Il soggettivismo relativistico nel mondo e nella Chiesa

Scritto da Francesco di Maria. Postato in Il mio apostolato laico

Gesù ci ha insegnato tutto quel che serve per vivere bene, per vivere da persone virtuose e dedite alla pratica della carità nel rispetto della verità, da suoi seguaci pur sempre carichi di limiti e di debolezze ma capaci di saggio e giusto discernimento e di rettitudine anche o soprattutto nel riconoscimento dei propri errori e delle proprie colpe. Sappiamo tuttavia che il mondo contemporaneo, sempre più in preda a vere e proprie convulsioni soggettivistiche e, come molti dicono, relativistiche (termine, quest’ultimo, che io non prediligo molto per via dei significati non univoci che esso viene implicando in sede filosofica e scientifica), dell’insegnamento cristiano accetta sempre più frequentemente solo ciò che appaia compatibile con certe sue esigenze laiche o laiciste e con un pensiero che sia espressione della volontà umana più che della volontà divina.

Il problema, però, è che ormai, persino nella Chiesa e soprattutto nel popolo di Dio inteso al di là della gerarchia ecclesiastica come comunità ecclesiale di credenti in Cristo, comincia a serpeggiare in forme piuttosto vistose la tendenza a proporre, su temi o aspetti non inessenziali della predicazione di Gesù, interpretazioni non solo in se stesse discutibili ma sempre più in linea con visioni e aspettative del mondo che la Chiesa e il credente cristiano avrebbero semmai il compito non già di subire ma di correggere, cambiare o comunque combattere e contrastare.

Si allude qui non solo e non tanto a questioni di esegesi biblico-evangelica su cui pure non mancano punti di vista o prese di posizione non di rado molto avventurose o azzardate, ma al modo stesso di recepire e tradurre concretamente nella vita quotidiana alcuni elementari precetti evangelici che, nella loro semplicità, richiederebbero innanzitutto la buona fede di chi dichiara di credere in essi e non già giudizi e comportamenti disinvolti o superficiali, arbitrari o ipocriti. Nella pratica quotidiana capita spesso che i precetti di verità, di umiltà, di carità, siano oggetto di usi manifestamente irriflessivi o distorti, per cui spesso essi finiscono per significare anche cose molto lontane da quello spirito evangelico di verità e di carità che può appartenere solo a chi si disponga a subordinare concretamente esigenze soggettive censurabili sotto il profilo morale, abitudini di vita non completamente lecite, pratiche religiose manifestamente infantili o piegate a semplici preoccupazioni mondane, alle più austere impegnative e salutari leggi evangeliche dello spirito.

E’ infatti inevitabile che la fede sia solo un orpello esteriore, una mera opzione culturale e teologica, una semplice consuetudine sociale o un distintivo di apparente rispettabilità sociale, un’abitudine acquisita ed esercitata in modo esclusivamente passivo o meccanico, o infine un mero sentire scaramantico, se o quando la nostra più profonda e intima tendenza spirituale sia quella non già di subordinare i nostri pensieri e le nostre azioni al senso non travisato, non adulterato, non razionalizzato, dei comandamenti e degli ordini divini, ma piuttosto quella esattamente opposta di adattare la parola di Dio a pulsioni e moti psichici mal controllati o del tutto sordi ad istanze etico-razionali universali oppure alle esigenze e alle aspettative spesso false e ipocrite della nostra esistenza, dove si vorrebbe che non ci fosse mai spazio per rinunce, drammi, sconfitte, calvari insomma di diverso ordine e grado.

Nella comunità cristiana è sempre più problematico trovare esempi di incontrovertibile e franca testimonianza evangelica, di ricerca generosa e obiettiva del vero, di carità silenziosa e disinteressata ma anche riflessiva e combattiva, di umiltà sottratta ad usi retorici o strumentali e non esibita ma anche non arrendevole e non accomodante o servile: mi riferisco a tutti, a esponenti del clero, a laici del volontariato cattolico, a credenti impegnati nei vari servizi diocesani e parrocchiali, a cristiani a vario titolo impegnati nel sociale e nella famiglia.

Certo, non c’è cristiano che non creda nel Dio di Gesù, nello Spirito Santo, nell’assunzione in cielo della Vergine Maria, e via dicendo, ma a ben vedere questo stesso Dio e più in generale i vari insegnamenti evangelici non vengono percepiti affatto nello stesso modo da tutti i cristiani, costruendosi ognuno di essi un Dio e un vangelo a misura delle proprie esigenze psicologiche, non importa se coincidenti o meno con le esigenze morali e spirituali oggettivamente contenute nella predicazione di Cristo, sicché accade poi che il popolo cristiano e cattolico non appaia più in grado di professare una fede realmente uniforme e di perseguire in modo credibile quell’unità ecclesiale che la Chiesa tutta, per volontà stessa di Gesù, è chiamata a perseguire e a realizzare in uno spirito di verità. Di qui deriva appunto un serio pericolo di relativizzazione crescente della fede in Cristo che, se non combattuto energicamente ed efficacemente per tempo all’interno della Chiesa, non solo può contribuire a rafforzare il giudizio scettico del mondo sulla natura universalistica e realistica dell’opera salvifica di Cristo ma può anche produrre scismi, divisioni, lacerazioni all’interno stesso del mondo cattolico, che potrebbero risultare persino più gravi e dannosi di quelli pur numerosi già subíti dalla Chiesa nel corso della sua lunga storia.

In questo senso, non è da sottovalutare l’osservazione provocatoria, anche se non irresistibilmente inconfutabile, di Umberto Galimberti: «Ma come si fa a discutere di Dio con coloro che credono in Dio, se ciascuno di loro con la parola “Dio” pensa una cosa diversa? Qui non mi riferisco al fatto che il Dio dei cristiani non è il Dio degli ebrei o dei musulmani o degli induisti [...]  ma al fatto che nel cristianesimo stesso ciascuno si è costruito un Dio personale che risponde alle sue esigenze psicologiche, le quali, essendo diverse da individuo a individuo, creano tanti volti di Dio quanti sono i sentimenti e i pensieri che lo riguardano. Ma quando Dio diventa una risposta alle istanze psicologiche di ognuno di noi, non è più il Dio trascendente che ha creato il mondo, che guarda e provvede alle vicende umane, che promette una salvezza in una vita ultraterrena, ma un Dio degradato a consolazione delle nostre ansie, a rassicurazione delle nostre incertezze [...]. Costruire un Dio che risponde ai nostri bisogni psicologici, non è il modo migliore per negare Dio proprio mentre si testimonia la propria incrollabile fede in Lui? Non è, questo Dio, un idolo che ci siamo costruiti?» (in “La Repubblica” del 9 maggio 2015).

Esistono forme di egocentrismo teorico-pratico evidente, talvolta addirittura grossolano, chiaramente incompatibile con una spiritualità evangelica ma di cui nessuno sembra accorgersi. Chi per grazia di Dio se ne accorge, peraltro, viene preso talvolta da un senso di sgomento: “Signore Gesù, tu che mi hai manifestato in modo concreto e inequivocabile la tua vicinanza, non consentire al Maligno di trarmi in inganno facendomi illudere che il mio discernimento sia giusto pur essendo oggettivamente difettoso e preconcetto e che il mio dolore per ciò che ritengo male e umanamente offensivo sia giustificato pur essendo in realtà del tutto infondato. Signore, se sbaglio correggimi, sai che non discuto i tuoi giudizi e sono sempre pronto ad essere ripreso e rieducato da te. Tu sai come fare, ma ti prego, se il torto o la miopia sono miei, fammelo capire e non permettere che il tuo indegno servo sia solo un bugiardo presuntuoso ed empio”.

Ciò detto, chi, pur conscio dei suoi limiti, si assume comunque, di fronte a Dio e agli uomini, la responsabilità di testimoniare la sua fede in Cristo, di denunciare le iniquità del mondo, di rimproverare con mitezza o severità i fratelli e di esortarli al bene, percepisce in tanti casi una cesura piuttosto netta tra la forma cristiana e la sostanza cristiana del vivere comunitario. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli, tutti apparentemente banali ma proprio per questo molto significativi.

Lasciamo da parte le controversie tra cristiani su liceità o illeceità di pratiche come aborto, divorzio, convivenze omosessuali, eutanasia e via dicendo, perché quei cristiani che su questi temi, magari anche nel nome di un falso umanitarismo e di un frainteso senso della carità cristiana, non si conformano alle posizioni più volte espresse e ribadite dalla Chiesa, si pongono già al di fuori di essa e di un rapporto di amicizia con Dio. Pensiamo invece a situazioni che non richiedano un confronto teologico ma solo un comportamento civile e di buon senso, situazioni normali di vita in cui però il confine tra il giusto e l’ingiusto tende a farsi inopinatamente più sottile o incerto, pur restando chiarissimo e ben visibile alla luce di una spiritualità schiettamente evangelica.

Ad esempio, se io come condomino mi rivolgo a te che amministri il condominio (ma potrebbe trattarsi di un parroco, di un alto funzionario o di chiunque altro rivesta un'oggettiva funzione di responsabilità pubblica o privata), per parlarti di un problema serio come il pessimo funzionamento di una sbarra d’ingresso o di una saracinesca che dovrebbero impedire ad estranei l’accesso ai garages, e tu, in segno di indifferenza e di insofferenza, ti giri di spalle, senza darmi alcuna risposta, obiettivamente sei un maleducato oltre che professionalmente scorretto, a prescindere dai motivi specifici di qualunque natura che si pongono alla base di un simile comportamento. Ora, se, nel limitarmi a fargli osservare che elementari problemi condominiali non si risolvono con un’alzata di spalle, mi sento investito da frasi risentite e villane del mio interlocutore, io sono portato a dirgli chiaro e tondo che dovrebbe sforzarsi di fare meglio il suo mestiere, ma se, per tutta risposta, lo stesso comincia a investirmi con una raffica di epiteti e definizioni non solo offensivi e ingiustificati ma persino lesivi dei miei diritti di condomino, e io ribadisco con forza anche pubblicamente tutti gli aspetti negativi della sua condotta, lo stolto, il maleducato, lo screanzato, e chi più ne ha più ne metta, chi è: sono io che non solo subisco un danno potenziale ma vengo persino sbeffeggiato da una persona incivile e arrogante o è per l’appunto l’ipotetico o reale amministratore che è cosí suscettibile da non accettare neppure i giusti e doverosi rilievi di chi lo paga?

Di casi siffatti o simili, solo in apparenza banali, la nostra quotidianità è piena, in tutti gli ambiti della vita civile: basta muovere a qualcuno un rilievo giusto, benché garbato, o un rimprovero più che legittimo, e ci si trova già esposti al rischio di reazioni completamente spropositate. Ma, dicono certi soloni del culto religioso soprattutto quando si trovano al cospetto di persone molto semplici, fragili e indifese: figliolo, ricordati di essere umile! Vale a dire ricordati le celebri parole di Gesù: “porgi l’altra guancia”.

Peccato che questa grande massima di nostro Signore troppo spesso venga svuotata del suo vero significato ed usata solo per giustificare, di fatto, i violenti, i prepotenti, i disonesti. Infatti, il porgere l’altra guancia non comporta una resa incondizionata rispetto a chi ci colpisca ingiustamente (e dico ingiustamente perché, almeno evangelicamente si può essere colpiti anche giustamente, come dimostra indirettamente l’episodio in cui Gesù, colpito al volto da un soldato, chiede a quest’ultimo: “se ho parlato bene, perché mi percuoti?”,Gv 18, 23), ma solo un invito a stare sempre al di sotto del livello di aggressività e violenza altrui, ovvero di chi, specialmente se a torto o in modo gratuito, vuol farci del male o recarci danno, in modo tale che resti sempre a nostra disposizione quella riserva di pazienza e di carità necessaria a ricucire in ogni momento lo strappo e a favorire una pacificazione.

Non a caso Gesù dice di porgere l’altra guancia ma non di lasciarsi massacrare fisicamente o moralmente, pur dovendo essere sempre pronti al martirio: la difesa energica anche se misurata, il rimprovero severo anche se fraterno,la non frequentazione di persone ambigue o manifestamente empie, il giudizio profetico appassionato e scomodo anche se umile, sono cose non solo legittime ma persino doverose sotto il profilo evangelico. Non dimentichiamo che Gesù stesso ha avuto momenti di giusta impazienza, di collera paterna, persino nei confronti dei suoi discepoli, di accesa e adirata e persino violenta ma santa indignazione verso ipocriti e gente dedita alla commistione di sacro e profano e al commercio del sacro.

Ciò significa che l’amore cristiano non implica la negazione di comuni e naturali sentimenti umani ma solo il legittimo e opportuno uso di essi, per cui si può essere capaci di amare cristianamente anche se si è dotati di un carattere vulcanico e di un temperamento per nulla indifferente o insensibile alla menzogna e all’ingiustizia da qualunque parte vengano. L’amore per il Signore e per il prossimo è, in senso evangelico, perfettamente compatibile con un modo di essere e di fare sapientemente combattivo e determinato contro tutto ciò che si venga frapponendo alla possibilità salvifica di vivere, anche sul piano interpersonale, comunitario e sociale, secondo princípi effettivi e non adoperati retoricamente o demagogicamente di verità, carità e umiltà. Anzi, la lezione evangelica contiene in sé il monito a vivere sempre anticonformisticamente, ovvero molto al di là dei formalismi cultuali e devozionali, la parola di Dio la quale non manca di fornire un punto di riferimento preciso e forse decisivo a coloro che, in tutte le epoche storiche, si vengano sforzando realmente e non velleitariamente di non essere del mondo ma di Cristo: « Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato» (Gv 15, 18-21).