpevole e privano del suo diritto l’innocente” (5, 23). E Amos non è meno chiaro: “Essi odiano chi fa giuste accuse in tribunale e detestano chi testimonia secondo verità…Essi sono ostili verso il giusto, prendono compensi illeciti e respingono i poveri nel tribunale (5, 10 e 12). Esplicito e quasi accorato è l’invito del Deuteronomio ai giudici: “Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali, darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio” (1, 17).

I credenti che prendono sul serio questo comandamento non possono non impegnarsi per un ordinamento giuridico equilibrato e non manipolabile e per una corretta amministrazione della giustizia che abbia il suo supremo interesse in una ricerca quanto più precisa, obiettiva e disinteressata possibile della verità. I credenti, indipendentemente dai loro particolari interessi, dalla loro posizione sociale e dal loro orientamento politico, dovrebbero aborrire processi farsa non infrequenti ancora oggi e sentenze superficiali e inattendibili oltre che cavillose e artificiose o completamente antitetiche ad un elementare principio di ragionevolezza.

Non è esagerato dire che, negli stessi tribunali italiani di oggi che secondo alcuni sarebbero i migliori del mondo, non di rado vengono sfornate sentenze talmente lontane dalla realtà dei fatti da indurre persino gli spiriti più prudenti ad esprimere dubbi, molto al di là della imperfezione pure acclarata di norme e strumenti giudiziari d’indagine, circa la competenza e la buona fede dei loro autori. Tutto questo però non implica che allora una testimonianza corretta debba consistere per reazione nel dire la verità con arroganza e con la precisa intenzione di colpire il prossimo anche al di là delle sue colpe. Bisogna certo avere il coraggio della verità, come lo ebbero Natan davanti a Davide o il Battista nei confronti di Erode, ma senza caricarla di un astio o di un odio volto a distruggere chi ci abbia recato danno.

E’ inevitabile avere dei nemici, anche se inevitabile non è secondo una falsa retorica di tipo paternalistico o pseudoevangelico, ma questo non significa che un nemico non possa avere delle capacità, dei meriti, delle qualità da apprezzare. Io, ammesso che non abbia nulla di rilevante da rimproverare a me stesso, posso ben combattere lealmente contro una persona disonesta e corrotta, ma questo non mi obbliga a considerarla spiritualmente “perduta” o socialmente irrecuperabile. Ecco perché Gesù raccomanda di amare i propri nemici e di pregare per i propri persecutori.

Infine, con il nono e decimo comandamento si intende condannare il desiderio illecito di possesso, sia rispetto alla donna d’altri sia rispetto alla roba e quindi alla legittima proprietà altrui. Il non desiderare la donna d’altri e il non desiderare la roba d’altri non prendono di mira soltanto l’atto già compiuto del possedere ma l’intenzione stessa del possedere ciò che appartiene ad altri e naturalmente anche tutti quei reati che non sono giuridicamente perseguibili o per l’arretratezza del sistema giuridico o per la mancanza di prove adeguate.

Bisogna tuttavia chiarire che la Bibbia non condanna il desiderio in quanto tale, perché ci sono desideri santi (a cominciare da quello tre volte santo di Dio) e desideri perversi, dove peraltro i desideri santi non sono affatto desideri privi di passione e di grande coinvolgimento esistenziale. Anzi, il Signore biasima gli uomini dal desiderio tiepido anche se dichiaratamente “religiosi”, e quindi gli uomini molli e sostanzialmente indifferenti a tutto, gli uomini che non si scompongono mai, che sanno solo predicare moralisticamente senza mai sporcarsi le mani con le cose di questo mondo almeno sino a quando personalmente si sentano al sicuro da particolari insidie e senza prendere mai pubblicamente posizione contro concrete e specifiche situazioni di disonestà, di corruzione, di iniquità: “Conosco le tue opere”, dice il Signore, “tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo. Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Apocalisse, 3, 15).

E Gesù ci esorta esplicitamente a desiderare, in quanto “tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato” (Mc 11, 24). Il che significa che quanto più grandi sono i nostri desideri legittimi, e legittimi secondo l’ordinamento spirituale di Dio e non secondo gli ordinamenti giuridici umani, tanto più sicura è la concessione della cosa desiderata da parte di Dio, mentre coloro che, pur pregando, non hanno in Lui grande fiducia vengono biasimati (Mt 7, 7-11 e 21, 22; Gv 14, 13 e 15, 7). E altrettanto significativa e bella è la parafrasi di Sant’Agostino: “Chi non ha desideri è muto davanti a Dio, per quanto alta risuoni la sua voce agli orecchi degli uomini. Chi ha desideri canta in cuor suo, anche se la lingua tace”.

E’ dunque evidente che a Dio sia molto gradito il desiderio umano di lottare sinceramente e indomitamente contro tutti quei desideri insani o più semplicemente inopportuni che pure tendono ad annidarsi costantemente nel cuore degli uomini e ad agitare la loro esistenza. Strada facendo, l’uomo talvolta può sbagliare ma il Signore è sempre pronto a perdonare se scorge in lui un sincero e nitido sentimento di contrizione, di pentimento e di riscatto spirituale. Anzi, qui è opportuno precisare che il richiamo evangelico ad un “cuore puro” (Mt 5, 7) non è da intendere come richiamo ad un cuore che non conosca la concupiscenza sessuale, la tempesta dei sensi soprattutto in situazioni umane in cui è obiettivamente molto difficile non cedere alle proprie debolezze, ma come richiamo ad un cuore costantemente purificato da una volontà sempre meno egocentrica e sempre più orientato verso Dio, sempre più capace di fare proprio il desiderio di Dio.

Vero vincitore in Cristo non è chi non sente niente, non si accorge di niente, non subisce il fascino di certe realtà umane  oggettivamente coinvolgenti, ma chi, pur sensibile a sollecitazioni umanamente e soggettivamente gratificanti, si sforza con tenace spirito di rinuncia e di donazione disinteressata di continuare il suo viaggio verso realtà ultime più impegnative ma anche più avvincenti di quelle puramente terrene. Anche nel caso di passioni travolgenti non ricercate deliberatamente tra un uomo e una donna già impegnati, di relazioni amorose illecite originatesi nel quadro di esperienze di vita particolarmente sofferte e di improvvisi stati di solitudine esistenziale, i credenti non possono indulgere alle loro apparenti necessità e, soprattutto per mezzo della preghiera e del costante accostarsi al sacramento eucaristico, devono semmai offrire al Signore i propri travagli, quali che essi siano, cercando di instaurare con le persone “amate” un rapporto affettivo anche intenso ma quanto più possibile casto. Non si tratta naturalmente del non potere ammirare la bellezza e la sensibilità di una donna o la personalità sicura e coinvolgente di un uomo, né il non desiderare la donna altrui, poi ripreso da Gesù nell’espressione “chiunque guarda una donna per desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5, 28) deve essere frainteso.

Gesù non intende impedire ai suoi figli di apprezzare qualità e virtù eccelse o particolarmente gradevoli da lui stesso elargite a determinate creature, anzi è un dovere dei suoi seguaci quello di riconoscere umilmente e obiettivamente doti o carismi particolari di questa o quella persona, ma il suo monito vuole significare che si commette peccato quando dalla schietta ammirazione si passi al desiderio pieno di cupidigia che, checché ne pensi il comico Benigni, può sfociare in un atto massimamente egocentrico e per questo “impuro” qual è l’atto masturbatorio o, peggio, quell’insieme di atti volti scientemente e subdolamente ad appropriarsi in senso carnale del soggetto-oggetto desiderato.

Il nono e il decimo comandamento non vietano il desiderio di avere qualcosa di bello, sia esso un podere o un’azienda o un’automobile solida e sicura o anche una bella donna o un uomo affidabile se ancora si è “liberi” oppure un rapporto di sincera amicizia con persone intelligenti, sensibili, garbate; essi non vietano neppure la moderata indignazione che si può umanamente avvertire quando si ritenga che una certa persona non sappia fare buon uso della sua ricchezza o che questo o quello debbano le loro fortune economiche o professionali non a meriti personali ma a scandalosi favoritismi istituzionali o di altro genere o infine che quell’uomo o quella donna non siano forse degni di coloro con cui convivono. Essi vietano invece l’astio, la rabbia, l’odio, la perfidia o l’invidia che possono accompagnarsi a certi nostri stati d’animo e a certe nostre valutazioni, e che tendono già in se stessi a rompere il sereno e corretto rapporto di amore che sempre deve intercorrere tra noi e Dio e tra noi e il prossimo.

Dobbiamo dunque stare molto attenti ad osservare i 10 comandamenti, tutti ugualmente importanti e decisivi ai fini della nostra salvezza, anche se, a certe condizioni, la loro violazione, ancora una volta in dissenso rispetto al mistificatore Benigni che ha sentenziato essere “imperdonabile” solo la trasgressione del comandamento di “non rubare”, è sempre perdonabile da parte di Dio. Solo un peccato, come dice Gesù, non sarà mai perdonato: quello contro lo Spirito Santo, cioè il pensare che Dio non ci possa salvare e quindi il rifiutare la sua misericordia.

Mi corre l’obbligo di precisare che questo articolo è stato scritto sulla falsariga della precisa, dotta e ispirata esegesi di don Lino Pedron, dehoniano, che ci ha lasciato il 13 aprile 2010. A lui va e andrà sempre il mio commosso ringraziamento di uomo e di credente in Cristo.